Respirare

12/02/2024

Conversare – e cospirare – con Marielle Macé

È stato appena pubblicato Respirare, l’ultimo libro di Marielle Macé, tradotto da Matteo Martelli per Contrasto nella collana Tracce, nel cui catalogo figurano, tra gli altri, Jean-Christophe Bailly, Donna Haraway e Vinciane Despret (con la prefazione di Emanuele Coccia). Se due saggi dell’autrice sono stati tradotti in italiano – La lettura nella vita. Modi di leggere, modi di essere (Loescher Editore, 2016) e, dallo stesso Martelli, Considerare. Migranti, forme di vita (Metauro 2019) – Macé è ancora poco conosciuta nel nostro Paese.

Eppure il suo rapporto con l’Italia non è episodico, se pensiamo all’anno trascorso a Roma come pensionnaire a Villa Medici, dove ha lavorato a un progetto sul destino del Tevere e il suo rapporto con l’urbe. O a Styles: critique de nos formes de vie (Gallimard 2016), che si apre con una foto scattata dall’autrice nel 2009 a Siracusa, Ortigia dove si legge “Lo stile non va in vacanza”, e con un esergo di Pasolini: “Un’idea di stile: uno stilo! Piantata nel cuore” (Bestia da stile), per chiudersi a Taranto quando, in una serata di fine agosto, il sonnacchioso centro storico si anima in modo repentino. Lo stesso Respirare contiene pagine sensibili su Andrea Zanzotto, le cui crisi asmatiche sono condivise dall’autrice.

Saggista e scrittrice, Macé è difficile da inquadrare per quanti ritengono le discipline fisse come gli elementi della tavola periodica. M’immedesimo nel libraio che cerca un settore dove impilare le copie di Respirare fresche di stampa: critica letteraria? (l’autrice ha studiato letteratura, e la poesia è il sottofondo costante delle sue riflessioni); ecologia? (la sua ultima fatica, datata 2022, è Une pluie d’oiseaux, che tratta del canto degli uccelli e del rischio della loro estinzione); politica o attualità? (l’ultimo libro tradotto in italiano parla di migranti, e in Respirare affiora la crisi del sistema sanitario e altre disuguaglianze sociali). Potrei proseguire con le scienze sociali, antropologia e sociologia in primis.

Per dirlo altrimenti, Macé si serve della letteratura per sondare altri ambiti, non riconducibili ai confini di una disciplina, per comprendere il mondo che la circonda se non – tale è l’ambizione – per modificarlo, stabilendo un rapporto col resto del vivente fondato su nuove premesse. Un’idea molto esigente di letteratura che aspira a rispondere alla stessa domanda che Roland Barthes eleggeva a titolo del suo primo corso al Collège de France: “Comment vivre ensemble?”. Ecco il settore, ancora inesistente, in cui i libri di Macé si acclimaterebbero bene, quelli che inventano nuovi modi di vivere insieme; o, come coglierà meglio chi leggerà l’intervista che segue, nuovi modi di cospirare.

Del resto Macé ha a lungo riflettuto sul destino del saggio in quanto forma letteraria in un contesto come quello francese dominato, per semplificare, dal romanzo nel XIX secolo e dall’essai nel XX. Rimesso in causa a partire dagli anni sessanta, l’essayisme “alla francese” è stato accusato da più fronti – pensiamo, tra gli altri, a Pierre Bourdieu (Esquisse pour une auto-analyse, 2004) o a Jacques Bouveresse (Prodiges et vertiges de l’analogie, 1999) – di non essere un valido strumento di conoscenza. Il saggio, mauvais genre che pretende di dissertare de omni re scibili? È precisamente a partire da questa crisi della saggistica che alcuni autori come Marielle Macé tentano di reinventarla, sperimentando percorsi inconsueti.

