Una storia più grande

20/02/2024

Dobbiamo abituarci a rivedere la nostra storia come parte di una storia più grande: con questo invito Michele Cometa suggella il suo nuovo saggio dal titolo La svolta ecomediale. La mediazione come forma di vita.

A partire dall’inizio degli anni Duemila, con i suoi lavori Cometa è stato un infaticabile mediatore presso la cultura italiana, oltre che teorico riconosciuto a livello internazionale, dei principali turns delle scienze umane e sociali: prima il cultural turn (mi limito a ricordare il sito Studi culturali, pionieristico anche sul versante dell’uso della rete per la comunicazione scientifica), in seguito il visual turn (cito tra i tanti lavori La scrittura delle immagini. Letteratura e cultura visuale, del 2012 e ora in via di pubblicazione in lingua inglese). Con questo nuovo libro, preparato da due volumi dedicati alla biopoetica (Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria, 2017; Letteratura e darwinismo. Introduzione alla biopoetica, 2018), Cometa fornisce una mappatura degli studi di ecologia dei media, intervenendo nel contempo nel dibattito con un’originale teoria della “nicchia ecomediale”.

Il metodo adottato accomuna questa ricerca al volume dello stesso autore sulla Cultura visuale, pubblicato nel 2020. Come per gli studi di cultura visuale, ricondotti agli “antenati” Warburg, Freud e Benjamin, anche nel caso dell’ecologia dei media Cometa adotta un metodo genealogico, inteso nel senso, specificato da Giorgio Agamben, di una ricerca sull’Herkunft (provenienza), sull’Entstehungspunkt (punto di insorgenza), piuttosto che di un’origine indiscussa e inconcussa (Ursprung): a detta dello stesso autore, nel libro sono fornite una “provvisoria cartografia” e delle “esili genealogie”. Tra gli stimoli alla svolta ecomediale, l’autore cita l’ecologia delle immagini, da Augustus Pitt-Rivers a Peter Szendi, passando per Gombrich e Sontag; gli studi sulla vita delle forme di Focillon e Kubler e la loro eredità nel concetto di biopicture elaborato da Mitchell; l’ecologia dello sguardo di J. J. Gibson e l’ecologia dei media di Neil Postman e Marshall MacLuhan. La transizione dall’ecologia dei media “classica” alla svolta ecomediale vera e propria è preparata dall’opera di quattro autori, a ciascuno dei quali è dedicato un capitolo: Francesco Casetti, Jussi Parikka, John Durham Peters e Richard Grusin (segue, in coda, un confronto critico con la nozione di “postmedialità” proposta da Ruggero Eugeni).

La “storia più grande” all’interno della quale dovremmo ricollocare le vicende mediali di homo è qualcosa di diverso e di ulteriore rispetto, poniamo, al “multispecies storytelling” di Donna Haraway: non si tratta di includere animali non umani, piante e minerali all’interno della narrazione esercitata attraverso il linguaggio verbale, bensì, in primo luogo, di riconoscere la medialità della natura stessa: il fatto cioè che, parafrasando Durham Peters, “gli elementi naturali sono media perché esprimono un significato, ma non necessariamente un significato che possiamo/dobbiamo comprendere”; o, come si esprime Grusin appoggiandosi alla semiotica di Peirce, di considerare la mediazione un “processo fondamentale dell’esistenza umana e non-umana”. Le posizioni degli autori studiati da Cometa presentano significativi punti di tangenza (incluso il riferimento a Peirce) con la semiotica del mondo non-umano elaborata da Eduardo Kohn in How Forests Think, il quale (forse memore delle riflessioni di Georges Didi-Huberman sull’apparition) ne elegge a modello il mimetismo dei fasmidi; Cometa preferisce invece, sulla scorta di Flusser, l’esempio di image-making fornito dal Vampyrotheutis infernalis, il calamaro che foggia un doppio di sé nella nuvola d’inchiostro spruzzata per confondere il predatore.

Con il riconoscimento della medialità della natura, secondo Cometa sono poste le basi per la transizione dall’ecologia dei media “classica” a quella dei dispositivi, ove questi ultimi siano appunto intesi, con Foucault e Agamben, come “sistemi complessi che comprendono il vivente e il non vivente, materie e discorsi, l’ideale e il materiale, le innovazioni tecniche e la zoe”. Affinché la svolta ecomediale sia compiuta è tuttavia necessario un ulteriore passaggio, che il libro di Cometa s’incarica di compiere attraverso l’elaborazione di un’originale teoria della “nicchia ecomediale”. Mediante una declinazione della teoria postevoluzionistica della niche construction, Cometa propone di focalizzare l’attenzione non solo sulle relazioni tra i media all’interno dei loro ecosistemi, ma anche e soprattutto sulla “relazione che i media […] mantengono con i viventi (umani e non-umani) e con i non viventi, con la materia ‘inerte’ e, in definitiva, con tutte le componenti del pianeta”.

Approfondendo e generalizzando le intuizioni di Parikka sulla geologia dei media, si tratta di elaborare un’ecologia mediale all’altezza delle sfide poste dall’Antropocene (teoria della quale, proprio sulla scorta dello studioso finlandese, Cometa individua un antenato nell’italiano Antonio Stoppani); perché “i media non solo abitano il pianeta, ma lo modificano profondamente, intervenendo sul biota ma anche sulla costituzione geologica della terra”. Uno degli antenati di Cometa, Walter Benjamin, evocato nel libro a proposito della teoria dell’Innervation, aveva vagheggiato qualcosa di simile nel saggio sull’opera d’arte: “La prima [tecnica, quella consistente nel dominio magico sulla natura] ha realmente l’intenzione di dominare la natura; la seconda, invece, mira piuttosto a un gioco combinato fra natura e umanità. La funzione sociale determinante dell’arte di oggi è la pratica di tale gioco”.

Michele Cometa
La svolta ecomediale. La mediazione come forma di vita
Meltemi, 2023
158 pp., € 16

Marco Maggi

è professore straordinario di Letterature comparate e teoria della letteratura all’Università della Svizzera italiana. Ha pubblicato “Walter Benjamin e Dante. Una costellazione nello spazio delle immagini” (Donzelli 2017) e “Modernità visuale nei ‘Promessi Sposi’. Romanzo e fantasmagoria da Manzoni a Bellocchio” (Bruno Mondadori 2019) e ha curato edizioni di testi del Seicento (“Aurore barocche. Concerto di arti sorelle”, Aragno 2006, e “Vocabulario italiano” di Emanuele Tesauro, Olschki 2008). Ha curato la riedizione di Rensselaer W. Lee, “Ut pictura poesis” (SE 2011) e Mario Praz, “Studi sul concettismo” (Abscondita 2014). È responsabile del fondo Lea Ritter Santini presso l’archivio del Centro studi Natalino Sapegno. Per la Radio Svizzera Italiana ha curato le 44 puntate di “Classici italiani. Da Francesco d’Assisi a Italo Calvino”. Collabora regolarmente a "L’Indice dei Libri del Mese".

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