Glanz

06/03/2024

Quest’anno in una serie di seminari si discuterà un breve testo di Lacan, Le phénomène lacanien, ancora inedito, che ha la particolarità alquanto straordinaria di essere, da parte di Lacan stesso, una sorta di Abstract del proprio pensiero. Quasi come fosse una voce d’Enciclopedia.
Intervengo qui su un aspetto di questa summa lacaniana, quello del primato del significante nell’inconscio.

Che cosa è il significante lacaniano?

Tutti conoscono la proposizione considerata basilare di tutta la dottrina lacaniana: l’inconscio è strutturato come un linguaggio. Affermazione molto più complessa, drammatica, discutibile di quanto non si pensi leggendo tanti sussidiari lacaniani.

Mi soffermerò su un paragrafo del testo in cui Lacan porta un esempio, tratto da Freud, di analisi attraverso il significante.

Evocherò semplicemente quel che Freud ci porta in un caso su quel che è considerato stigmate di perversione. Il Glanz auf der Nase, il brillio sul naso, eccita in modo particolare un feticista di cui ci parla. Se ne trova l’interpretazione, è nel glance at the nose che era la lingua parlata dal bambino piccolo alla nascita. Voglio dire poco dopo la sua nascita, quando ha cominciato ad essere preso, appunto, nella lingua dei suoi genitori. Il to glance, guardare, è diventato un Glanz, un brillare, una lucentezza. Ecco di cosa Freud rende responsabile il feticismo del soggetto in questione.

Riporteremo solo più in là la citazione di Freud a cui si riferisce Lacan.

Lacan porta questo esempio per mostrare che “è al livello de lalangue che porta l’interpretazione” analitica. (Non traduco lalangue con lalingua perché si perde la lallazione infantile di ‘la-la’, che interessava Lacan.) Penso però che abbia scelto qui di portare un esempio che gli si potrebbe ritorcere contro. Ovvero, contro l’idea che l’interpretazione si fondi sull’arbitrarietà del segno, come la chiamò de Saussure. L’arbitrarietà consiste nel fatto che i significanti non hanno alcuna analogia con i loro significati, ovvero, molto semplicemente, che il suono italiano bue con ha alcuna rassomiglianza con l’animale bue. Da qui quella che chiamerei una prepotente autonomia del significante. Così, per esempio, l’italiano porta (terza persona del verbo portare) e l’italiano porta (l’oggetto) hanno suoni identici ma significati completamente diversi. Analogamente, il tedesco Glanz e l’inglese glance si assomigliano tra loro per il suono, non si assomigliano certo il brillio e lo sguardo. Ma è vero?…

Guarda caso, lo stesso Lacan aveva messo in relazione il brillio e lo sguardo, e in modo particolarmente brillante direi. Nel senso che lo sguardo dell’altro appare come brillio a chi è guardato, e il brillio appare sguardo dell’altro. Ne parla nel seminario del 4 marzo 1964[1].

Qui egli narra un aneddoto personale, di quando ventenne decise di condividere in Bretagna la vita di pescatori poveri e i loro “rischi e pericoli”. Mentre sta in una fragile barchetta con Petit-Jean il pescatore, in un giorno in cui il tempo è buono, una scatoletta di sardine brilla al sole.

Petit-Jean gli dice:

«La vedi, quella scatola? La vedi davvero? Bene, lei, quella là non ti vede!». Lui trovava molto divertente quel piccolo episodio, io molto di meno. Mi sono chiesto perché io lo trovassi meno divertente.

Non mi dilungherò qui sull’elaborazione di Lacan a proposito di quell’episodio, che riguarda la funzione dello sguardo come oggetto di desiderio, la pittura, ecc. Dirò solo che il giovane Lacan non gradì la battuta perché si rendeva conto che lui “faceva macchia nel quadro”, che insomma, in quel mondo duro e penoso, lui studente parigino c’entrava – diremmo in italiano – come i cavoli a merenda. Come era derisoria, direi, quella scatoletta di sardine immagino già consumate. Insomma, il giovane Lacan “faceva una figura”, anche se bisogna vedere se faceva una bella o una brutta figura. Il brillio della scatola la faceva apparire come uno sguardo che però non vede Lacan se non come macchia nel paesaggio. Lacan voleva entrare nella vita dei pescatori poveri, ma “non c’entrava”. Insomma, qui Lacan mette in relazione lo sguardo come brillio con la macchia, che si sottrae allo sguardo. E del resto, al centro dell’occhio da cui ci sentiamo guardati, non c’è la pupilla, ovvero un buco, una macchia per noi?

