Le tentazioni dell’abisso

11/03/2024

Un corpo che si getta, teso, nell’aria. Un attimo senza gravità, che interrompe il tempo quotidiano e sospende i ritmi di una stradina fra le case e i giardini di Fontenay-aux-Roses, ai bordi sonnolenti di Parigi; è autunno, c’è solo un ciclista che si allontana, ignaro. Tocca a Saut dans le vide (1960) di Yves Klein, un’opera ancora meravigliosa, infinitamente generatrice di pensieri e di continuo stupore, fornire nelle pagine brevi dell’Avant-propos la chiave di accesso alla riflessione critica, che è anche un appassionante racconto, proposta da Michael Jakob nel suo Leçons de vertige. Un libro di elegante e mai compiaciuta erudizione, un’avventura e un viaggio – non è certo un caso che all’origine del titolo di questo volume ci sia (anche) il Jules Verne del Viaggio al centro della terra – che in parole e visioni accompagna il lettore dans les failles de la subjectivité.

Yves Klein, Saut dans le vide, 1960, photo Harry Shunk e János Kender

Inaugurale movimento di un progetto ambizioso con cui l’autore, studioso di letterature comparate, estetica e teoria del paesaggio, si propone di interrogare le interruzioni e gli scuotimenti della “costruzione permanente del soggetto” disegnando tre traiettorie, diverse ma non del tutto distinte, dello sguardo e, quindi, della teoria, Leçons de vertige è, nelle intenzioni e alla prova dei fatti, uno studio liminare. Uno scandaglio che privilegia i bordi e le fratture, che nella posizione dominante di chi guarda dall’alto verso il basso (è appunto questo il punto di vista adottato in questo saggio, il primo, si è detto, di una trilogia in cui, è questa la promessa, verranno presi in esame anche lo sguardo “di sotto in su” e l’intreccio, egualmente vertiginoso, tra il desiderio dell’altro e il desiderio della conoscenza assoluta) riconosce l’occasione, variamente ricercata, di uno smarrimento, di una perdita e di un decentramento che creano movimento e feconda incertezza. Un capogiro, una vertigine che insieme spaventa e attrae – l’ossimoro e l’antinomia sono figure ricorrenti in questo testo, ricco di riferimenti eppure libero da ogni gravità accademica – di cui Jakob analizza documenti e fenomenologie, scritture e immagini restituendo soggettività e storicità all’esperienza: che è sempre singola, irripetibile eppure situata, implicata nelle trame e nei turbamenti di un’epoca, messa comunque in consapevole forma.

Senza seguire un percorso lineare – è questa davvero, nel senso migliore, una raccolta di lezioni, dove pure si rintracciano i fili, comunque discontinui, della storia – l’autore mette a fuoco attraverso testi noti e meno noti la capacità produttiva della vertigine che, al pari del labirinto, è “metafora assoluta” che si mostra attiva ed efficace in ogni tempo, nel pensiero di Platone e nella riflessione di Rousseau, nel breve scritto in cui Benjamin ha riportato un labirintico sogno fatto nel 1938 come nella lettera che Petrarca ha dedicato alla scalata del Mont Ventoux,  testo dal quale nessun liceale può sfuggire.

A intrecciarsi con il “panico voluttuoso” della vertigine di cui Roger Caillois scriveva nel suo Les Jeux et les hommes. Les masques et le vertige (1967), saggio che Pier Aldo Rovatti ha ben definito “un’isola precaria”, è naturalmente il tema (la questione, l’interrogazione) del sublime, di cui Jakob ci mostra la natura inquieta mettendo a reagire le tesi di Bürke e di Kant con ulteriori, meno scontate, voci e posizioni che contribuiscono insieme a moltiplicare, complicare i punti di vista.

