Cimiteri del futuro

15/03/2024

Gli oggetti dell’architettura – con la loro mole e pondus, per definizione, site specific – parrebbero i più restii alla smaterializzazione, trasmigrazione spettrale e universale disseminazione che, profetizzava Walter Benjamin nel 1936, la riproduzione fotografica avrebbe assicurato alle altre opere d’arte: così condannandone l’«aura» che, sosteneva, consisteva nell’unione di una distanza materiale e una vicinanza spirituale. Nell’ormai quasi secolo che ci separa da L’opera d’arte nella sua riproducibilità tecnica è successo quasi il contrario: con l’aura di certe immagini che, moltiplicandosi all’infinito, s’è a sua volta ingigantita; anche se a prezzo, si capisce, di un cambiamento di statuto paradossale. L’architettura ha una specificità: la sottrazione di materia e peso operata dalla fotografia la riconsegna alla dimensione virtuale che aveva alle origini del suo percorso. Solo che, mentre nel disegno dell’architetto (o meglio, del pool cui – come ci insegna spesso la storia dei concreti manufatti – essi in effetti si devono) l’opera si colloca nella virtualità del futuro, nella fotografia viene consegnata a quella del passato (la dimensione precipua del regime fotografico che Roland Barthes chiamava «è stato»). Fotografare edifici, in altri termini, significa manipolare il tempo.


CRETTO DI GIBELLINA © Archivio Storico Luce Vittorugo Contino
Il Grande Cretto di Alberto Burri, Gibellina

Lo dice Marco Belpoliti nelle pagine conclusive del bel catalogo della mostra ideata e curata da Chiara Sbarigia, presidente dell’Istituto Luce, con la collaborazione di Dario Dalla Lana, e inscenata nella cornice del più fantascientifico dei musei romani, quello archeologico collocato dal 1997 nell’ex centrale termoelettrica Montemartini, al quartiere Ostiense: dove l’arcaico della statuaria classica allusivamente dialoga con un futuro tecnologico divenuto ormai, a sua volta, passato remoto. Diversi degli otto edifici protagonisti della mostra, come i Seccatoi di Città di Castello e il Gazometro romano a due passi dalla Centrale, scrive Belpoliti, sono in effetti contenitori votati all’«accumulo», di merci o di energia (anche la forza-lavoro industriale del Lingotto di Torino e quella contadina dei Palmenti di Lucania), e quindi sono spazi in primo luogo votati all’uso del tempo: a future distribuzioni e ri-accumulazioni. Se – come indicava una ventina d’anni fa Hugues Fontenas – la loro matrice più o meno prossima è militare, secondo la tipologia del Bunker cioè, questi edifici sono solo temporaneamente «inumani»: anche se gli umani si augurano che il tempo in cui dovrebbero abitarli, cioè il tempo di guerra, non dovranno viverlo mai.

LINGOTTO © Archivio Storico Luce, Fondo Attualità
Veduta parziale dall’alto dello Stabilimento FIAT Lingotto e della pista per il collaudo percorsa da automobili, Torino, 30 marzo 1928

Il concept di Sbarigia è infatti quello dell’inabitazione (più che dell’inabitabilità): come fa notare Dalla Lana, la Tomba Brion di San Vito di Altivole in Veneto (capolavoro di Carlo Scarpa) o a maggior ragione il Grande Cretto di Gibellina in Sicilia (progettato da Alberto Burri negli anni Ottanta, su spinta del visionario sindaco Ludovico Corrao, ma completato solo nel 2015), che sono monumenti funebri, sono luoghi non più abitati, o meglio abitati da chi non c’è più; e lo stesso vale per la chiesa di Curion in Trentino della quale, dopo la costruzione della diga nel ’51, solo il campanile svetta dalle acque; o per l’aristocrazia operaia del Lingotto, del Gazometro, dei Seccatoi e della stessa Montemartini, sostituita dal terziario post-industriale del loisir culturale o presunto tale. Mentre edifici come la Torre Branca (cioè la Torre Littoria realizzata nel 1933 da Gio Ponti a Milano) sono stati concepiti per un popolo a venire (per la verità, nel caso in questione, sintomaticamente implausibile: quel format era destinato ad Arengo per le Adunate del Fascio, ma la misura dell’edificio – quasi 110 metri d’altezza, su Lateranense prescrizione del Duce: cioè appena meno della Madonnina – non avrebbe mai permesso di arringare nessuna Folla Adorante…).

Di questi otto edifici (o, come i Palmenti di Pietragalla in Lucania, complessi di edifici) mostra e catalogo allineano ben quattro classi di immagini. Per prima cosa, foto d’epoca che documentano le fasi della loro ideazione e costruzione (in tre casi su otto entro quel tempo davvero inabitabile, e invece abitatissimo dalla memoria collettiva, che fu il Fascismo), poi immagini che li hanno seguiti nella loro vita pubblica, e che si sono disseminate in forma più o meno virale, come piace dire oggi: cioè, come si diceva, trasformandosi in icone dell’immaginario collettivo. L’idea della mostra, confessa Sbarigia, le è venuta contemplando i fondali di cartapesta di Cinecittà: «architetture temporanee» o villaggi Potëmkin in effetti mai abitati, ma milioni di volte virtualmente vissuti dagli spettatori dei film che li hanno impiegati.


