Andante con moto. Liliana Moro

05/03/2024

Negli spazi del Kunstmuseum Liechtenstein a Vaduz è ospitata, fino al 1 aprile 2024, la personale dell’artista italiana Liliana Moro, a cura di Letizia Ragaglia. Nonostante le sue numerose partecipazioni a collettive e manifestazioni internazionali quali la Documenta e la Biennale di Venezia, questa è la prima mostra in un’istituzione museale a lei interamente dedicata.

Liliana Moro appartiene a quella generazione di artisti e artiste italiane che, attive dalla fine degli anni Ottanta a Milano, è cresciuta con l’eredità dell’Arte Povera. Nel momento in cui quest’ultima si affermava sempre più nei musei, nelle accademie e nella storia dell’arte, Liliana Moro ha saputo testare strade indipendenti e lavorare con il gesto artistico in dimensioni spazio-temporali nuove, sviluppando in modo inedito questa eredità, a volte incombente. Allieva di Luciano Fabro, al quale deve una serie di esperienze dirette sul fare arte, non ha mai smesso di mettere in luce le sue figure di riferimento, tra cui lo stesso Fabro. Docente a sua volta fino a pochi anni fa allo Iuav di Venezia e all’Accademia Carrara di Bergamo continua a guardare alle nuove generazioni di artisti e artiste, e a sostenerle. È stata spesso definita un po’ punk, poi decisamente rock, sicuramente è un’artista che ha sempre operato in maniera libera.

La mostra al Kunstmuseum è articolata in ampie sale e presenta una selezione puntuale di dodici lavori che coprono un periodo di produzione ampio, dalla fine degli anni Ottanta ai recenti lavori realizzati nel corso degli anni Duemila. Uno di questi è stato prodotto nel 2023 per la mostra che proprio da esso prende il titolo, ribadendo anche il forte legame dell’artista con il teatro, nello specifico con quello di Samuel Beckett che da sempre ha influenzato il suo modo di concepire lo spazio. Si tratta dell’installazione Andante con moto, titolo lasciato esplicitamente in italiano come lo sono le didascalie musicali riportate sugli spartiti ad indicare come deve essere eseguita una sinfonia. Tutta la mostra, infatti, come tutta la produzione di Liliana Moro, è legata al suono, oggetto che raccoglie e studia da sempre costituendo un archivio di registrazioni, voci, rumori che fungono da fonte costante e inesauribile a cui attingere per immaginare spazi, azioni, sculture, ambienti da vivere e da abitare. Ma sia che ci si trovi nel black box del teatro, nel white cube di un museo o di una galleria, nello spazio urbano o aperto di una campagna, o se si capita nello studio dell’artista, non può esserci suono se non c’è ascolto, non può esserci ascolto se non si assume una posizione che lo permetta e che determini quindi un incontro.

Liliana Moro, Moi, 2012
12 loudspeakers, 12 iron stands, mixer, amplifier, cables; audio 1’45’’; installation view at Kunstmuseum Liechtenstein; photo Stefan Altenburger Photography, Zurich

L’opera sonora Moi è al centro di una delle prime sale del percorso espositivo. È un breve audio distribuito in 12 casse sonore che, poste in cerchio, determinano uno spazio e circondano il corpo di chi ascolta della voce dell’artista che legge un testo in tedesco originariamente scritto in francese dal critico Hubert Besacier. L’opera è del 2012 e il testo che viene letto si riferisce ad una performance della stessa Liliana Moro. Per la mostra a Vaduz sembra che abbia fatto suo il testo una seconda volta perché, oltre a selezionare alcuni passaggi dall’originale e a tradurli in tedesco, li ha letti imparando così a pronunciarli in una nuova lingua. È sua quella voce che parla del suo stesso lavoro, è suo il suono che esce dalle casse sonore poste ad altezza dell’orecchio. Il pubblico si avvicina così ad una sorta di autoritratto dell’artista e vi si pone in ascolto. Lo spazio sonoro è spazio in cui porsi in una posizione di silenzio per dare spazio alla voce altrui. Diventa quindi un atto, un gesto, un abdicare momentaneo del proprio io parlante e vedente. Il testo letto in Moi si riferisce a Studio per un probabile equilibrio in movimento, una performance che Liliana Moro ha eseguito assieme a Giovanna Luè nel 1997 per uno spettacolo del coreografo e danzatore Virgilio Sieni. Un intervento performativo all’interno dello spettacolo tenutosi a Prato sul palco del Teatro Fabbricone.