Nei suoi libri più recenti si tramano (nelle diverse accezioni del verbo) diversi modi di vedere e di pensare il mondo, passando per la parola poetica, l’intervento artistico, la riflessione politica, le scienze sociali. Il risultato è una polifonia organizzata, dove le tante sollecitazioni sono armonizzate dalla voce ben riconoscibile dell’autrice, che ha la capacità di mettersi all’ascolto, quasi di entrare in risonanza con i suoi lettori e le sue lettrici. Per questo in Francia la pubblicazione di un suo nuovo libro suscita tanto entusiasmo, come dimostrano, oltre alle presentazioni pubbliche, le interviste alla radio, le letture pubbliche o musicate come alla Maison de la poésie di Parigi.

Incentrata su Respirare, la conversazione che segue si vuole anche un’introduzione al pensiero di Marielle Macé per coloro che la leggono per la prima volta.

O che vogliono prepararsi alla presentazione di Respirare che avrà luogo all’Accademia di Francia – Villa Medici di Roma mercoledì 14 febbraio alle 19.

Essayisme e sua eredità

RICCARDO VENTURI: Prima di entrare nel vivo di Respirare, vorrei rivenire su come costruisce i suoi saggi inclassificabili, dove la sua voce – o il suo stile – emergono in modo così cristallino.

Comincio con una domanda simile perché, sin da Le temps de l’essai: histoire d’un genre en France au XXe siècle (Belin 2006), lei s’interroga sul destino della saggistica nel XX secolo, una forma letteraria che ha conosciuto anche in Italia una stagione felice. Una produzione ancora oggi insolita, se restiamo alle divisioni disciplinari accademiche. Per semplificare, restando sul terreno delle scienze umane, proliferano articoli scientifici che somigliano a meri referti documentari della ricerca compiuta. Verbali da questura in cui raramente è convocata la scrittura, raramente è pensata come strumento che restituisce l’impegno personale del ricercatore, la sua sensibilità che l’ha condotto a trattare tale soggetto. Tuttavia, come lei osserva in Le temps de l’essai, “Gli anni Sessanta segnano l’emergere della questione, diventata da allora topica, della scrittura della critica, e della rivendicazione da parte degli studiosi della letteratura di uno statuto di scrittore” (p. 234) – una redistribuzione dei discorsi critici di cui siamo gli eredi.

Lei ha molto riflettuto al modo in cui il pensiero prende forma nel saggio. Le chiedo così come ha elaborato l’obliquità di Respirare e delle sue opere più recenti quali Nos cabanes e Sidérer, considérer.

MARIELLE MACÉ: Ha ragione ad associare questi tre libri: Respirare è la terza parte di una piccola “trilogia dei viventi”. Ognuno di questi libri ha un punto di partenza documentario (non mi attira molto la fantasia: la realtà, che è plurima, mi basta, basta a riempirmi di meraviglia e di sbigottimento). Ogni volta parto da un luogo specifico, una zona in cui si vive una situazione contemporanea di crisi o di tossicità – uno spazio in cui le vite sono squalificate, trattate come insignificanti, soffocate (di solito sempre le stesse). Comincio col dispiegare le questioni in gioco nella situazione, in modo da tenerla ben fissa davanti agli occhi; ma la sfida è sempre quella di far emergere dalla realtà qualcosa in grado di liberarla, di risollevarla: una cura, un coraggio, un’attenzione, una lotta, una spinta a vivere altrimenti. Si tratta di aprire varchi, di individuare forze di metamorfosi… E questo (almeno nel mio registro letterario) è il ruolo della scrittura: accompagnare le ragioni dell’agire, farle gonfiare come una vela.

