Nodi d’architettura

The thoughtful making of spaces, così, nei suoi scritti teorici (ora ripubblicati da Einaudi, col titolo Pensieri sull’architettura, a cura di Marco Falsetti), Louis Kahn definisce l’architettura. Il suo compito consisterebbe nel formulare degli spazi per mezzo d’un pensiero che è in primo luogo attributo del processo intrinseco allo spazio stesso, nel suo essere «centrale tutto, ovunque periferico, costantemente altrove», e che può pertanto essere praticato unicamente da un’opera architettonica che sia «incarnazione dell’incommensurabile». Solo una realizzazione che non sia saldo possesso d’una configurazione, ma rifletta l’ordine delle cose sarebbe capace di assumere una forma comunicabile, in quanto presenza materiale, e allo stesso tempo estrinsecare un’assenza ideale, perché capace di dare l’essere essendone la mancanza. Anche per questo – rileva nel 1964 Kahn in una conversazione alla Rice University – i progetti architettonici possono ritenersi affini alle qualità che connotano la parola: da un lato la sua evidenza significante, dall’altro il suo rastremarsi in una qualità non misurabile, un luogo mentale, indefinibile.

È forse anche per questo che la metafora architettonica ricorre con notevole frequenza non soltanto nelle poetiche del romanzo moderno – da Pot-Bouille, decimo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart di Zola fino al Libro delle case di Andrea Bajani, passando per Praz, Ballard, Perec, ʿAlāʾ al-Aswānī (ma un’ulteriore, ampia esemplificazione sarà offerta da due numeri monografici, di prossima pubblicazione, di «Between» e «Comparatismi», dedicati rispettivamente alla dimensione pubblica e privata dell’abitare letterario) –, ma pure in certi esperimenti saggistici, come quello nato per iniziativa dell’unità di ricerca Tedea del Dipartimento di Culture dello IUAV di Venezia, e posto da Sara Marini ed Egidio Cutillo sotto il suggestivo titolo di Architetture di carta e grandi rivolgimenti.

Vi si raccolgono molteplici voci, per lo più di architetti, progettisti, storici dell’arte, animate dall’intento di raccontare – e l’effetto anaforico del ripetersi di questo verbo in capo ai diversi contributi ne enfatizza la natura constativa – l’architettura. Sia come strumento per indagare le relazioni fra interiorità ed esteriorità, fra privato e pubblico, fra individuo e società; sia in alcune delle sue figure emblematiche: il velario, la decorazione, il recinto, la soglia, la colonna, la casa, il colore, così da permettere all’idea di spazio di dispiegarsi e declinarsi. Come ricorda Andrea Tagliapietra, l’etimologia della parola spazio deriva da un radicale indoeuropeo *spa-, che significa «stendere», e che richiama anche il senso generale del verbo «patere», «essere aperto»; nondimeno – ha sostenuto Carl Schmitt – sarebbe opportuno soffermarsi sul fatto che nel termine «spazio» (latino, spatium) la lettera «s-» ha una funzione di prefisso del tutto analoga a quella svolta nelle parole se-care, se-parare, se-cernere, se-gregare, se-lectio»; sicché, accanto a un’accezione che con esso identifica ciò che è accessibile ed esposto, vi sarebbe da riconoscere anche una zona determinabile e delimitabile, una superficie liminale fra il dentro e il fuori. I quali – puntualizza Giulia Conti – «diventano consonanti ai limiti del costruito, si toccano e si confondono».

Lo stesso accade tra i testi che compongono Architetture di carta e i loro eserghi tratti da romanzi, saggi, editoriali, e che, anche tipograficamente posti in risalto, mostrano tutte le caratteristiche di “testo nel testo”, di tramite tra il nuovo ambito semantico che li ospita e quello da cui sono tratti; ma allo stesso tempo producono anche uno iato rispetto all’atto di discorso vero e proprio, così da determinare un «colmatage ermeneutico». L’ha rilevato Ugo Dionne in La voie aux chapitres (Seuil 2008), studio storico-tipologico che interpreta il libro, inteso come «espansione totale della lettera» (così Mallarmé in Quant au livre, tradotto per i tipi di Ronzani nel 2021), alla stregua d’una planimetria catastale, in cui «capitoli, paragrafi, titoli correnti e sottotitoli disegnano l’architettura interna: con l’apertura di vuoti, che sono corridoi; e con l’aggiunta di scale, che sono indici. Epigrafi e corredi illustrativi ne ammobiliano i vani. Mentre i prospetti esterni, copertine e “soffietti”, sono spazi di rappresentanza e di seduzione».