Ma allora, la risonanza tra Glanz e glance non è una faccenda di puro significante: Freud vi coglie un’implicazione di senso. Il che del resto è vero per quasi tutte le battute di spirito, anche per quelle lacaniane. Si prenda il gioco tra “les noms du père” (i nomi del padre) e “les non dupes errent” (quelli non turlupinati errano) che si pronunciano allo stesso modo: Lacan gioca proprio sull’implicazione di senso tra le due espressioni omofone. È prestidigitazione col significante: rassomiglianze fonetiche superficiali sembrano rivelarsi invece profonde corrispondenze di senso.

Si prenda, tra i tanti consigli faceti dati da Umberto Eco agli studenti, la frase: “Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi”[2]. Il lavoro sul significante qui ci fa ridere perché porta a una sorta di auto-contraddizione della virtuosa esortazione a scrivere senza artifici. Ma il gioco funziona perché abbiamo ben chiaro il senso di “allitterazione”.

Del resto, è quel che accade sempre in poesia. Il gioco poetico si basa su una sorta di magica sospensione dell’arbitrarietà del segno in senso saussuriano: si fa come se il significante in sé implicasse senso – il suono bue apparirà allora come il vero bue – e come se il senso si trovasse da sé sempre il proprio significante, come voleva Platone nel Cratilo. Stessa cosa tra Glanz e glance. Del resto il tedesco ha anche glitzern, luccichio, che ha generato il glitz inglese, sfarzo un po’ pacchiano.

Non voglio dire che per Lacan l’inconscio è poetico. Ma certamente la poesia opera una trasgressione continua della sbarra tra significante e significato, una trasgressione possibile solo entro una lingua determinata. Da qui l’idea lacaniana che ogni inconscio sia legato a una lingua particolare. Ma abbiamo visto che non è il caso della relazione sguardo-brillanza. Cosa evidente se passiamo all’arte figurativa, che non fa uso della lingua.

La perla di Vermeer

Un corto-circuito tra sguardo, occhio e brillio avviene nel celeberrimo Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer. Credo che ormai questo quadro abbia sostituito La gioconda di Leonardo come paradigma della pittura occidentale. Insomma, se Duchamp tornasse tra noi, metterebbe i baffi alla ragazza di Vermeer. Questo scivolamento di paradigma è dovuto probabilmente a una perdita di fascino della pittura italiana del Rinascimento, troppo idealizzante e formale, a tutto vantaggio della pittura fiamminga-olandese, più “creaturale” suol dirsi, più attenta all’ambientazione realista.

In questa hit parade dei dipinti più venerati metterei poi Les demoiselles d’Avignon di Picasso come quadro-emblema della modernità. Tratto comune a tutti questi iper-classici: c’è sempre qualche donna che ci guarda. Che guarda noi, spettatori. Mi chiedo anzi se non sia questo lo scopo ultimo, recondito, latente di tutta la pittura detta occidentale: farci guardare da una giovane donna nel modo più ambiguo.

Il quadro di Vermeer è quel che veniva chiamato un tronie, ovvero non un ritratto di una persona definita ma un’invenzione espressiva, l’esagerazione di un tipo. La ragazza, vestita con un turbante e un costume “turchi”, ci guarda di sottecchi, in un’incertezza tra il timore e l’interlocuzione. Ma noi moderni siamo colpiti soprattutto dalla perla brillante, che rivaleggia col luccichio dei suoi occhi. Come se la travestita da turca avesse tre occhi. Qui, lo scintillio della cosa che capta lo sguardo tende quasi a sovrapporsi allo scintillio dello sguardo stesso, glance e Glanz si accostano quasi a sovrapporsi. Lo sguardo della ragazza brilla e il brillio della perla ci guarda.

Dapprima quel quadro veniva chiamato La ragazza col turbante, solo di recente la critica d’arte si è lasciata affascinare dall’orecchino perlaceo e il nome del dipinto è cambiato. È la nostra sensibilità pittorica a essere cambiata, probabilmente anche sotto l’influsso della psicoanalisi. In altre parole, oggi siamo sensibili soprattutto al richiamo feticistico della perla che luccica. Non che noi moderni siamo diventati più feticisti, ma nel feticismo cerchiamo il segreto di quel che in italiano si chiama fascinazione.

