Sacred Landscapes, luce e forma

15/02/2024

Scrive Renata Codello nell’introduzione al catalogo: «La sacralità è un luogo, non uno spazio. Due concetti, nel pensiero occidentale, con una funzione e una natura essenzialmente diversa. Il luogo è abitacolo di una realtà, lo spazio sede di un’operazione. Il luogo accoglie in sé l’essere in tutta la sua profondità; e, in senso alquanto diverso, si potrebbe dire del luogo ciò che Heidegger dice del linguaggio, che è “la casa dell’essere”. Tuttavia, il luogo contiene in sé anche lo spazio». Questa sovrapposizione e connessione tra luogo e spazio non è casuale. Serve a integrare la dimensione operativa della realtà con la profondità dell’esperienza umana e a prendere in considerazione il significato più ampio di ciò che definiamo «luogo», aprendo la porta a una riflessione più profonda sulla natura della sacralità e della nostra relazione con tutto ciò che il nostro sguardo non può descrivere.

Così la segretaria generale della Fondazione Giorgio Cini inquadra i punti attorno a cui hanno preso forma le idee che hanno ispirato Marco Delogu, fotografo e curatore della visionaria mostra Sacred Landscapes, che la scorsa primavera ha animato Venezia con un dialogo tra arte, architettura e sacro. La mostra, pensata per le Vatican Chapels nell’Isola di San Giorgio Maggiore (padiglione curato da Francesco Dal Co e Micol Forti in occasione della prima partecipazione della Santa Sede alla Biennale Architettura 2018), ha ospitato le foto di Don McCullin, Francesca Woodman, Tim Davis, Guy Tillim, dello stesso Delogu, di Martin Parr, Annie Ratti, Paolo Ventura, Vanessa Winship e Graciela Iturbide. Dieci fotografi per dieci cappelle realizzate da dieci architetti internazionali: Andrew Berman, Francesco Cellini, Javier Corvalan, Eva Prats e Ricardo Flores, Norman Foster, Terunobu Fujimori, Sean Godsell, Carla Juaçaba, Smiljan Radic, Eduardo Souto de Moura.

Annie Ratti, da Mushrooms, 2014

Unità e complessità danno alla mostra un sapore nuovo, che si gusta anche sfogliando il prezioso catalogo uscito per Punctum, una piattaforma per libri, mostre e produzioni di fotografia che dà forma a idee e progetti. Un oggetto elegante, rilegato in una copertina rigida, dove le lettere che compongono il titolo e i nomi degli autori s’imprimono sulla stoffa ruvida intersecandosi in un crocevia nero ed essenziale. Il peso delle immagini è dominante, tutte fotografie scelte da Delogu per la loro capacità d’inserirsi in maniera significativa e simbiotica nell’ambiente e nelle strutture architettoniche del bosco nell’isola.

Graciela Iturbide con Eduardo Souto de Moura

Mentre volta le pagine, il lettore intraprende un viaggio che ricorda il pellegrinaggio dei visitatori della mostra. Ogni capitolo ci prepara all’incontro tra un architetto e il fotografo che lo accompagna: sulle prime uno sguardo da lontano alla cappella, come una silhouette stagliata contro la tela verde delle possibilità e poi, come accadrebbe avvicinandosi, l’immagine successiva descrive i particolari della struttura o ne rivela una diversa angolazione. Ancora qualche passo, lo spazio di una pagina o due, prima di scoprire la fotografia e apprezzarla in sé stessa. È un invito a soffermarsi, a riflettere sull’importanza della fotografia come strumento di ricerca anche rispetto al talento del suo autore di interpretare, di reinventare, che poi è lo stesso talento di chi guarda e di chi lega, di chi – come in questo caso – ha saputo immaginare un evento d’arte e quindi creare nuovo senso.

Don McCullin, Il bosco di Ravello, 2005

Precede le immagini una conversazione tra Delogu e l’assistente curatrice Francesca Campana, che s’incentra proprio sui ragionamenti che hanno portato alla scelta delle opere, tentando di rappresentarne i simboli e come l’incontro tra natura, architettura e fotografia abbia risemantizzato tutti gli elementi in campo. Una dopo l’altra, ecco la foresta severa e fitta di Don McCullin e gli spiriti indigeni di Graciela Iturbide abitare le visioni architettoniche di Norman Foster e Eduardo Souto de Moura. Ecco la Desert House di Tim Davis, con quel sole colore del fuoco e i paesaggi eterei catturati da Vanessa Winship. In questi paesaggi sacri, ci confrontiamo con l’essenza della nostra umanità, con il desiderio di trascendenza, la ricerca di significato, il desiderio di connessione. Il ritorno al bosco di Francesca Woodman, i funghi di Annie Ratti, la Milano diafana di Paolo Ventura, la cappella metodista di Martin Parr più simile a una haunted house… Tutti parlano della danza eterna tra l’effimero e l’eterno, il tangibile e il trascendente, tutti accostati alle architetture che li ospitano per affinità, per richiami visivi, compositivi o espressivi. «Si ha così la possibilità di una diversa fruizione: nella realtà la grande foto accanto all’edificio della cappella e, nel catalogo, due foto quasi delle stesse dimensioni che, a volte, non fanno immediatamente comprendere quale sia l’edificio e quale l’opera del fotografo» – generando un corto circuito che Francesco Cataluccio definisce onirico e spirituale.

Marco Delogu, Natura bianca # 14, 2008

Delogu non manca di riflettere su Natura bianca #14, la fotografia da lui stesso realizzata che ha scelto per la mostra, e così ci trasporta in una giornata di perfetta armonia con la natura. La bianca radiosità del cielo, una luce tanto intensa da fondere fino ad annullare il punto d’incontro con la terra, fa la coppia con la cappella di Fujimori dove il contrasto tra bianco e nero è altrettanto forte: «con questa opera, con tutte le opere selezionate, con la ricerca del forte dialogo con le Cappelle Vaticane, ho cercato di raccontare della nostra condizione umana all’interno di un cosmo che è natura, casa, parte integrante del nostro essere». È la storia universale e personale di un’esplorazione degli spazi fuori e dentro di noi, fatta di calcolo e di epifanie, di urgenze e di silenzi, attraverso lo sguardo rapinoso del fotografo che cerca di appropriarsi della vita in uno scatto o attraverso una costruzione che trasforma un progetto in impronta dell’uomo sul mondo.

Martin Parr, Crimsworth Dean Methodist Chapel, 1977

Sacred Landscapes ha voluto rappresentare la meditazione, ma anche il movimento dell’artista e dell’uomo di fronte e verso il paesaggio e degli interventi per plasmarlo, attraversarlo, abitarlo fino al punto in cui il desiderio di circoscrivere e possedere cede al mistero e alla ricerca di un’intesa con la natura più che di proprietà. Il libro fotografico che ne è il risultato diventa così traccia, testimonianza di un evento, discorso ancora – sempre – aperto intorno allo sviluppo dell’opera, alla concezione dello spazio e della durée dove il “prima” e il “poi” danno vita all’“ora” che chiediamo all’arte di significare.

Sacred Landscapes
a cura di Marco Delogu
Punctum, 2023
108 pp. ill. col., € 30

Silvia Cammertoni

È dottoressa di ricerca in Studi Comparati. La sua inclinazione per la forma breve l’ha portata ad approfondire la scrittura saggistica, studiando soprattutto letteratura italiana contemporanea, critica letteraria ed estetica della letteratura. Sempre in cerca di analogie e contatti tra diverse discipline, coltiva numerosi interessi con attenzione particolare alla fotografia e alla storia della moda. Collabora con “Alias”.

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