Il video di quella performance, estratto dal lavoro completo Canti Marini 1 e 2 di Sieni, è riprodotto su un monitor in una sala a lato del percorso espositivo. La sera del vernissage, il 19 novembre 2023, prima ancora dei discorsi ufficiali di apertura, quella stessa performance è stata eseguita più di venticinque anni dopo, sempre da Liliana Moro e Giovanna Luè.

La performance consiste nel movimento di due corpi vestiti di una vestaglia bianca corta e uniti strettamente tra loro da alcune cinghie nere che passano sopra le loro spalle e sotto il pube, legando le due performer schiena contro schiena. Alle due braccia, all’altezza dei loro bicipiti, due fasce arancioni, lo stesso colore della pianola elettronica Bontempi degli anni ’70, sono legate a lato del corpo di Liliana che, leggermente più alta di Giovanna, le sta dietro. A Vaduz sono entrambe a piedi nudi, nella performance del 1997 indossavano degli zoccoli bianchi. Uscendo da un varco scuro per entrare nella scena-stanza illuminata, avanzano lentamente cercando nell’ondeggiamento di quei corpi “impigliati” e “impacciati”, un movimento all’unisono. Si muovono con le braccia stese lungo i fianchi e poi si abbassano, assieme. Lo fanno diverse volte mentre con i loro movimenti tentano di disegnare un cerchio. Nel sedersi a terra l’abbassamento di un corpo trascina con sé l’altro, ma solo nell’ascolto di questo movimento i due corpi si muovono congiuntamente verso il basso. Ogni volta che viene trovata la posizione la mano di Liliana pigia i tasti della pianola che accompagna con un suono l’esito di questo abbassamento, questo andare a terra assieme. Quando i due corpi sono seduti, le loro gambe sono leggermente divaricate così che un corpo è contenuto nell’altro, si mostrano nella loro fisicità dopo lo sforzo appena compiuto, dopo l’inciampo evitato, e la linearità mantenuta con fatica sembra mostrare una sbavatura nel momento in cui un gomito di Giovanna poggia sul ginocchio dell’altra che sta dietro. Un gesto di complicità e di reciproca protezione. In questa posizione emergono più chiaramente le scritte fatte a pennarello e riportate sull’interno coscia delle due gambe di Giovanna. Vi si legge “PEACE” e “PACE”, in stampatello.

Liliana Moro, Studio per un probabile equilibrio in movimento, 2023
Ripresa della performance del 1997 dell’artista con Giovanna Luè, photo Sandra Maier

Il suono della pianola sembra il respiro lasciato libero dal mantice di una fisarmonica quando si chiude, una contrazione di muscoli che accompagna la fuoriuscita dell’aria dai polmoni, la colonna sonora di uno sgonfiamento del corpo dopo un movimento, un abbassamento che diventa un’azione politica, come per prima l’aveva identificata la critica Emanuela De Cecco. Perché il corpo è sempre politico, nella sua fisicità, nella sua presenza, nel suo essere fuori posto o contesto, nel suo farsi manifestazione del diverso, nel suo essere fiato e voce, e nel suo essere, in questo re-enactment della performance, un corpo che più di vent’anni dopo “indossa il tempo”, che sa essere parola scritta riportata proprio sulla pelle. Una pelle vulnerabile, che si scopre perché svestita e perché si apre allo sguardo indiscreto attraverso un movimento.

