Theatrum Anatomo-Philosophicum

21/03/2024

I. Let the Show Begin

La storia è nota e, nell’essenziale, presto detta. È nel tempo della nascita di Scientia che la pratica della dissezione anatomica del cadavere umano esce dallo “stato di minorità”, nel quale per un eone era stata consegnata alla zona d’ombra del tabù, dell’interdetto e del segreto. Pochi coloro che si azzardavano a violare il divieto (come Leonardo con le sue sortite nottetempo nelle piazze dello spaccio dei giustiziati). I primi teatri anatomici (smontabili e mobili) sono attestati a partire dal 1502 e, tra i più antichi veri e propri “anfiteatri” di anatomia (stabili), vi sono quelli celebri delle Università di Padova (1594), Leida (1597) e Bologna (1637).

Sui palchi-tavoli “settori” di questi luoghi circolari o ellittici, a cicloide o spirale, talvolta ottagonali, si recita ad oggetto (per così dire). In scena entra il cadavere – iuxta la lezione di Meister Heidegger – come puro Ob-jekt e Gegen-Stand, che sta-di-contro al Soggetto, aperto (disponibile) al taglio (calcolo) della sega e del bisturi (impianto-imposizione) del medico anatomista. Nell’“epoca dell’immagine del mondo”, l’occhio e lo sguardo celebrano il loro “trionfo bacchico” (Hegel) con relativo squartamento e, fino a tutto il Settecento, la “lezione di anatomia” diventerà spettacolo, divertimento pubblico e addirittura “festa”, sempre ontoteologicamente a celebrare la somma arte del Creatore della macchina mirabile del corpo umano. Ad majorem Dei gloriam (summa summarum).

Teatro anatomico dell’Università di Padova, 1594

II. Bisturi & Pennelli

Illico et immediate, la spectio e il bisturi dei medici si duplicano-raddoppiano nella visione e nel pennello dei pittori. La “lezione di anatomia” ci mette poco a diventare un “genere”, in un’epoca della storia della pittura che aveva i pattern facili (ma in quale epoca della storia dell’arte non è stato così?).

Rembrandt, Lezione di anatomia del Dottor Tulp, 1632

Il più celebre di questi quadri rimane la Lezione di anatomia del Dottor Tulp di Rembrandt (1632).

Al cospetto di un coro di medici (dei quali nel volume in primo piano a destra sono puntualmente registrati i nomi), il primo attore sottopone a dissezione il cadavere dello sventurato criminale Adrian Adrianes detto “Het Kindt”, che era stato condannato a morte e impiccato, se non il giorno stesso, pochi giorni prima (a causa dei problemi di refrigerazione e conservazione dei corpi, le dimostrazioni anatomiche si dovevano fare – come si dice – con la fretta del diavolo). Tulp sta sezionando il braccio sinistro del “Kindt”, per “esibire” nell’intuizione i tendini e la loro mechanè. Nelle analisi standard del dipinto, si insiste sempre molto sulla varietà di espressioni-stati d’animo-emozioni che si colgono nei volti dei discipuli: dalla curiosità alla meraviglia, dallo sgomento a qualche traccia di ribrezzo. Il Seicento – lo si sa – era fissato sulle “passioni”, che da Cartesio in giù si tentò di placare more geometrico. (Chi scrive è invece medusato dal bianco marmoreo del corpo morto).

Ma il dipinto di Rembrandt è solo quello più famoso e gli exempla potrebbero proliferare come metastasi in un’obbrobriosa schlechte Unedlichkeit. Se ne rivedano altri tre, per due motivi e mezzo. 

Sempre dello stesso “maestro della luce”, la meno nota e più tarda – più sgranataLezione di anatomia del dottor Deyman (1656), nella quale l’operazione è decisamente trucida. Con una prospettiva che ricorda l’impossibile Cristo morto del Mantegna (ora completamente dissacrato) – e buco nero senza fondo sull’addome a parte – Deymann sta procedendo a una sezione del cranio, puntando direttamente al cerebro. All’implacabile “oggettivazione”, non sfugge più nemmeno quella che fu già la sede – se non dell’anima ipsa – almeno del nobile hegemonikon. Se Deyman continuasse a cercarvi Psyche è un enigma per storici dell’arte e della medicina.