GAZOMETRO © Archivio storico Italgas-Heritage Lab, Fondo fotografico.
Il Gazometro (gasometro n. 4), Roma, secondo quarto del XX secolo

Esemplare il caso del Gazometro di Roma, che già nel ’61 – quando sul suo sfondo monumentale Paolo Di Paolo ritrae, in non meno monumentale profilo, Pier Paolo Pasolini in un celebre “servizio” realizzato al quartiere Testaccio –, cioè quando la struttura è ancora operativa nella sua funzione originaria, è divenuto l’icona di sé stesso (come poi sarà in una panoplia di prodotti audiovisivi a venire). Bellissima la foto di Gabriele Basilico che nei Seccatoi di Città di Castello, dopo essere stati adibiti a spazio museale da Alberto Burri, ritrae quest’ultimo che microscopico fa capolino da una porta (a restituire la misura ciclopica dell’edificio, alla maniera di Piranesi, ma anche ad allusiva “moralità” della grandezza metatemporale dell’opera rispetto alla contingenza umana di chi al momento la “abiti”); o quella di Steve McCurry che, all’interno di una delle ieratiche “navate” nelle quali Burri ha trasformato gli stabilimenti, quasi surrealisticamente coglie una non meno ciclopica, o meglio pantagruelica, tavolata per sessanta commensali (allestita per chissà quale faraonico struscio di vernice d’arte). Da tempo iconiche quelle di Vittorugo Contino al Grande Cretto, o di Guido Guidi alla Tomba Brion.


EX SECCATOI DEL TABACCO, Silvia Camporesi, Seccatoi (Città di Castello), #1, 2023

C’è poi una terza fascia di fotografie, commissionate per l’occasione ad artisti di oggi, e cioè a Francesco Jodice e a Silvia Camporesi: assai eleganti per esempio, nella loro quasi-astrazione, le immagini di quest’ultima dei Seccatoi di oggi. Ma non me ne vogliano i loro autori se spendo qualche parola in più per una quarta serie di “immagini”, che nel catalogo accompagnano quelle fotografiche: cioè per i testi letterari richiesti a otto scrittori originari delle terre raffigurate (cioè, da Nord a Sud, Francesca Melandri, Tiziano Scarpa, Gianni Biondillo, Andrea Canobbio, Filippo Timi, Edoardo Albinati, Andrea Di Consoli e Stefania Auci; peccato per l’esclusivo appannaggio dato alla narrativa: quando poeti come Emilio Isgrò, Marilena Renda e Sara Ventroni sono i protagonisti della fortuna letteraria recente di alcuni di questi luoghi…). La scrittura infatti, per sua natura, “ricarica” di nuovo in avanti la macchina del tempo della fotografia, e ci fa immaginare come questi luoghi non più abitati possano esserlo di nuovo a venire. Uno scrittore come Giorgio Manganelli s’innamorò di un grande (anche se oggi colpevolmente dimenticato) protagonista dell’architettura postmoderna, Bernard Rudofsky (citato però da Dalla Lana), associando alla sua «architettura spontanea» l’idea di uno spazio adibito a sognare. Nelle case standardizzate che concretamente abitiamo, diceva Manganelli, «ci si sogna male»; mentre le non-più o non ancora-case catalogate negli anni Settanta da Rudofsky (come i Trulli di Alberobello o «le stupende case dei Dogon, questi “selvaggi” che trattano la casa non come un oggetto, ma come un essere») hanno una funzione «segreta, magica e onirica». Mi ci ha fatto pensare Tiziano Scarpa, autore del testo più bello in catalogo, quello dedicato alla Tomba Brion in un angolo della quale ha voluto seppellirsi lo stesso artefice, il suo solo omonimo Carlo Scarpa. Ricordando anche quanto ne scriveva Vitaliano Trevisan in uno dei suoi ultimi testi, Il delirio del particolare, ci dice Scarpa che nel pensare al Tempo, come una Tomba non può non indurci a fare, scopriamo di «abitare un cimitero»: perché lo spazio che percorriamo tutti i giorni è stato costruito da chi oggi non c’è più, in un passato più o meno remoto. Eppure chi concepiva e realizzava quei luoghi pensava al loro futuro, cioè al nostro presente. Altrettanto, allora, tocca fare a noi.

Architetture inabitabili
a cura di Chiara Sbarigia con Dario Dalla Lana
Roma, Musei Capitolini alla Centrale Montemartini
Fino al 5 maggio 2024

catalogo Archivio Luce Cinecittà – Marsilio
245 pp. ill. col., € 38

Una versione più breve di questo articolo è uscita sul «Giornale dell’Arte»

Andrea Cortellessa

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.

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