Fascino del fallo

Riporto qui il paragrafo in cui Freud evoca il caso di feticismo sessuale che Lacan cita per portare acqua al suo mulino:

Il caso che ho trovato più interessante è quello di un giovane che aveva esaltato un certo ‘brillio sul naso’ [Glanz auf der Nase] facendone una precondizione feticista. La spiegazione sorprendente di questo era il fatto che il paziente era stato allevato in un ambiente inglese ed era venuto poi in Germania, dove dimenticò quasi completamente la sua madrelingua. Il feticcio, che aveva avuto origine nella sua primissima infanzia, doveva quindi essere capito in inglese, non in tedesco. Il ‘brillio sul naso’ era in realtà un ‘glance at the nose’, uno sguardo al naso. Il naso era quindi il feticcio, che incidentalmente ha dotato a volontà con uno scintillio luminoso non percepibile per gli altri[3].

Freud lascia intendere che il giovane in questione certamente, da bambino, aveva notato a un certo punto che le donne non hanno il pene, cosa che lui sconfessa (verleugnet) sostituendo il feticcio al pene. Il feticcio sarebbe insomma non un pene qualsiasi… sarebbe un pene femminile. Per questa ragione i feticisti sarebbero tutti di sesso maschile, e la donna è sempre la portatrice del feticcio. Il feticista – che spesso è anche masochista – desidera certamente le donne, purché… abbiano un pene.

(Tema che propongo qui per ulteriori approfondimenti. Il feticismo è in effetti una specialità maschile, ma molte donne non sono feticiste in modo direi riflessivo? Nel senso che esse sono attratte dai feticci non sugli altri ma su sé stesse? Penso a tutta la panoplia dei monili femminili, collane, bracciali, orecchini, spille, rossetto… Tante donne tengono tanto a questi addenda perché gli uomini sono molto attratti da essi? Bisognerebbe fare una ricerca accurata per capire se questo è vero. I gioielli femminili sono così importanti – oggi meno di una volta – perché piacciono agli uomini o alle donne? Se fosse vera la seconda risposta, allora potremmo parlare di feticismo passivo delle donne, parte di quella che Joan Rivière[4] chiamò la mascherata femminile. La donna, nella cultura occidentale, tende ad aggiungere qualcosa al proprio corpo, delle appendici, che la fa apparire sex appealing a sé stessa.)

Ma non basterebbe il naso a fare da feticcio? Perché, per il giovane di cui parla Freud, ci vuole anche lo scintillio? Freud evoca lo sguardo, il glance, alludendo al fatto che il bambino non vede il pene in una donna o in una bambina. Il pene brillerebbe per la sua assenza. Non il naso insomma, ma il brillio sarebbe il vero feticcio, nella misura in cui il brillio è quello di qualcosa che non c’è. Il naso, parte aggettante nel volto femminile, sembrerebbe essere sostituito da una mancanza, che si afferma come brillio. Il brillare è l’opposto della macchia nera, ma proprio per questo si corrispondono. Il guardare sarebbe qui insomma il rovescio del vedere: il soggetto guarda ciò che non si vede. La visibilità di qualcosa trova il proprio rovescio proprio nello sguardo.

Si ricordi la scatola di sardine su cui ironizzava Petit-Jean: evidentemente essa era vuota. Brillava al sole esaltando quindi la propria incongruenza (che faceva da specchio all’incongruenza del giovane Lacan), il proprio esser vuota, la propria mancanza. Lo sguardo si esalta quando manca ciò che vorrebbe vedere.

Allora il pene affascina il feticista per la sua assenza? Il nostro affascinare, appunto, viene dal latino fascinus, che era un fallo divino. L’immagine del fallo, come qui sotto, era un amuleto contro il malocchio, l’invidia altrui. Anche oggi, del resto, “toccare il duro” ha funzione scaramantica. Il cornetto rosso apotropaico – a cui il sindaco di Napoli voleva erigere un monumento in una piazza partenopea – è l’immagine stereotipica del fallo, ovvero di un pene in erezione. Ma, secondo quel rovescio di significato a cui indulge ogni lingua, il fascinus come protezione dal sortilegio diventa esso stesso effetto del sortilegio. L’amuleto ci ammalia.

Fascinus della Roma antica

Guardare il fallo ci affascina? Incatena il nostro sguardo? C’è una congruità originaria tra il fallo (e il pene?) e lo sguardo. Quando guardiamo qualcosa affascinati, è perché la cosa brillante intrappola il nostro sguardo, non riusciamo a distoglierlo. Del resto, le tecniche ipnotiche si basavano e si basano proprio sul mostrare al soggetto da ipnotizzare qualcosa di brillante o in movimento, qualcosa che fissi, blocchi lo sguardo.

Il punto è che, secondo la teoria psicoanalitica, la donna è eccitante per l’uomo proprio nella misura in cui rappresenta il fallo, e lo rappresenta in quanto ne è priva. È come se l’uomo cercasse il proprio pene nella donna. Un pene che non si vede appunto ma che, proprio per questo, affascina. Brilla d’assenza.