Rembrandt, Lezione di anatomia del Dottor Deyman, 1656

L’elemento grand guignol, del resto, era nelle cose fin dalla Lezione di anatomia di Wilelm van der Meer, dipinta dal “minore” Michiel Jansz. van Mierevelt nel 1617.

Michiel Jansz. van Mierevelt, Lezione di anatomia di Wilelm van der Meer ,1617

Con la solita banda dei variamente affetti a fare cerchio (potenza dei canoni), il mortuum è apertamente eviscerato come un tonno o un pescespada sul banco del pescivendolo. In questa lectio picta aleggia un elemento che si rivelerà essenziale: la qualità seconda (J. Locke) dell’odore e del cosiddetto “lezzo della putrefazione”. È chiaro che l’interno di un braccio con i suoi tendini puzza decisamente meno di un intestino aperto e forse anche di un cervello. Ma fortunatamente l’emanazione plotinica della “sostanza odorosa” non è possibile vederla con gli occhi e rappresentarla in imagine (un po’ come i colori che non si possono udire e i suoni che non si possono vedere nel terzo argomento dell’enfant terrible della filosofia greca che fu Gorgia di Leontini). Possiamo però  immaginarla benissimo con un paio di “analogie dell’esperienza” non impossibili a eseguirsi.

Jan van Neck, Lezione di anatomia del dottor Federico Ruysch, 1683

Il terzo esempio è la Lezione di anatomia del dottor Federico Ruysch (1683) di Jan van Neck.

La si  riguardi, non tanto perché a essere tagliato è – questa volta letteralmente – ein Kind (e non sfugga l’ironia, forse involontaria, per la quale il bambino vivo in primo piano a destra stringe come J-Joe in versione Halloween uno scheletro di infante), quanto perché la star on stage è quel Federico Ruysch reso immortale dall’“operetta” di Giacomo Leopardi Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie (1824), nella quale – come scriveva Tilgher –  al genio di Recanati è riuscita l’impresa di “far parlare il nulla”. Ma soprattutto perché, alla domanda del Ruysch (“Dunque che cosa è la morte, se non dolore?”), il Morto (che si fa voce della moltitudo dei divenuti niente) risponde: “Piuttosto piacere che altro” e, con ciò, ci dona l’unica speranza che mai si possa sensatamente vagheggiare. Ultima spes, alla lettera, anche qui.

III. Appendicectomia assiologica

La “Lezione di anatomia/1” di Rembrandt è del 1632.

In quello stesso anno, mentre lo stuporoso Tulp incideva il braccio di quello che dopotutto era solo un ladruncolo come tanti, nella stessa città-aperta di Amsterdam, nasceva Spinoza.

Nella devastante Appendice di Ethica, I (1677) – in un passo stranamente poco citato e ricordato – il cadavere balena nel pensiero come la perturbante “testa mozzata” e la spaesante “apparizione bianca” che infestavano il “vuoto niente” dell’uomo nella Filosofia dello spirito jenense di un notturno Hegel, 1805-1806.

Il theatrum anatomicum – già replicatosi in pittorico – si triplica e si fa philosophicum:

“Molti sogliono infatti argomentare così: se ogni cosa è conseguita dalla necessità dell’essenza perfettissima di Dio, allora donde mai sono sorte tante imperfezioni nella natura, come, per esempio, la corruzione delle cose fino alla putrefazione, la bruttezza che muove al vomito, la confusione, il male, il peccato e così via? Ma, come ho appena detto, è facile confutare chi argomenta così: perché la perfezione delle cose non ha da venir valutata che sulla base della loro essenza e potenza, e pertanto esse non sono perfette, oppure imperfette, per il fatto che porgano diletto, oppure rechino offesa, ai sensi degli uomini, o che si accordino con la loro natura, oppure le ripugnino”.