Una concezione alla quale Architetture di carta parrebbe, per più di un tratto, corrispondere; ed anzi sviluppare al punto da trasfigurare quanto appartiene a un progetto architettonico in un racconto e quindi in un’edizione. Nelle pagine di presentazione Sara Marini chiama a modello Atlante di Luigi Ghirri, riconoscendolo epitome d’un modo di viaggiare dentro la carta, le immagini e i segni: un’invitation au voyage che è insieme codifica del reale, degli strumenti volti a catturarlo, e atto di creazione: in quanto «monumento continuo».

All’aere perennius – aveva diagnosticato alla fine del secolo scorso Brodskij – «è successo un guaio»: alla «solida cosa» è impossibile affrontare il futuro, ché esso è troppo ingombrante nella sua assenza d’un confine da immaginare. Sottilmente ma insistentemente, le riflessioni consegnate ad Architetture di carta fanno avvertire la necessità di pensare il continuum mobile, la «transitività fondamentale» che innerva e percorre ogni spazializzazione: da quella che caratterizza un libro a quella che prevede l’istituzione d’un edificio (e viceversa) – senza fra ciò segnare quasi nessuna soluzione di continuità. Questa trasfigurazione l’ha illustrata fra i primi Giorgio de Chirico in Ebdòmero (1929), tracciando un itinerario all’interno d’un labirinto proliferante, d’un edificio capace di riprodursi, di progettare nuove ali, quartieri aditi ed esiti; e nel quale sarebbe vano cercare un inizio e una conclusione, un culmine, uno snodo, dal momento che «in un edificio, uno spazio, una città morta e compatta, un tempio accuratamente sconsacrato, ogni punto è nodale, inaugura e sigilla»: ogni punto presenta, cioè, un nodo che evade nell’invisibile, nell’astratto, nel paradigmatico.

Nel Dictionnaire touareg-français. Dialecte de l’Ahaggar (1916), lasciato manoscritto e recentemente pubblicato da Carlo Ossola in forma tematica (Pierres feuilletées, Lambert-Lucas 2020), Charles de Foucauld ne ha fornito una possibile, suggestiva semantizzazione: «eġli: “annodare” (fare un nodo a; includere e chiudere con un nodo); “essere serio” (agire seriamente, senza trastullo, sinceramente dal fondo del cuore) || ha egualmente il senso passivo e pronominale di “essere annodato” e “annodarsi” || […] per estensione: “agire consapevolmente; agire di buona volontà” (agire di buon cuore: agire con docilità, di buona grazia, facendo del proprio meglio)». Questo è forse l’unico “agire” che permetta ai nostri ingegnosi condizionali, progetti e sogni di non nutrire soltanto irriti propositi, «istantanee speranze, risolutive e inutilizzabili».

Architetture di carta e grandi rivolgimenti. Raccontare e non solo
a cura di Sara Marini ed Egidio Cutillo
Quodlibet, 2023
312 pp., € 24

Luigi Azzariti-Fumaroli

(Milano 1981) insegna filosofia della comunicazione e del linguaggio presso l’Università Pegaso di Napoli; ha svolto e svolge attività didattica e seminariale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e l’Università di Pavia. Studioso di filosofia moderna e contemporanea, è autore di numerosi saggi e studi monografici fra i quali: “L’oblio del linguaggio” (Guerini 2007); “Alla ricerca della fenomenologia perduta. Husserl e Proust a confronto” (Mimesis 2009); “Brice Parain-Impromptu” (ESI 2010); “Giuseppe e i suoi fratelli: dalla filosofia narrante alla rivelazione” (Editoriale Scientifica 2012); “Passaggio al vuoto. Saggio su Walter Benjamin” (Quodlibet 2015) “Monoteismo plurale. Teologia ed ecclesiologia in Schelling” (Il Pozzo di Giacobbe 2019). Ha curato l’edizione italiana di opere di Derrida, Baumgardt, Hegel, Maimon. Di prossima pubblicazione, presso Quodlibet, è “Filosofia dell’ombra. Tre saggi”. Giornalista pubblicista, collabora con diversi periodici.

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