Il significante allargato

Quindi, l’idea lacaniana di un impatto essenziale del linguaggio sull’inconscio umano è certamente fruttuosa, a condizione però che ci si emancipi da un’idea ristretta per cui il significante è essenzialmente il materiale sonoro delle parole. Questa idea che il linguaggio sia essenzialmente fonetica nasceva dal fatto che la linguistica strutturale post-saussuriana a cui si rifaceva Lacan (in particolare, quella di Roman Jakobson) aveva dato i suoi frutti migliori proprio nell’analisi fonetica delle lingue. Il sistema fonetico appariva come la cosa più strutturata nelle lingue. Nel frattempo però si era affermata la grammatica generativa chomskyana, che Lacan non ebbe il tempo di assimilare. Nella prospettiva generativista, il linguaggio risulta essenzialmente uno strumentario logico, e la comunità logica profonda delle lingue è venuta in primo piano, a scapito di una linguistica delle lingue naturali.

A mio avviso, il senso di primato del significante va liberato da una pratica da Settimana enigmistica per cui interpretare un sogno o un sintomo si riduce a trovare il gioco di parole. Direi che questa è una fase abbastanza primitiva della consapevolezza del ruolo del significante. Insomma, la nozione di significante – come ciò che determina e struttura le nostre vite – è molto più ampia dei rebus fonetici. Credo anzi che l’importanza del significante nella vita sociale, psichica e politica degli umani non sia stata ancora mai veramente vista. Sarebbe il caso di cominciare.

Allora apparirà che noi esseri umani siamo avvinti a significanti decisivi, per esempio alla nostra ‘patria’, alle nostre ideologie – che spesso sono solo nomi –, a legami come ‘padre’, ‘madre’, ‘figli’, ‘l’arte’, ‘Dio’, ecc. Per questi significanti tanti sono pronti a dare la vita. Si tratta di significanti perché il significato che ognuno di essi ha per ciascuno varia enormemente. Si prendano significanti percepiti come oppositivi, ‘palestinese’ e ‘israeliano’: per ciascuno di noi esso ha un significato diverso. Si tratta del resto di significanti recentissimi, che non hanno nemmeno cento anni, eppure ben sappiamo come contino per le vite di milioni di persone. O si prenda un significante così largo, fumoso, indeterminato come ‘socialismo’ che ha dato senso alla vita e alla morte di milioni di persone… Non ha nessuna importanza che ‘socialismo’ si pronunci in modo diverso nelle varie lingue, possiamo ben dire che ‘socialismo’ è un significante in quanto si oppone ad altri significanti, ‘capitalismo’, ‘proprietà dei mezzi di produzione’, ‘ confessionalismo’, ‘liberismo’, ‘nazionalismo’, ecc. La parte fonica e fonologica è l’aspetto forse meno importante di una rete significante.

È vero che in certi casi gli analizzanti stessi interpretano loro prodotti come ‘enigmistici’. Per esempio, una signora in analisi fece un sogno che si svolgeva a Manila, città in cui non era mai stata, e analizzò la cosa come ‘mani là’. Qui le mani erano quelle del padre le quali, secondo la sua fantasia (o realtà?) andavano sotto la sua gonna quando era bambina… Ma non è detto che debba essere sempre e solo così. Per esempio, un’altra analizzante faceva dei sogni ambientati ad Acapulco, posto dove non era mai stata. In questo caso non c’entravano i suoni a c a p u l c o, ma il fatto che da piccola avesse visto un film che si svolgeva ad Acapulco e dove avvenivano una serie di cose che nel suo phantasme lei associava a uno stupro. Per cui ‘Acapulco’ era il significante di ‘stupro’.

Un mio analizzante disse di aver sognato una sua ex-amante di tanti anni prima, Vittoria, che lo baciava. “Quindi, baciato dalla vittoria” gli dico. E in effetti, quest’uomo si voleva finalmente vittorioso, trionfante, dopo una lunga serie di eventi che lui considerava sconfitte. Ma il nome della donna significa anche la vittoria.

Immagini significanti

Insomma, se vogliamo interpretare qualcosa come un significante – del tipo Glanz e glance – non bastano i suoni, occorre procedere a un lungo zigzag tra suoni, concetti e ricordi. Il rimando a un senso – che è sempre un senso personale, idiosincratico – serve a definire il significante stesso. Inoltre, possono funzionare da significanti non solo i suoni, ma anche immagini, come in una scrittura.