L’Appendice spinoziana si svela come l’“appendicectomia” assiologica che è. Ogni pensare-per-valori viene resecato e asportatosotto le “lenti” delle dimostrazioni. Nella sua distruzione criticadei concetti-valori della “perfezione” e dell’“imperfezione”, dell’“ordine” e della “confusione”, del “buono” e del “cattivo” (del “sano” e del “putrido”-“corrotto”), della “bellezza” e della “bruttezza” come meri “nomi”prodotti dal paria gnoseologico della imaginatio completamente “inadeguata”, il filosofo  sembra singolarmente fissato sul fenomeno della “corruzione” e della “putrefazione” delle cose e dunque – a fortiori – sulle cose morte e sui cadaveri (gli “oggetti puzzolenti” per definitonem). Per gli immaginanti, il binomio “putrido-corrotto” si pone sulla linea sinonimica di ciò che è “cattivo” e per uno che, come Spinoza, aspirava a non pensare a nulla “meno che alla morte” e a meditare solo sulla vita (Ethica, III, 67), l’insistenza sul morto e sulla puzza di carogna è quasi un sintomo. Nondimeno, se il filosofo avesse posato come studente di medicina per una delle tante lectiones dipinte ai suoi tempi, l’espressione del suo volto sarebbe stata comunque ancor più algida di quella dell’anatomista e della sua perplessa gravitas. Posto che, nell’ontologia spinoziana, realtà e perfezione semplicemente coincidono, ogni giudizio di valore/disvalore è cassato a priori. Il cadavere e il fenomeno della putrefazione non è né perfetto né imperfetto, né buono né cattivo ecc. Esso è quello che è e che deve necessariamente essere. Quanto all’“offesa”-“ripugnanza” recata al suo senso dell’olfatto dalle emanationes del cadavere di turno, lo spectator Spinoza si sarebbe piuttosto preoccupato di procurarsi delle foglie di menta o di qualche altra essenza profumata da portarsi alle narici. Dicasi lo stesso per il “vomito” (quanto alla “nausea” metafisica per la “manque” di ragion d’essere delle cose di quel buon diavolo di Sartre, quel “diavolo” (malvagio) di Spinoza l’avrebbe liquidata con modi ancor più bruschi di quelli che assunse infine con l’estenuante Blijenbergh a proposito del malum: pura e semplice insensatezza. La Sostanza, e tutto ciò che ne consegue necessariamente, è – perché . QED).

(Come è noto, la domanda “Cosa può un corpo?” eccitava oltre misura il turgore “affermativo” di Deleuze, le Joyeux, il quale non a caso – nelle lezioni su Spinoza a Vincennes, 1980-1981, che ormai sono leggenda – mostra verso la morte un atteggiamento che, se non è un sintomo di freddezza e crudeltà à la von Masoch, rasenta quantomeno lo snobismo:

“Allora ci tocca di morire! Che significa morire? Perdere le proprie parti componenti. Che schifezza, morire! (…) Che succede con la morte? (…) Quando un individuo muore, le sue parti componenti entrano a far parte del rapporto costitutivo di un altro corpo. E si va a ingrassare i vermi! ‘Ingrassare i vermi significa’: le parti costitutive di un individuo entrano a far parte del rapporto di un altro. I vermi se lo mangiano letteralmente: i suoi corpuscoli divengono parti del rapporto costitutivo dei vermi. Cose che capitano …”.

Viene da pensare al Whitehead “cosmologico” di  Processo e realtà (1929) e alla gran pensata per la quale, quando nel “perpetual perishing” del Tempo una “actual entity” muore, attinge l’“immortalità oggettiva” – ovvero quello stato finale che la rende un dato disponibile per le attività “oggettivanti” di Altri. Dei ditteri, per dirne una…

Per noi, però, rimane saldamente fermo che, alla domanda sulle possibilità di un corpo,  la risposta ultima è solo che un corpo può – anche e in fin dei conti  – “corrompersi” e “putrefarsi” fino a puzzare maledettamente e a far venire da vomitare. Ce n’est pas, Gilles?)