Francisco Goya, El pelele, 1791-92 © Museo National del Prado, Madrid

E in effetti credo sia proprio questo l’autentico movente del saggio: mettere in discussione la possibilità ordinatrice dello sguardo, evidenziare la precarietà del potere scopico esercitato dal soggetto sulla natura così come sulla città – nel suo saggio precedente, Le origini tecnologiche del paesaggio (LetteraVentidue 2022) Jakob ha dedicato un capitolo proprio alla vertige de la ville moderne – valorizzando una complessità che nasce dal limite, da una “negatività creatrice” che mette a rischio il soggetto distogliendolo da una centralità ostinatamente rivendicata, da una frontalità agonistica che impone spazi e coordinate stabili. In questa mobile prospettiva, il confronto con l’arte è necessario e costante e nelle lezioni di Jakob trovano spazio le immagini del diluvio, origine e fine del mondo interpretato con sensibilità discorde nelle opere di Dürer e di Leonardo, così come è nel dipinto El pelele (1791-1792) di Francisco Goya che l’autore riconosce l’icona di un tempo che sta precipitando nell’incertezza. A confortarlo in questa lettura è Victor Stoichita, che nel saggio L’ultimo carnevale. Goya, de Sade e il mondo alla rovescia (2002) aveva sottolineato come l’immaginario della vertigine in questa esemplare opera di Goya si manifestasse proprio attraverso la caduta. Ed è invece al seminale L’invenzione del quadro (1993) dello stesso Stoichita, storico dell’arte sicuramente vicino al progetto di Jakob, che è possibile ricondurre l’analisi della celebre Madonna del Cancelliere Rolin di Van Eyke, un dipinto su tavola di cui le Leçons de vertige evidenziano la successione larvatamente distonica dei piani: una costruzione visiva tanto sapiente quanto destabilizzante in cui s’insinua la presenza di uno sbilenco autoritratto dell’artista, una versione “laterale” di quel potente autoritratto col turbante rosso che Horst Bredekamp ha eletto come esempio di immagine che ci guarda.

Caspar David Friedrich, Der Mönch am Meer, 1808-10, Alte Nationalgalerie, Berlino

Più ovvio, ma davvero ineludibile, il riferimento alla pittura, non a caso per Goethe insopportabile, di Caspar David Friedrich: provare, vincere, creare la vertigine è quanto fanno le tre opere (Viandante sul mare di nebbia, 1818; Le bianche scogliere di Rügen, 1818; Monaco in riva al mare 1808-1810) di cui con cura ecfrastica l’autore ci offre una lettura che, senza allontanarsi dai dati della storia dell’arte, apre a significati ulteriori, dando al testo visivo un’intensità perturbante di visione. Del resto, che attraverso la chiave della vertigine sia possibile accedere a una parte significativa delle ricerche dell’arte tra Otto e Novecento è fin troppo evidente; e sono tante, persino tantissime, le altre opere che avrebbero potuto trovare posto in queste lezioni, anche volendo privilegiare esclusivamente quello sguardo “dall’alto in basso” al quale il libro è dedicato. Attitudine, questa, spesso visualizzata attraverso la rappresentazione di una figura di spalle: genere iconografico di cui ha ripercorso declinazioni e significati Eleonora Marangoni nel volume Viceversa. Il mondo di spalle (Johan & Levi 2020).

Più che segnalare tra le opere selezionate da Jakob assenze clamorose e presenze altrettanto sorprendenti, va qui sottolineato come lo studioso abbia saputo muoversi senza improvvisazione tra cronologie e pratiche artistiche sicuramente distanti – i dipinti parigini di Edvard Munch, i manga di Tsutomu Nihei, le installazioni di James Turrell… – riconoscendo ogni volta il manifestarsi di una rottura e quindi di una vertigine, il sospetto di una irrimediabile precarietà, la parzialità comunque coraggiosa di un soggetto che, non senza piacere, si lascia attraversare dal turbamento. Perché lo smarrimento fisico e psichico, lo squilibrio che fa girare la testa, genera in ogni tempo e in ogni cultura, in ogni specie persino, un godimento peculiare e vorticoso che si esprime nell’arte e nel gioco, nell’architettura e nel cinema. A questo impulso vertiginoso, che conduce precipitosamente “a una specie di spasmo, di trance o smarrimento che annulla la realtà”, Roger Caillos ha dato il nome greco di ilinx, gorgo, da cui ilingos. Vertigine, appunto.

Michael Jakob
Leçons de vertige
MētisPresses, 2023
240 pp. ill. col., CHf 32

Stefania Zuliani

(1968) è docente di Teoria della critica d’arte e di Teoria del museo e delle esposizioni in età contemporanea all’Università di Salerno. Da sempre attenta al contributo che le scritture dei poeti e degli artisti offrono al dibattito critico contemporaneo, negli ultimi decenni ha orientato la sua riflessione all’analisi delle dinamiche che caratterizzano il Global Art World occupandosi in particolare delle relazioni che legano la produzione artistica e critica alla forma-museo e al sistema espositivo. Su questi temi ha pubblicato numerosi saggi e volumi e organizzato convegni e seminari internazionali. Giornalisti pubblicista e critico d’arte, ha curato mostre e cataloghi. Dal 2018 fa parte del comitato scientifico della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma.

English
Go toTop