Questo approccio è la messa in pratica della mia ricerca complessiva nelle scienze umane e nelle scienze del vivente (esposta in opere molto più lunghe!), che propone una riflessione generale sulle “forme di vita”: sul modo in cui ciascuna vita è impegnata nelle forme, su cosa significhi abitare una forma di vita (un ritmo, un gesto, uno stile d’essere) ed esaminarla, su quanto c’induce a rifiutare le forme di vita che ci vengono date e a immaginarne delle altre…

Questi tre libri riguardano fondamentalmente il genere letterario del “saggio”, che è stato il mio primo oggetto di studio (il tema del dottorato era la storia del saggio nel XX secolo; attraverso di esso volevo comprendere la partecipazione della letteratura alla vita del pensiero, alla definizione di uno spazio comune, alla discussione sul reale). A poco a poco la questione del saggio, che era il mio campo di ricerca, è diventato il mio modo di vivere… Come se il lavoro critico mi avesse permesso di affermare una fiducia fondamentale nella letteratura in quanto forma d’azione. In un gesto fervente ma fragile, ansioso, non dogmatico. Mi ci sono voluti quindici anni per entrare nell’arena; ma mi sento molto fortunata nel vedere un intero lavoro di ricerca percolare così nello spazio pubblico.

Ci sono molti modi di parlare del genere saggistico (nel bene e nel male). Per me il saggio è soprattutto il luogo di uno sforzo per qualificare il reale: dire “com’è”, qui, lì, ma quindi anche come potrebbe essere. Far germogliare dei possibili. Osservare luoghi o azioni in cui la realtà è già un po’ diversa da sé, in cui vibra di promesse — ad esempio, in questi tempi irrespirabili, rilevare delle zone di respiro, di condivisione, di lotta, farle conoscere, sostenerle…

Questo suppone di considerare che uno stato di realtà non è mai soltanto uno stato di realtà, come un quadro davanti agli occhi, ma è sempre anche un’“idea”: un’idea di vita che vuole nascere e che potrebbe essere espressa più lontano, più forte, spinta fino a domani… Un’immagine, una città, un fiume, una citazione, un animale… per un saggista queste sono altrettanto idee “che la vita ha” e che, quando si è scrittrice, si vogliono estendere, liberare. Delle strade da seguire, per trasformarle in nuove opportunità d’esistenza: sì, la vita potrebbe essere così, e così, e così ancora…

Perché bisogna volere che il reale sia gravido di possibilità. Bisogna persino aiutarlo a esserlo. Ed è questa forse la dimensione politica propria alla scrittura saggistica. Non è finzione, ma una vera e propria messa in moto dell’immaginazione. Posso provare a dirlo altrimenti: in un saggio si cerca di “immaginare ciò che è”, d’esplorare la realtà per individuare i luoghi in cui essa si sta già emancipando e trasformando. È un atteggiamento da poeta, e da militanti. — È quanto cercavo quando ho lavorato alle ZAD (zones à défendre) in Francia. E a Roma l’ho ritrovato nell’approccio del gruppo Stalker, ad esempio in quanto hanno messo in atto per difendere l’emergenza di questo “monumento naturale” che è il Lago Bullicante, ex-Snia, a est della città; come sicuramente saprà, una zona umida è emersa in seguito a una trivellazione abusiva. È descritta dagli imprenditori come un “incidente”: squalificata, mal qualificata; ma Stalker ci vede un nuovo luogo di vita, quasi un’insurrezione della natura; ricercatori e attivisti cercano di osservare le vite effettive che vi si svolgono, di prendersi cura di ciò che esiste, per accompagnare questa vitalità, sostenerla, agire a partire da essa. Ovvero, per l’appunto, “immaginano ciò che è”.

La scrittura del saggio è, per me, un modo di protrarre le linee formulate dalla realtà. Inseguirle, spingerle, collegarle… La mia categoria letteraria, al proposito, è “la frase”, come unità di pensiero, di esperienza e di stile. È quanto cerco nella lettura: sentire tutto ciò di cui una frase è capace, metterla alla prova di nuove circostanze. Ed è quanto aspiro di fare nella scrittura.