IV. Il cadavere giudicato

Del resto Spinoza (per quanto senza mai scomporsi) e Deleuze (con super-Nietzsche a far da ponte), sono notoriamente pensatori “affermativi”.  Ben altri movimenti di pensiero (nei quali – per i patiti della “contaminazione” – il philosophicum pare mescolarsi all’horror) innesca invece la visione del cadavere in alcuni pensatori “negativi” che appartengono al nostro “canone del peggio”.

Emil M. Cioran, nella sua infanzia o quasi, amava intrattenersi con un becchino e durante il suo Tour de France “privato” in bicicletta per sconfiggere l’insonnia dormiva nei cimiteri. Che cosa aspettarsi, in fin dei conti, da uno che a ventidue anni si era già insediato “al culmine della disperazione” (titolo della sua opera d’esordio, 1934)? Nel saggio Paleontologia (contenuto ne Il funesto demiurgo del 1969) – che è in fondo un’unica divagazione sul tema della “liberazione” – Cioran intesse la trama delle riflessioni occasionate in lui da una visita casuale al Museo di Storia Naturale di Parigi. Assai più del tripudio di scheletri, di crani e di ossa – che invita all’“euforia di un universo ripulito dalla carne” e alla “giubilazione del post-vitam” –  si capisce che è appunto la “carne, cioè la carogna, ciò che ci turba e ci allarma”. Che si tratti di un “processo metafisico” o solo di una “chimica demente”, la nostra paura “aderisce” infatti alla carne. Benché essa sia in fondo “un’impostura, un inganno, un travestimento che non copre niente”, è impossibile non provare al suo cospetto “repulsione” e “terrore”. Nella visione di Cioran, che è la stessa che potrebbe avere un becchino che abbia ricevuto una “infarinatura di metafisica”, la carne – “benché così evidente” – è un’“anomalia”. È qualcosa che “ha tradito la materia” e nella sua “carriera” c’è qualcosa di “anormale”. “Deperibile fino all’indecenza” e alla “demenza”, “non solo è sede di malattie, è essa stessa malattia, incurabile niente, finzione degenerata in calamità”. Più ci si sofferma su di essa e più ci ritrae con “orrore”. Per reggerne la visione non è sufficiente il “coraggio”. Ci vuole quella forma di “cinismo” (superiore) che si incammina, “pietrificandosi”, verso il “minerale”. Eppure, senza tale “ruminazione” sull’“orrendo”, le porte dell’“ascesa” e della “rinuncia” – ovvero del distacco e della liberazione – non si aprono. Solo “avvoltolarsi nell’orrore delle secrezioni” e nella “fisiologia dell’imminente cadavere” ci consente di “scernere in noi l’essenziale”. Perché solo tale meditazione, che non ha nulla di morboso, è infine la rigorosa “metodica” e la “sorvegliata ossessione” di chi sa – come i monaci buddhisti che “frequentavano volentieri i carnai” o il Medioevo in cui “il cadavere andava di moda” – il “beneficio” che si può trarre dal “putrescente” e dall’“orrido”. – Che un saggio successivo della raccolta s’intitoli Il non-liberato è e rimane un-il problema di  (tutto) Cioran.

Affetti negativi (e cioè passioni patite) assolutamente altri da quelli di Spinoza e della sua “acquiescenza” alla Necessità doveva invece suscitare la mise en scène del cadavere in quello spinoziano invertito che fu in fondo Manlio Sgalambro. Il suo essere un giovane patito di questo genere di live ce lo raccontò lui stesso nell’intervista tarda Nell’antro del filosofo (2002), non mancando di mettere a segno una delle formidabili variationes, nelle quali sta e cade (forse) la grandezza del suo pensiero. Il passo va riletto:

“All’Università frequentai vari insegnamenti, anche non strettamente attinenti alla facoltà in cui mi ero iscritto. Spesso andavo a lezioni di biologia, ma certamente il luogo che più ho visitato a quei tempi era l’obitorio: il corpo umano senza vita mi ha sempre incuriosito. Il mio scopo era la ricerca di un’idea dissacrata dell’uomo. Passare tra i cadaveri era la testimonianza del mio materialismo vissuto: volevo vedere il vero significato dell’espressione heidggeriana Sein zum Tode. In quel luogo sono andato oltre la nozione di Heidegger: essere per la morte mi sembrava troppo raffinato. Trovavo più giusto dire essere per essere un cadavere. Il termine ‘morte’ mi pareva troppo romantico, delicato. Possedeva ancora le sembianze di una bella ragazza. Al contrario il cadavere è repellente, verminoso. L’ambiente dello stesso obitorio mi suggeriva questa riflessione, ed ho ancora il ricordo di un addetto che trascinava con sé pezzi di cadavere, aggiustando qua e là carcasse ormai fredde. Qui non c’era più distinzione tra il corpo dell’animale da macello e l’uomo, ed anche i lettini in marmo, dove riposavano i cadaveri, avevano uno scolo per le sierosità che fuoriuscivano dai corpi, simile a quello che si trova nei banconi delle macellerie”.

Aggiornamento heideggeriano a parte – noi siamo per esser morti – è chiaro che der junge Sgalambro “tiene fermo il mortuum” (Hegel) nella sua essenza liquescente e verminosa, che fa francamente schifo anche a una “conoscenza di terzo genere” (“scientia intuitiva”) spinoziana che non sia mero wishful thinking.

Il revenant di questa Bildung obitoriale tornerà a visitare immer wieder il filosofo siciliano solo molto più tardi, in un paio di frammenti de La morte del sole (1982), che sono in uno la perfetta espressione del senso sgalambrico (basso materialistico) del corpo e un grande tributo a Gottfried Benn:

“Corpi che si sfasciano, carni putrefatte, ureteri che sgoccialano, vagine maleodoranti, retti che si svuotano e, tra l’uno e l’altro, l’irrequieto sperma che semina la vita. La pietra che dura più di me, la noia, il dolore, il fetore dell’alito specchio dell’anima … Se volete sapere cos’è tutto questo, leggete Benn, Morgue” (II,9).

(Sgalambro – un benniano, dopotutto? In una lettera a Oelze del 7 giugno 1936, Benn racconta all’amico della micidiale e devastante malattia agli occhi abbattutasi sulla sorella minore: retinite pigmentosa e cataratta (“Porta brevemente alla cecità”). E qui – in rapporto a quello che una volta si chiamò malum physicum – il poeta evoca d’en coup l’“inquietante, maligna, impenetrabile Natura naturans, l’Ens realissimum, l’entelechia, che rifugge dallo sguardo”. Con questo passaggio al metaphysicum, il teologo mancato degli inizi torna prepotentemente in scena. Il suo pensiero bio-negativo (“l’organico non sta sopra l’inorganico, la vita non sta sopra ciò che è inanimato”) compie il primo passo verso quello che Sgalambro chiamerà l’“empietismo come nome ridestato del pessimismo”. Il Deus dell’ontoteologia, ai suoi apici moderni con Cartesio (Ens realissimum), Spinoza (Natura naturans) e Leibniz (Entelechia perfetta e Monade delle monadi), è da ultimo giudicato come inquietante, maligno e impenetrabile e la sua creatio stigmatizzata come una serie di “lanci”, “sforzi” e “scherzi” alla rinfusa. E quando conclude, dicendo che anche il Primo Principio “forse vive sotto costrizione”, il tolemaico Benn evoca la greve ombra di Ananke, la Necessità che su tutto domina e tutto – anche tò thèion – avvince al suo giogo. A parte il fatto che – come si mormora nell’ambiente – il titolo originario de La morte del sole doveva essere “Fini du tout, ovvero esattamente il verso con cui si chiude la lirica di Benn Quaternario, l’idea di Dio come “ente infimo” al centro della teologia dell’empietà non è già, in nuce, tutta qui?).