A leggere la parola “PACE” nell’interno cosce di Giovanna, viene in mente il tatuaggio politico di VALIE EXPORT sulla sua coscia sinistra, ma anche le scritte sulle mani, sui volti e sulle braccia delle e dei manifestanti di ogni tempo per invocare la pace dai conflitti mondiali e per i diritti, a cui fanno eco i megafoni imbracciati dalle donne della grande riproduzione fotografica in bianco e nero del lavoro Voci, posta sulla parete della prima sala della mostra.

In primo piano: Liliana Moro, Spazi, 2019; sullo sfondo: Liliana Moro, Voci, 2023. 
Installation view at Kunstmuseum Liechtenstein, photo Stefan Altenburger Photography, Zurich

Come i corpi di questo “equilibrio in movimento” si accostano e si ascoltano, si abbassano e si fermano, così i corpi del pubblico reiterano queste azioni per udire i suoni emessi da coloratissimi trolley. Si tratta de l’opera Le nomadi, un insieme di 9 trolley, quelli che normalmente si vedono accompagnare i e le musiciste ambulanti nei treni delle metropolitane o chi una dimora fissa forse non ha, e uno zaino privo di rotelline. Ognuno di loro ha un nome, che corrisponde alle dieci donne riportate nella didascalia dell’opera, tra cui figura il nome di VALIE, così come di Isa, da riferirsi all’artista tedesca Genzken. Sembrano zaini abbandonati nella sala museale poco distante da un varco che conduce in un’altra zona espositiva della mostra. Ad accentuare questo senso di abbandono e di noncuranza, la presenza di altri oggetti o resti della loro utilità, legati ai trolley stessi come, per esempio, la struttura metallica aperta di un ombrellino.

Liliana Moro, Le nomadi, 2023
Installation view at Kunstmuseum Liechtenstein, photo Stefan Altenburger Photography, Zurich

Eppure, questi bagagli/contenitori anonimi hanno un proprio suono e una propria voce, basta prestare attenzione, avvicinarsi ed abbassarsi all’altezza dello speaker contenuto al loro interno. Avvicinarsi ad un oggetto che appartiene ad un immaginario peculiare del panorama urbano in spostamento, quello di un quotidiano che spesso funge da sottofondo, diventa un atto insolito ma preciso. Un atto di attenzione. Come quello evocato da un’immagine ben precisa ricordata in un testo scritto da Tommaso Trini nel 1989 sul lavoro di Cloti Ricciardi, artista romana, che lavorò molto con il valore politico della parola scritta, del corpo e con i rimandi semantici di alcuni materiali. In quel testo Trini si riferisce al lavoro di Ricciardi usando una metafora, o meglio paragona il suo lavoro all’immagine del gatto del romanzo di Lewis Caroll Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie, affermando che l’arte di Ricciardi “mostra il sorriso senza il gatto ma aggiunge i denti”. Non è solo per la simpatia di Liliana Moro nei confronti dei gatti che nel suo studio si muovono da morbidi guardiani dei suoi modellini, ma è facile pensare che quel paragone possa essere calzante anche per la sua arte. Un sorriso curioso che si staglia all’improvviso eppure delicatamente in un paesaggio che ci appare inerme e uguale a sé stesso, a volte nebbioso come la sua città natale, facendolo vibrare.

Liliana Moro. Andante con moto
Kunstmuseum Liechtenstein, Vaduz
fino al 1 aprile 2024

Frida Carazzato

è curatrice scientifica presso Fondazione Museion - Museo d’arte moderna e contemporanea di Bolzano. Per Museion si è occupata di progetti di arte nello spazio pubblico e di formati performativi e nuove produzioni. Ha curato mostre personali e collettive. Attualmente segue i progetti di ricerca legati alla collezione del museo, in particolar modo alle ricerche verbovisive, e alle partnership accademiche. Ha recentemente curato le personali dedicate ad Albert Mayr e Lucia Marcucci. Dal 2020 è parte di Lungomare, piattaforma per il design e la produzione culturale di base a Bolzano.

English
Go toTop