Si prenda un significante così cruciale per Lacan come il fallo. Ha voglia Lacan di ripetere che il fallo non è il pene, e difatti troviamo tanti falli come simboli religiosi nel mondo, ad esempio in India (i lingam).

Antico lingam di Shiva in pietra nera, XIV secolo

Ma non c’è dubbio: questi falli sono iconici nella misura in cui assomigliano a peni in erezione. Anche il cornetto anti-scalogna imita un pene rigido.

Quando Lacan pensa di vedere un fallo nel teschio anamorfico dipinto da Hans Holbein negli Ambasciatori, sfrutta l’analogia visiva tra quel teschio ritto e un pene. Non certo una analogia fonica tra i termini Schädel e Phallus in tedesco…

Hans Holbein il Giovane, Gli ambasciatori, 1533

Per la moderna teoria dell’informazione, due sono i codici grazie a cui significhiamo: l’analogico e il digitale. Distinzione che è ormai a tutti familiare, quando nel computer trasformiamo un file .pdf in .jpg o .jpeg. L’arbitrarietà del segno di Saussure che ha segnato un momento di svolta nella linguistica è un’altra definizione del digitale, che poi è stato ridotto a un codice binario. Ma non a caso Lacan ha preso le distanze dall’arbitrarietà saussuriana… perché sapeva bene che le interpretazioni analitiche sono anche analogiche, non solo digitali. Allora non solo il suono, anche le immagini possono essere significanti.

Per esempio, sulle copertine di tanti libri riviste siti o locandine di psicoanalisi appare molto spesso una foto del volto di Freud. La foto è un segno analogico, ma il modo in cui viene usata ne fa un significante, facile da interpretare. La foto di Freud significa in sostanza “questo testo riguarda il pensiero o la vita di Freud, o comunque è stato scritto sulla scia del pensiero di Freud”. È come un marchio, tale Made in Germany, insomma un significante. In quanto tale, funziona in modo differenziale: la faccia di Freud invece di quella di Jung, di Lacan, di Bion… Su un libro lacaniano, non troverete mai il volto di Jung o di Bion.

Immagino una copertina con le foto di tre volti: Freud, Hitler e il Mahatma Gandhi. L’accostamento sarebbe scioccante, cosa può significare questa serie così eterogenea? Siamo ai limiti del non-senso. È come la frase “incolori idee verdi dormono furiosamente” creata da Jakobson come esempio di un enunciato insensato ma perfettamente grammaticale.

Insomma, l’idea che non solo l’inconscio, ma la nostra vita associata, sia strutturata da significanti va ripensata da cima a fondo, in modo molto più rigoroso di quanto non si faccia in tanti ambienti con una generica preferenza per “il linguistico”, qualunque cosa questo linguistico sia.


[1] In J. Lacan, Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse, Seuil, 1973, p. 89.

[2] https://www.studenti.it/prima-prova-maturita-consigli-umberto-eco.html#

[3] Traduzione mia. S. Freud, Feticismo [1927], OSF, 10, p. 491. GW, 14, p. 311. Secondo Abraham e Torok il feticista a cui si riferisce Freud è in realtà l’Uomo dei lupi (N. Abraham & M. Torok, Il verbario dell’uomo dei lupi, Liguori 1992). Su questo caso, cfr. Jay Geller, “’A Glance at the nose’: Freud’s inscription of the Jewish difference”, American Imago, Vol. 49, N. 4, Winter 1992, pp. 427-444.

[4] J. Rivière, La femminilità come travestimento [1929], in Ead., Il mondo interno. Scritti (1920-1958), Cortina, Milano 1998.

Sergio Benvenuto

già ricercatore del CNR a Roma, esercita come psicoanalista e scrive da filosofo. È stato Visiting Researcher alla New School for Social Sciences di New York, insegna psicoanalisi in vari istituti in Russia, Ucraina e Italia. È presidente dell'Istituto psicoanalitico Elvio Fachinelli. Ha fondato nel 1995 l’”European Journal of Psychoanalysis”. È redattore delle riviste di psicoanalisi “American Imago”, “Psychoanalytic Discourse” e della rivista filosofica franco-indiana “Philosophy World Democracy”. Ha collaborato e collabora a varie riviste culturali sparse per il mondo, di varie lingue. Ha pubblicato vari libri in italiano e in molte altre lingue. Tra i più recenti: “Perversioni” (Bollati-Boringhieri), “Accidia” (il Mulino), “La gelosia” (il Mulino), “Godere senza limiti” (Mimesis), “Conversations with Lacan” (Routledge), "La ballata del mangiatore di cervella" (Orthotes 2020), “Il teatro di Oklahoma. Miti e limiti della filosofia politica di oggi” (Castelvecchi).

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