Michael Stipe, dopo la voce

01/03/2024

I watched you fall
I think I pushed

L’ICA, la fondazione per l’arte contemporanea che ospita la mostra milanese di Michael Stipe, si trova nascosta allo stesso civico di uno stabilimento di logistica, a qualche metro dai binari abbandonati dello scalo di Porta Romana. Tutti i lavoratori, appena fissati da occhi spaesati, chiedono “Ica?”. Al cenno di assenso ti indicano, in fondo allo spiazzo, una porticina. È qui, in un crocicchio di vie squadrate e segnate dai lavori in corso, dove ogni segnaletica rinvia alle due fondazioni vicine (ICA e Prada), è qui che si materializza l’esperimento. Stipe, ex-rockstar per le masse, artista contemporaneo.

Di Stipe si conoscono la voce, gli occhi blu, i ricci e poi la testa lucida, la danza contagiosa sui palchi di ogni mondo, il trucco da fumetto e le gonne lunghe. Poi la sparizione, dopo tre decenni di R.E.M. Poi la barba incolta, i video durante il lockdown, le notizie di una dispersione artistica senza nessi con il rock familiar to millions. Ma ora la sua dispersione è proprio qui in Italia, in uno spazio urbano del riuso. Disturbante, adesiva. Una celebrità che si rifugia nel recinto dell’arte contemporanea esce dalla cornice, rischia pregiudizi. Il retrogusto può essere acre. La fortuna è che l’opera dispersa sia raccolta nell’edificio dell’ICA, che non è quel post-industriale di moda, dei mille ex-capannoni della grande dismissione, ma dentro la nuova industria che smista i consumi astratti, dentro il viavai di operai delle spedizioni, intenti o distratti, di umani stanchi che prendono pesi, toccano schermi, che scherzano e guidano furgoni. Chi viene qui entra ospite di gente che lavora, ne sente le lingue mentre guarda pezzi di gesso, fotografie di celebrità, vasi con nomi famosi scritti in stampatello.

Fortini diceva che una delle nostalgie classiciste più fondamentali è quella del materialismo artigianale. Fare cose con le mani, toccare materie: forse ha avuto questa nostalgia, Stipe. Ma è un’impressione sbagliata. Alla sinistra della porticina, la prima stanza, enorme: sono decine di teste brâncușiane a sfigurare il rosso impolverato di un pavimento di piastrelle. Le facce di gesso, le loro nuche, sono offerte allo sguardo come altrettante teste pesanti. Strisce di gesso puro sotto un neon colore arancio. Isolate, ordinate nello spazio, in mezzo a loro appaiono pile di plastica monocroma – i calchi dello spazio vuoto “sotto la mia sedia di plastica economica”. La stanza è spoglia: gesto e artefatto, gesso e plastica, manifattura e grande industria. Le forme abbozzate e le figure stilizzate stonano nel contrasto. Dunque è questo ora Michael Stipe. Una faccenda distonica, di conflitti, di bianco sfocato e colori finti.

Michael Stipe. I have lost and I have been lost but for now I’m flying high, veduta della mostra © Michael Stipe, photo by David Belisle

È solo l’inizio. La mostra è breve, ma è un’oscillazione continua. Si salgono le scale e ti accoglie un corridoio. La scultura del satiro che si versa l’acqua, con lo scherzo dell’autoritratto da spedire a Stipe via Instagram, riporta a quell’anima giocosa che è familiare a chi ne conosca alcune copertine. Sono tre le direzioni artistiche che ha preso: quella sicura della scultura installata dentro aree deserte, quella drammaturgica della poesia, quella a strati del ritratto fotografico. Solo che stanno insieme, negli snodi di uno spazio perlopiù vuoto. Sempre Fortini ragionava su un sentimento culturale delle classi dominanti europee. Nonostante il successo a tratti abnorme, Michael Stipe è invece un essere umano underground da quattro decenni, che fa i conti di fronte a milioni con una parola bella anche se di moda, “vulnerabilità” – di soggetto e di retaggio: per decenni l’ha elaborata con la voce. In una bella intervista al curatore di questa mostra, spiega che il suo “suo essere vulnerabile come personaggio pubblico queer negli ultimi 40 anni [è] qualcosa di molto potente ed è diventato, in un certo senso, il mio superpotere”. Il problema è cosa fare dopo l’esposizione pubblica, dopo la voce.

Michael Stipe. I have lost and I have been lost but for now I’m flying high, veduta della mostra © Michael Stipe, photo by David Belisle

Sfalsare /smembrare

Su YouTube la pagina Red Frost Motivation conta quasi due milioni di iscritti.

Da quando quattro anni fa ha caricato il video di Desiderata – in realtà un audio, e un profilo anziano fissato in foto – ha registrato sei milioni di visualizzazioni. Il volto di un saggio e una voce che dal profondo recita lenta appassionata e torbida quella fusione – così dice la descrizione – tra «la magia delle parole e la saggezza e le osservazioni degne di nota». È la sorte tipica del poemetto di Max Ehrmann, autore di Desiderata, poeta dell’Indiana di stirpe alemanna, poet and attorney. Poeta e avvocato che incita a insistere su ciò che già si fa.

