Riprendere il filo. Marcello Maloberti con Maria Lai

07/03/2024

Dislocare, inciampare, sradicare: sono tutti verbi che indicano uno spostamento, un attraversamento, un cambiamento temporaneo o definitivo, intenzionale o meno, i cui esiti si rintracciano nel corpo e nell’anima dell’individuo e del tessuto sociale.

La poetica di Maria Lai (1919-2013) ha in comune con quella di Marcello Maloberti (1966) il primato del gesto, del segno e anche della dislocazione. Entrambi hanno diviso la loro vita tra il piccolo paese di provincia in cui sono nati (Ulassai e Casalpusterlengo) e la grande città in cui hanno deciso di vivere (Roma e Milano). Questo transito fisico e sentimentale conferisce alle loro opere leggerezza e impalpabilità; eppure i loro corpi, nonostante appaiano così diversi, sono solidi e ben piantati a terra.

Per quanto siano artisti che appartengano a generazioni differenti, le loro strade si sono incrociate ufficialmente quando nel 2019, in occasione del centenario della nascita di Maria Lai, la Fondazione di Sardegna e la Fondazione Stazione dell’arte hanno commissionato a Marcello Maloberti un’opera che potesse ricordare e omaggiare l’artista di Ulassai. E il progetto, come la vita, ha assunto così le caratteristiche della dislocazione temporale e fisica tra la città e il paese: in giugno, durante l’apertura della mostra Maria Lai. Tenendo per mano il sole al MAXXI, due addetti alla sicurezza hanno sorretto il cartello stradale con la scritta Ulassai per due giorni consecutivi. Il segnale – per volontà ovviamente di Maloberti – era stato sradicato dal luogo di origine e portato nella capitale con tanto di terriccio e asfalto autoctono; per chi si aggirava tra le sale del museo e all’improvviso se lo ritrovava davanti l’effetto era quello di una vera e propria «sbandata geografica» (Davide Mariani).

È l’antefatto di quanto avverrà qualche mese dopo a Ulassai. In settembre Maloberti ritorna difatti sull’isola e organizza la performance corale in onore di quell’artista che, con Legarsi alla montagna nel 1981, aveva realizzato la prima opera di arte relazionale e partecipata in Italia. L’opera era pensata in risposta a una committenza pubblica di carattere celebrativo: il piccolo comune di Ulassai aveva invero commissionato all’artista nativa, ma ormai residente in continente da diversi anni, il tradizionale monumento ai Caduti della Guerra da collocare al centro del paese. Maria Lai tradisce però le attese e sostituisce la durezza e la concretezza della materia con l’impalpabilità e la fluidità della narrazione. Ulassai è un piccolo paese, abitato soprattutto da pastori, incastonato tra le rocce in un paesaggio in cui la natura regna sovrana. Il rapporto tra la montagna e gli abitanti è di rispetto ma anche di timore: da quando in particolare si racconta che nel lontano 1861 un costone si staccò e crollò sopra una casa, distruggendola. Morirono tre bambine ma una quarta si salvò: tra le mani teneva un nastro celeste, e per seguirlo era uscita dall’abitazione qualche istante prima della tragedia. Timore e diffidenza sembrano gli stessi sentimenti che legano gli abitanti tra loro, a più d’un secolo dall’accaduto. Così Maria Lai recuperava una storia comune e intorno a quella tesseva i fili dell’incontro all’interno delle comunità.

La performance è storia: l’8 settembre ventisette chilometri di nastro azzurro vennero tagliati, i pezzetti ricavati vennero distribuiti il giorno successivo cosicché quello seguente una processione laica prese forma tra le vie del paese: il filo spezzato tornò a unirsi grazie agli abitanti che lo legarono a porte, finestre e terrazze di case, nonché ai loro corpi quando nella fase finale della performance, il filo celeste fu fatto salire sulla montagna che così, simbolicamente, venne a riconnettersi con gli uomini, le donne, le bambine e i bambini di Ulassai. Fu una grande festa.

E proprio la festa è l’anima di CIRCUS, il campeggio itinerante realizzato da Marcello Maloberti che da ormai diversi anni attraversa l’Italia e l’Europa (Imola, Palermo, Salonicco sono state solo alcune delle città in cui è stato installato): Ulassai è la sua prossima tappa. In questa circostanza non il nastro celeste, ma un lungo drappo a quadri bianchi e rossi – come un dragone – è stato portato a mano dagli abitanti tra le strade del paese, e di nuovo un lungo corteo ha così preso vita. Intanto il cartello stradale che era stato portato a Roma, alla mostra al MAXXI, è rientrato a casa e deve essere ora ricollocato. I cittadini, arrivati alle pendici dei Tacchi d’Ogliastra, lo piantano di nuovo a terra: ha l’aspetto di una bandiera. Ritornati verso il centro del Paese, dove ha sede un’altra opera di Maria Lai, Il volo del gioco dell’oca, la festa ha allora inizio intorno al tendone tutto specchi, colori e musica di CIRCUS. L’erranza, la contingenza, la marginalità, l’ebbrezza, la parola, il corpo e la danza: sono gli aspetti che rendono questa opera un esempio di poetica dell’incontro in un mondo che della provvisorietà ha fatto la sua forma di esistenza più stabile.

Cuore mio è il racconto di questa storia corale con immagini e testi di Bartolomeo Pietromarchi e Davide Mariani. Chiude il libro un’intensa e lunga intervista di Marina Pugliese e Andrea Lissoni a Marcello Maloberti che, oltre ogni critica e commento, svela il tempo invisibile di ogni forma.

Marcello Maloberti
Cuore mio
Treccani Arte, 2023
200 pp. ill col., € 35

Serena Carbone

(1981) si occupa di storia e critica d’arte contemporanea, con particolare riguardo alla relazione che intercorre tra arte, storia e società. PhD in Studi Culturali Europei, è autrice del libro “Marcel Broodthaers. Poetiche dell’ombra” (Mimesis 2018). Ha curato la mostra “No, Oreste, No. Diari da un archivio impossibile” al MAMbo con la relativa pubblicazione (2019) e insegna presso la Fondazione Accademia Internazionale di Imola. Ha scritto saggi e articoli su diverse riviste di settore, collabora con il quotidiano “il manifesto”.

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