Credo persino che essere una saggista significhi vedere delle frasi nella vita stessa, far sorgere delle frasi nei paesaggi, coglierle, condividerle, farle sognare, permettere loro di andare lontano. Questo non significa che i saggi debbano essere scritti con delle “belle frasi”; né soltanto che il pensiero sia indissociabile dalla scrittura, cioè dal modo in cui una riflessione è necessariamente condotta con e nel linguaggio. Ma che essere una saggista significa concepire la realtà stessa in termini di questa categoria della “frase”. Come se il mondo sensibile pullulasse di “proposte” (in senso assieme logico, grammaticale ed erotico: la realtà ci fa delle proposte!) e il ruolo della saggista fosse quello di raccoglierle, e di rilanciarle. È una convinzione riguardo al senso (alla sua presenza dispersa nel vivente, nella vastità del mondo). E una convinzione riguardo al linguaggio, che raccoglie questi fremiti e li trasmette.

Dicendo questo penso a Pierre Alféri (saggista e poeta, figlio di Jacques Derrida, scomparso prematuramente l’anno scorso). Nel 1991 pubblicò un saggio molto bello, Chercher une phrase, che associava tutta l’avventura del “pensare” alla questione della frase: pensare, diceva, è cercare una nuova frase, che può essere cercata solo attraverso altre frasi, e che si sottrae, ma si fa strada in questa ricerca. Vengono in mente le frasi logore, la nuova frase si profila, si affretta, e presto prende forma, si afferma, illuminando le altre e il loro abbandono. È un lavoro, lo scrittore non deve arrendersi, non deve fermarsi alle frasi approssimative che si presentano — “si può sempre scegliere di non dire nulla piuttosto che dire a metà”…


Nanna Heitman, Penisola di Abrau, Mar Nero, Russia, 2021 © Nanna Heitmann / Magnum Photos / Contrasto

Dire con la letteratura

RV: Restiamo sulla figura del saggista. Leggendo le sue prime opere mi sono imbattuto in diversi passaggi programmatici se non premonitori, se posso esprimermi così. Mi limito a due esempi. Comincio con un passaggio sul saggio contemporaneo nella conclusione di Le temps de l’essai: histoire d’un genre en France au XXe siècle (Belin 2006): “In questi testi a intensità variabile, che non hanno né la pazienza del discorso assiomatico, né l’impeto della narrazione, né la natura evenemenziale del poema, una prosodia singolare dà voce al disordine polifonico della cultura. La velocità del saggio è dovuta alle sue lacune, alle sue latenze o alle sue promesse: il differimento di uno sviluppo, la moltiplicazione degli inizi, l’audacia dell’argomento, la condensazione delle formule, l’affermazione o l’erranza. […] In quanto discorso su, il saggio si sviluppa a partire da frammenti culturali prelevati, riorganizzati, rimessi in moto, o da concrezioni dissociate, deformate, spinte al limite” (p. 322).

In Styles. Critique de nos formes de vie (Gallimard, 2016) leggiamo: “Io sono una specialista della letteratura, ma la letteratura non sarà qui il mio oggetto; sarà piuttosto la mia alleata, la mia guida persino, ogni volta che s’interroga sul significato di questa o quella forma del vivere” (p. 14); e la sua speranza è che “smettiamo di stupirci che una letterata osi una riflessione antropologica d’insieme; che non gli si domandi solo cosa voglia dire della letteratura ma cosa voglia dire con la letteratura” (p. 51).

Due commenti adeguati di quanto fa precisamente oggi…

MM: Assolutamente sì, e mi fa un regalo meraviglioso a ricordarmi questi estratti e a invitarmi a riconoscermi in essi! Mi trovo a mio agio in tali descrizioni. Lavoro effettivamente a partire da un numero infinito di “frammenti culturali” rimessi in movimento. Ogni mio libro è anche una piccola biblioteca (una biblioteca di storie, di ricordi, di immagini, di citazioni vive…), o una specie di fiume che cerca di raccogliere tanti affluenti per straripare ai piedi del lettore… Potremmo anche parlare di un “vade-mecum”: cammina con me, resta con me! perché il libro è in conversazione con molti altri, e con ogni sorta di stati del mondo, e si tratta con esso di accompagnare le nostre avventure di vita, di temprare le nostre speranze. Potremmo anche parlare di “memorandum”, perché cerco di annotare cose (frasi, paesaggi) che meritano di essere ricordate, di costituire un’attrezzatura per l’esistenza, per il pensiero e la condivisione. — Ad esempio, devo l’intera dinamica di Respirare a una frase (due versi, due parole) di un poeta contemporaneo, Zéno Bianu: “ispira / spera” [“inspire / espère”] — è bastata per avviare tutta la mia indagine su un’ecologia del respiro e una politica delle solidarietà.

