Per un’architettura verde e postumana

16/02/2024

Gli alberi e le piante sono di moda, l’intelligenza vegetale è la nuova (in realtà antichissima, che cos’è infatti l’anima vegetativa di cui parlava Aristotele nel De Anima se non una forma di ‘intelligenza’?) scoperta che viene a lenire il senso di colpa antropocentrico e antropocenico dell’Homo sapiens nei confronti del mondo non umano. E allora ecco tutto un profluvio di radici che collegano, alberi che pensano e foglie che sentono, per arrivare fino alla proposta di una vera e propria forma di vita vegetale che dovrebbe/potrebbe rappresentare un modello per riorganizzare le comunità umane. Nel frattempo gli alberi continuano a fare quello che hanno sempre fatto, e probabilmente faranno anche nel futuro, crescere e rimanere fermi (quasi tutti, ma non tutti) ad osservare le nostre esistenze agitate dall’inquieta anima razionale (è sempre Aristotele che parla). Il principale effetto di questa improvvisa attenzione per il mondo vegetale è, ed è un effetto del tutto paradossale, un radicale travisamento di quello stesso mondo che si dice di amare così tanto.

Eduardo Souto de Moura, Casa unifamiliare, Ponte de Lima, 2014 – per gentile concessione dello studio Souto de Moura

Come scrive Giuseppe Barbera – in apertura del libro curato da Maurizio Oddo L’albero dell’architettura (Edizioni Lettera Ventidue 2023): “Nel tentativo di renderli il più possibile simili a noi, assegniamo alla vita degli alberi un vocabolario che è proprio degli uomini e delle loro relazioni. Sono intelligenti, collaborano (sono social, si è arrivato a dire), soffrono o sono felici, hanno memoria e coscienza, amano la musica, riconoscono forme e colori. Convinti di comprenderli meglio, li umanizziamo. Forse per amore, ma con il risultato di assoggettarli al nostro universo cognitivo ed emotivo e cosi definirne, guidati da interessi parziali, ruoli e destini. Non rispettiamo, come dovremmo, la loro autonomia biologica (ci sono da milioni di anni e ci sopravviveranno), non consideriamo quanto essi siano diversi dagli uomini con cui convivono” (p. 13).

Rahman Hak-Hagir, Palm House, 2014 © Pubblicata per la prima volta in Italia, per gentile concessione dell’artista.

Un rapporto particolarmente complicato, quello fra l’albero e l’architettura, allo stesso tempo intimo – un albero è un perfetto e insuperabile esempio di struttura allo stesso tempo autonoma ma anche in una condizione di radicale relazione con il mondo che lo circonda e gli permette di vivere – e affatto estraneo, dal momento che la forma architettonica, anche quella progettata per essere la più relazionale possibile, non riesce mai davvero a ‘dialogare’ con lo spazio che quello stesso progetto ha lasciato fuori di sé. L’albero (ed il bosco per non parlare della foresta) non esiste mai da solo, laddove la tentazione del progetto architettonico, anche quello più critico della separatezza fra architettura e vita, è sempre quella di esistere di per sé, come oggetto a sé stante, come progetto esterno, appunto. È contro questa separazione e separatezza che nasce il monumentale lavoro di Maurizio Oddo al fine di instaurare “una consapevole relazione con l’ambiente, definendo un proprio spazio che non è solo una maniera di escludere ma un atto consapevole di inclusione di elementi naturali – prima tra tutti, l’albero – per rinsaldare l’originaria alleanza che da sempre li lega” (p. 21). In effetti l’albero dell’architettura, nei due sensi dell’albero inserito in un progetto architettonico e l’albero intrinseco allo stesso progetto, si può pensare in modo disgiuntivo oppure congiuntivo: o l’albero o il progetto, o la vita delle piante oppure quella tutta artificiale della costruzione umana, oppure e l’albero e il progetto. In realtà il libro di Oddo propone un’ipotesi ancora più radicale, che mette insieme la congiunzione e la disgiunzione, in modo da preservare la separatezza evidente fra un tronco ed un muro, ad esempio, ma provando anche – è tutta qui la sfida dell’Albero dell’architettura – a far stare insieme quella separatezza, ossia a far dialogare un’entità tutta naturale e spontanea con un gesto, al contrario, del tutto arbitrario e artificiale come quello architettonico: l’albero, infatti, “non può essere trattato prevalentemente né quale elemento ornamentale, di decoro condominiale o urbano, né per le sue capacità di assorbimento del carbonio o per la frescura che produce. Sia che risulti incorporato al progetto, sia che appartenga allo spazio esterno, l’albero reclama il suo ruolo di elemento imprescindibile, anche a sottolineare il passaggio incessante del tempo atmosferico, naturale, in aggiunta a quello misurato e caduco dell’architettura” (p. 23).