Il dottor Benn nel suo studio

Subito dopo l’evocazione della multiforme poltiglia cantata in Morgue – con uno dei suoi bruschi rovesciamenti di prospettiva e anticipando forse un pensiero che ritornerà nel detto di Anatol (1990) per cui “con la morte il corpo si libera dell’anima” – Sgalambro approfondisce la qaestio dell’odore del cadavere, che “nella storia delle qualità resta ancora inesplorato”. Se dapprima, con chiara postura avversa a Spinoza, si dice che “il lezzo che accompagna il lento passaggio dell’uomo al suo cadavere colpisce attraverso l’olfatto offeso la sua intatta idea”, qualche riga più avanti la visione si capovolge e si afferma che, in verità, “la putrefazione libera dai limiti dell’anima che imprigiona il corpo e ne distribuisce le quintessenze all’aria” (II,10). Regredendo a una sorta di estasi “vetero-haeckeliana” con tanto di immersione nell’“uno originario” come “uno fisico-chimico”, il pensatore “termodinamico” pare quasi esultare: “La trasformazione è chimica. L’estasi percorre la via degli elementi: idrogeno, ossigeno, carbonio, azoto …”. Con la “chimica della decomposizione come viatico”, è possibile attingere l’ultima èpopteia e vedere “il Dioniso fisico-chimico dove si giacerà in frammenti”. Mossa difensiva e reazione di fuga dopo l’insostenibile scempio dell’obitorio di doc Benn o autentica nostalgia per l’aorgico da cui veniamo e in cui torneremo?

Sia come sia, le petit fait dello Zerfall, dello sfacelo-disintegrazione e – per dirla in grande – della “distruzione come essenza nell’esistenza”, attraversa notoriamente tutta l’opera del “teologo irregolare” M.S., che sovente indulge a immagini di puro e semplice raccapriccio. Come quando, nel trattatello La consolazione (1995), per rendere l’idea che solo “una conoscenza esatta è il presupposto necessario dell’edificazione” e dunque della vera “consolazione”, non trova nulla di più adeguato di un passo de l’Apparecchio della morte (1758) del vescovo e santo cattolico Alfonso Maria de’ Liguori, nel quale la figura del cadavere tocca il climax di un’apoteosi estatica negativa:

“Mira come quel cadavere prima diventa giallo e poi nero. Dopo si fa vedere per tutto il corpo una lanugine bianca e schifosa, e scaturisce un marciume viscoso e puzzolente, che cola per terra. In questa marcia, si genera poi una gran turba di vermi, che si nutrono delle stesse carni. S’aggiungono i topi a far pasto su quel corpo, altri girando da fuori, altri entrando nella bocca e nelle viscere. Cadono a pezzi le guance, le labbra e i capelli … I vermi, dopo aver consumato tutte le carni, si consumano da loro stessi: e finalmente di quel corpo non resta che un fetente scheletro …” (XXXI).

(Wissenschaftliche Übersetzung. Fasi di decomposizione del “resto” umano: stadio “fresco” (fresh stage); stadio “cromatico” (cromatic stage); stadio “enfisematoso” o “gassoso” (bloated stage); stadio colliquativo (decay stage & advanced decay): stadio della “scheletrizzazione” (dry stage). Da aggiungere la turba di agenti “decomponenti” biologici: dai Saprofagi (Sarcophagidae) ai Calliforidi (Calliphoridae): dalla “mosca metallica” verde-bottiglia alle larve apode vermiformi, bianco-giallognole – che inducono a pensare all’entomologia come a una parte esoterica dell’ontologia).