I versi in prosa di Desiderata hanno subito un destino gramo – lo ricorda Stipe nelle interviste. Prima hanno affascinato l’era hippie coi suoi venti d’utopia, poi col nuovo millennio sono entrati come recital motivazionali nelle grandi aziende (“everywhere life is full of heroism”, “be yourself”, “Enjoy your achievements as well as your plans”). A quasi un secolo dalla composizione, la mostra di Stipe le mette in scena in tre diverse sale. Una interamente vuota, le pareti spoglie e una macchia colorata su un muro: è solo un foglio col testo e i suoi appunti a matita, dove Stipe si segna le parole e le pause da fare. Nella seconda non si entra. È un’immersione visuale in cappelli di colore fluorescente – ognuno esibisce parole e brani non sempre autonomi del poemetto. Di Desiderata restano i disiecta membra fluo. Della sua calma tossica e motivazionale una pioggia di colore. La terza sala è anch’essa vuota, ma meno dell’altra: ha uno schermo al centro, in basso: sulla sua luce azzurra scorre il testo. Da lì esce la voce arcinota di Stipe, con un’altra voce femminile accanto e poi sola. Desiderata diventa spoken word tre volte sfalsato. Lo schermo proietta le parole e le due voci le recitano, ma sono sempre fuori tempo. Il conto non torna mai, i sensi non sono mai appagati. È forse questo, il desiderio: elencare e indicare di nuovo le stelle, senza riuscire mai a prenderle. Portare Desiderata alla sua interazione con l’oggi, produrre qualcosa di “edificante” in un momento storico molto difficile – come vuole Stipe – è mostrare che nulla di tutta quella saggezza ben motivata arriva mai al tempo giusto, eppure conta. L’eroismo di ogni giorno – da Bowie via Ehrmann a Stipe – è questa interazione continua col dissesto.


Michael Stipe. I have lost and I have been lost but for now I’m flying high, veduta della mostra, courtesy Fondazione ICA Milano, photo Dario Lasagni

Lavoro sul vuoto

Uno dei motivi di tutta la mostra è il lavoro sullo spazio che lasciano i corpi. Ci sono ovunque sagome che pesano, che hanno pesato. I due tavoli nella sala più grande, per esempio. Sono solo involucri con dei nomi sopra. Vasi, e copertine di libri molto grandi. E nomi scritti ancora grandi, quasi etichette messe da un bambino (da Laurie Anderson a Greta Thunberg, da Gore Vidal a P. J. Harvey). C’è qualcosa di osceno nell’elenco, spesso sono numi tutelari di una prassi alternativa, da incubo dell’alt-right americana, a campeggiare in un’ipotetica vetrina. Ma non è una vetrina né un museo. Si avvicinano, forse, a vasi votivi. E i libri non sono quelli, kitsch e giocosi, di un pantheon dell’americano disallineato?

Michael Stipe. I have lost and I have been lost but for now I’m flying high, veduta della mostra, courtesy Fondazione ICA Milano, photo Dario Lasagni

A guardarli ci sono ritratti fotografici – una “tela” di Tilda Swinton, presente anche in un dittico, una bambina, Aifric, che indossa le “scarpe di Marilyn”. E una piccola galleria di foto di taglia minore, segreta dietro tutto, in parte prese dal libro appena uscito, dal titolo superbo e atroce, Even the Birds Gave Pause (Damiani 2023). Lì i famosi sono restituiti al loro anonimato, alla senilità, sono sformati dagli accostamenti, dalla semplicità delle pose – i ritratti si sfocano negli ambienti, i volti sorridono ai sorrisi. Mentre fuori lavorano i corrieri, dentro le stanze della mostra, nel bianco sporco dei muri, le foto abbassano ogni oggetto a una somiglianza con la vita materiale. Bono antichissimo e accecato dalla luce, un bunker pugliese con scritte oscene, amici e sconosciuti turisti in Europa, oppure a loro agio nei colori seppia dell’America quotidiana, nei loro tatuaggi, nella sua plastica ordinaria: ogni volto, ogni cosa incorniciata dal nero, ogni mano e ogni occhio, “anche loro hanno una storia” (Desiderata).

Michael Stipe. I have lost and I have been lost but for now I’m flying high, veduta della mostra, courtesy Fondazione ICA Milano, photo Dario Lasagni

Michael Stipe ha compiuto da poco 64 anni. Nel rock, lo decise Paul McCartney in When I’m Sixty-Four, sono l’ingresso nell’immaginario della terza età. Ma il rock è passato, ora c’è l’arte e ha molte forme. L’impressione è che in questo lavoro lieve sul vuoto, e sugli spazi che lascia chi va via o sta per andare, ci sia non lutto, ma l’elogio del tempo che va e che scompare. E che questo lavoro ogni tanto sappia piegarsi alla gioia. Sappia imitare la vita.

Michael Stipe. I Have Lost and I Have Been Lost but for Now I’m Flying High
a cura di Alberto Salvadori
ICA, Milano
fino al 16 marzo 2024

Massimo Palma

(Roma, 1978) scrive, traduce e fa ricerca. Studioso del pensiero e della letteratura tedesca e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e i saggi "Foto di gruppo con servo e signore", e "I tuoi occhi come pietre. Trauma e memoria in W.G. Sebald, Paul Celan, Charlotte Salomon" (Castelvecchi 2017 e 2020). Ha tradotto e curato opere di Max Weber ("Economia e società", Donzelli 2003-2018), Walter Benjamin ("Senza scopo finale"; "Esperienza e povertà", Castelvecchi 2017 e 2018), Georges Bataille ("Piccole ricapitolazioni comiche", Aragno 2015), e Georg Heym ("Umbra vitae", Castelvecchi 2020). Come narratore ha pubblicato "Berlino Zoo Station" (Cooper 2012), "Happy Diaz" (Arcana 2015, Castelvecchi 2021), "Nico e le maree" (Castelvecchi 2019). "Movimento e stasi" (Industria & Letteratura 2021) è il suo primo libro di poesia.

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