È allora la relazione il tema del libro, una relazione da prendere nel senso più radicale possibile, non tanto, cioè, come una relazione fra termini che esistono già prima della relazione, per poi venire messi in contatto in un secondo momento attraverso una relazione più o meno estrinseca; si tratta piuttosto di pensare ad una relazione che preceda i termini stessi della relazione, cioè una relazione che ‘produce’ ciò che mette in relazione, perché “all’interno del binomio – Albero e Architettura – sono le relazioni a contare. Segnate dalle dinamiche tra i sistemi – quello naturale/vegetale e quello artificiale/minerale” (p. 32) dall’altro. Intesa in questo modo la relazione è molto più che l’accostamento a posteriori fra due elementi fra loro disparati e diversi; si tratta piuttosto di prendere sul serio il modello dell’albero, cioè il suo costruirsi insieme all’ambiente in cui cresce (si pensi alla forma dei rami modellata dai venti prevalenti in quella zona). In questo senso L’albero dell’architettura non può non crescere che insieme al territorio in cui più o meno casualmente è caduto il seme da cui proviene. Un approccio del genere richiede un radicale ripensamento del gesto architettonico, che spesso si pensa invece come gesto sovrano e autosufficiente.

Vittorio Giorgini, Casa Esagono, Golfo di Baratti (LI), 1957. Foto © Archivio Giorgini

Il gesto architettonico è sovrano quando si pensa come affatto autonomo e svincolato dallo spazio dove esercita la sua azione, come un’astronave aliena che atterra sulla superficie terrestre e decide di stabilire a suo arbitrio dove istallarsi. Non si tratta tanto di impostare un dialogo con lo spazio che contorna il progetto, quanto dell’azione molto più radicale di mettere in questione il gesto progettuale stesso in quanto, appunto, gesto sovrano, ossia originariamente non relazionale: “per far questo è necessario” – come scrive Emmanuelle Lo Giudice, “però, un profondo cambio di registro del modo di pensare e fare architettura. Necessario diventa, in primo luogo, l’abbandono di ogni velleità di autonomia disciplinare e di autoreferenzialità dell’architettura stessa, per dare nuova linfa al suo ruolo politico come mediatore sociale ed ecologico, ponendo al centro della ricerca progettuale l’uomo, l’ambiente e i nuovi sistemi relazionali” (p. 817). In realtà prendere sul serio l’albero significa forse mettere in questione questo stesso assunto, peraltro ormai ineludibile, assunto, e mettere in questione la stessa centralità dell’architettura come “mediatore sociale ed ecologico”; si tratta in realtà di mettere al centro non tanto l’essere umano, sia pure in relazione con il mondo non umano, quanto proprio questa stessa centralità antropocentrica.

Marcello Sestito, Capitello di Natura Naturata, 2011

Certo, viene da chiedersi quanto sia ancora architettura una architettura radicalmente post-antropocentrica, e quindi in qualche modo postumana: “così, lo sconfinamento, l’ibridazione, l’intreccio dell’ontologia postumana, mirata alla simbiosi, in architettura si traducono in una apertura al linguaggio della vita che poi è lo stesso del corpo: un Partenone che ritorna collina e, viceversa, una collina che si architetturalizza e diventa Partenone lasciando coesistere l’angolo retto con le differenziazioni e le topologie del paesaggio senza ‘solidificarsi’, senza staccarsi dall’ordine dinamico e auto-organizzato del cosmo” (p. 745).

Ma sarà ancora il Partenone, un Partenone che “diventa collina”? E sarà ancora una collina, una collina che “diventa Partenone”? Prendere sul serio la sfida che l’albero pone all’architettura significa non farsi incantare dalle identità, e cogliere nella congiunzione disgiuntiva fra il gesto naturale del tronco e quello artificiale dell’architettura non una confusione, bensì un impersonale atto di creazione, perché “tutta la creazione respira andando dall’uno al molteplice e dal molteplice all’uno” (p. 133).

Maurizio Oddo
L’albero dell’architettura
LetteraVentidue Edizioni, 2023
868 pp., 79 €

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