Marion Baruch, ‘de l’humain connecté’

Poliestere, cotone e viscosa, cashmere e raso, spugna e seta: i tessuti dei lavori di Marion Baruch accolgono gli spettatori nelle sale di Viasaterna, che all’artista dedica una mostra personale fino al 22 marzo prossimo. Vale la pena entrare nella galleria milanese e lasciarsi accompagnare dalle opere, una ventina in tutto, in un viaggio nell’interiorità e nel fare artistico, poetico e profondo come solo quello di una persona con una vita lunghissima può essere; Baruch è nata nel 1929 e l’età non è che un numero, tenuto conto che nel suo nuovo studio continua a immaginare, creare, pensare mondi. Il suo è un universo dove i linguaggi più diversi sono complementari, tanto più che nel corso di settant’anni di attività si è dedicata alla performance, al design e alla scultura, per poi cominciare a sperimentare con i residui tessili a partire dal 2012: Viasaterna ha raccolto i lavori di questa fase in un’esposizione bella e vera, quasi un sogno ad occhi aperti.

Marion Baruch, De l’humain connecté, 2018 © Marion Baruch, courtesy Viasaterna

Ecco allora che, all’ingresso, De l’humain connecté è fin da subito una dichiarazione d’intenti. Sottile come una tela di ragno, leggera come l’aria, sembra quasi si consumi in un soffio eppure resta lì, nero su bianco, il tessuto che prende vita grazie ai vuoti, e non ai pieni; per questa come per le altre opere, Marion Baruch ha salvato gli scarti di lavorazione che le ditte di confezione normalmente gettano via e, con occhi sapienti, ne ha ridefinito la forma e la composizione, dando linfa nuova a ciascun brandello grazie al soffio vitale e magico di chi è un artista. Del resto Baruch lo ha dichiarato molte volte in altrettante interviste, su Flash Art per esempio: quando sceglie i tessuti al negativo che diventeranno ben presto Segnali di vita urbana, Natura e linguaggio o Senza parole, significa che ne ha colto le potenzialità per disegnare uno spazio tra pieno e vuoto, presenza e assenza. Uno spazio, insomma, che alla materialità unisce l’immateriale.

Particolarmente interessanti sono i lavori del 2023; per le difficoltà legate alla salute, l’artista ha guidato la nipote Beatrice e i collaboratori nell’assemblaggio di opere come Una storia che si ripete e Un termometro in ogni casa, a significare che il vero miracolo ha luogo quando la vista interiore – il disegno interno, diceva Federico Zuccari nel Cinquecento – incontra quella esterna, qui grazie all’aiuto di qualcun altro. Sempre dello scorso anno è Oranjegekte, Follia Arancione!, a livello visuale forse il lavoro più potente in mostra, con il titolo in omaggio agli abitanti dei Paesi Bassi, che il 30 aprile di ogni anno si vestono di questo colore per festeggiare la loro regina. Sì, per Marion Baruch è molto importante la scelta del nome per ciascuna delle sue opere: si tratta di titoli brevi, che hanno il gusto della sintesi senza smettere di essere profondi, quasi fossero haiku senza cui i Meccanismi di precisione per sculture o Cleopatra non potrebbero esistere.

Marion Baruch, Oranjegekte, Follia Arancione!, 2023 © Marion Baruch, courtesy Viasaterna and Galerie Urs Meile, photo Carola Merello

Del resto, le infinite possibilità del linguaggio affascinano Baruch dal giorno zero; sarà perché, essendo cresciuta in una Timișoara di coesistenza e convivenze, incontri e scontri di etnie e culture ha colto l’urgenza di parlare due, tre, quattro lingue per affermarsi e autodeterminare sé stessa rispetto agli altri e al mondo. Bird e Schwerkraft per lei non sono parole esotiche, ma un esperanto che, in fondo, non deve ribadire da dove viene per essere compreso: come nel caleidoscopio di popoli e persone dei libri di Gregor Von Rezzori, nella Bucovina non lontana da dove Baruch è nata, in cui tutti si capiscono alla perfezione anche se mescolano il rumeno al tedesco, l’ungherese al turco e chi più ne ha più ne metta. Nel suo peregrinare dalla Romania al Medio Oriente e poi in Italia, a Parigi e a Gallarate, Marion Baruch si è espressa in tante lingue ma soprattutto in una – quella dell’arte, che è universale e oltre ogni traducibilità.

Marion Baruch, Schwerkraft, 2018 © Marion Baruch, courtesy Viasaterna and Galerie Urs Meile, photo Carola Merello

Peraltro un linea di filo, o meglio di tessuto, collega Baruch alle sue origini, alla sua ricerca e alle “isole” dove si è mossa continuamente fino a ora: da che la famiglia del nonno commerciava filati ai tempi dell’Austria-Ungheria, lei si è trovata a lavorare con gli scampoli tessili nel cuore della Lombardia dell’industria serica e del prêt-à-porter. In mezzo ci sono gli anni Settanta dell’Abito-Contenitore, che a ben vedere già portava avanti la riflessione su corporeità e smaterializzazione del corpo, pienezza di un involucro e svuotamento, un valore aggiunto anziché una sottrazione; vent’anni più tardi Marion Baruch avrebbe fondato Name Diffusion, un gruppo che prende forma in Francia e si occupa di progettazione e arte partecipata, si interroga sul quotidiano delle comunità parigine, sans-papiers compresi, e le coinvolge in performance collettive. “Mi sento di casa ovunque e con chiunque” dice l’artista, e crederle non potrebbe essere più semplice.

Marion Baruch, Cleopatra, 2018 © Marion Baruch, courtesy Viasaterna

Nell’ultimo decennio, le opere di Baruch sono diventate protagoniste di mostre che fanno onore a lei e alla sua arte. La stessa Viasaterna espone nel 2018 i suoi lavori in dialogo con quelli di Alessandro Teoldi, e a seguire una prima retrospettiva si muove tra i musei di Lucerna, Tolosa e Bucarest per poi approdare al MA*GA di Gallarate; due anni fa una sua personale debuttava a Tel Aviv grazie alla collaborazione dell’Istituto di Cultura Italiana locale con le gallerie Urs Meile, Sommer e Anne-Sarah Bénichou. È del 2023 la vittoria del Premio Lissone con Bridging the Gap, un’opera che “nelle sue forme ci obbliga ad immaginare ciò che non è più presente, ma che la nostra sensibilità riattiva attraverso la memoria” – così scrive la commissione che ha premiato Marion Baruch. Non è una riscoperta: lei c’è sempre stata, ha sempre costruito, ha sempre immaginato. Spettatrice attiva e consapevole di quel grande teatro che è il mondo.

Marion Baruch
Viasaterna, Milano
fino al 22 marzo 2024

Francesco Damiano Desantis

(Como, 1996) è ricercatore culturale; si forma all’Accademia di Brera con Rachele Ferrario e in seguito Federico Ferrari, con cui discute una tesi di ricerca sulla metodologia critica di Harald Szeemann. Si occupa di cultura visuale dei paesi dell’Europa centrale e sud-orientale, cercando di indagarne le narrative identitarie e l’espressione artistica da un punto di vista post-totalitario e postcoloniale.

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