Qui si tocca la cosa innominabile e per noi francamente insostenibile (Georges Bataille escluso). E si trascende al volo la meditatio mortis et vanitatis vecchio stile che, da San Girolamo in giù, non era andata oltre il teschio: l’“inane durevolezza” (Cioran) dell’osso che, oltretutto, come una pura essenza, non puzza. Di fronte alla carne che cola via di San Liguori, la “scientia intuitiva” spinoziana zu Grunde gehet e, con essa, la sua laetitia da ragno contemplante la mosca incollata alla sua tela. Adieu Baruch! A nessuna “linea” o “superficie” – se non a una meccanica assoluta completamente acefala – è più data la potentia di contenere i moti browniani orripilanti di un cadavere che si disgrega.

(Quanto a Sgalambro, nel frattempo, elaborando l’“anatomo-teologia”del suo empietismo, si stava dedicando a dissezionare Dio (il suo concetto) così come si fa con un insetto (occhio per occhio, appunto). Come doveva far cantare a uno strozzatissimo Battiato nell’inascoltabile brano L’esistenza di Dio (1995): “Camice, prego! Signori, anatomia! Presto, bisturi. Klemmen her!”).

V. Sì o no?

Ci sono teste (dire “spiriti” è troppo) nelle quali (come in quella del primo Nietzsche ancora fortunatamente “schopenhaueriano” – Schopenhauer come educatore, 1874), fin dalla loro metafisica della gioventù e sotto la frusta dell’“impulso alla verità”, una sola domanda s’impose come la domanda: “Che valore ha l’esistenza?”. Probabilmente una pessima domanda, secondo certuni. Comunque la loro.

Per le teste fatte così, il cadavere ritrovato (ma non “squisito”) agli albori della modernità scientifica nella sua nuda “oggettività” si svela come un “experimentum crucis” decisivo per la “critica della vita” in quanto “nocciolo razionale del pessimismo” (Sgalambro).

Così, una volta ancora, hic Rhodus, hic saltus.

Nella postura che si mantiene e nel giudizio che si emette gegen il “contro” del corpo morto che si disfa (la nota tesi di Sgalambro sulla verità come il “contro”, autorizza una variatio: vero non è il corpo perfetto del ballerino, ma il cadavere putrefatto che cova in esso), si separano per sempre le vie dell’affermazione e della negazione, del dire di sì e del dire no (alla vita). Del pensiero di chi ha la “critica della vita” nel sangue e di chi della vita, “fin dentro la morte” (come si disse), resterà sempre e comunque un non-deludibile tifoso.

Per tutti i “negativi”, nell’“epoca della Grande Valutazione” (Sgalambro), l’argumentum cadavericum milita invitto dalla parte del “grande no”.

Nel saggio-collage Pessimismo (1943/49) – convocando insieme a molte altre le alte ombre di Buddha, Sofocle e Schopenhauer – Gottfried Benn riconobbe nel pessimismo un principio “antichissimo” e “legittimo” dell’anima. E se il pessimismo esistenziale pare culminare nella “dichiarata tendenza verso la distruzione del germe vitale”, questo è sempre e soltanto perché il meglio sarebbe stato che il germe mortale non avesse conosciuto la sventura dell’Inizio.

Sia chiaro: “non perché si desideri il nulla”, ma perché –  Sgalambro dixit – “fummo messi nella condizione di doverlo desiderare”. 

Perché solo il peggio (v’)è.

William Cheselden impartisce una lezione di anatomia nel teatro anatomico della Barber-Surgeons’ Company di Londra, ca. 1730-40 © Wellcome Library, London

Piercarlo Necchi

(Milano, 1961) si è laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in Filosofia Teoretica. Da quasi quarant’anni insegna Storia e Filosofia al Liceo come docente di ruolo. Prima di approdare alla questione del pessimismo filosofico, i suoi studi hanno riguardato i problemi del tragico, del male e del nulla. Come studioso “pubblico” – oltre alla cura delle prime edizioni italiane di classici minori della storia della filosofia – ha pubblicato alcuni saggi e articoli in volumi collettivi e riviste dedicati ad autori quali: Pascal, Spinoza, Hegel, Schopenhauer, Michelstaedter, Camus, Jankélévitch e Sgalambro. Come “pensatore privato”, lavora da molto tempo al suo "Pessimismus-Opus".

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