E ho davvero la sensazione che, passando dagli studi letterari alla scrittura, sono passata da un lavoro sulla letteratura a un lavoro con la letteratura, sul mondo comune. Con la letteratura come messa in forma della sensazione, passione per il linguaggio, irritazione contro le approssimazioni, rabbia dell’espressione (la rabbia poetica di Pasolini). Con la letteratura che leggo (soprattutto la poesia, che considero come una lotta contro ogni forma di disattenzione); e con la letteratura che cerco di praticare. Credo tra l’altro di condividere quest’evoluzione con diversi miei amici universitari in Italia: Guido Mazzoni, Daniela Brogi, Daniele Balicco, Simone Giusti…; abbiamo perso un po’ il gusto per la teoria letteraria, e mettiamo la nostra passione per il linguaggio (filo-logia) al servizio di un’idea della realtà, delle sue fragilità, delle sue violenze, e delle speranze che vogliamo sostenere in essa.

Nanna Heitman, Penisola di Abrau, Mar Nero, Russia, 2021 © Nanna Heitmann / Magnum Photos / Contrasto

Paesaggi dell’irrespirabile

RV: Quanti cominceranno il suo libro pensando di leggere qualcosa di edificante sul respiro resteranno colpiti: Respirare si apre infatti con “L’irrespirabile” dove è questione dei paesaggi intossicati della sua infanzia a Paimbœuf, dell’infiammazione polmonare di suo padre panettiere e, su un piano più generale, della diffusione delle patologie respiratorie e dell’inquinamento dei nostri ambienti di vita. (Personalmente ho pensato anche allo scandalo delle alghe verdi in Bretagna di cui si è molto parlato di recente in Francia). Ancora, Respirare si apre con due eventi quasi concomitanti, la pandemia, che ha accentuato le disuguaglianze sociali delle nostre democrazie, e il soffocamento di George Floyd.

Che questa atmosfera asfissiante in cui viviamo sia d’attualità lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, l’ultima COP28 di Dubai, incapace di prendere posizioni forti contro le energie fossili, e la crescita delle emissioni mondiali di CO2, che raggiungono livelli record.
Come descrivere, come riconoscere, come affrontare questi paesaggi dell’irrespirabile in cui la sua ecologia del respiro dovrebbe collocarsi e diffondersi?

MM: Sì, questo libro parla anzitutto di tutto ciò che oggi è irrespirabile. Fa la diagnosi di un presente intriso di affanni, asfissie e tossicità, dove il respiro fa difetto. “L’irrespirabile” è diventata quasi la nostra condizione naturale: la caratteristica dei paesaggi quasi ovunque intossicati, dei terreni inariditi, delle atmosfere soffocanti. È anche una dimensione centrale delle nostre esperienze politiche, segnate dalla violenza e dal disprezzo; della nostra condizione sociale, in un’epoca capitalista efferata; una dimensione della nostra stessa condizione psichica: l’affanno che deriva dalle nostre violente fatiche, in particolare nel mondo del lavoro, e di quanto costa adattarsi (o credere di doversi adattare) a un mondo in ebollizione. Un mondo in cui una crisi si sussegue all’altra, valanga dopo valanga, senza lasciare il tempo di riprendere fiato.

Vogliamo poter respirare, respirare tout court. È infatti in termini di respiro che si formula oggi la pretesa di giustizia, una domanda che è stata riaffermata senza mezzi termini in occasione di una pandemia che ha attaccato il sistema respiratorio, che ha accentuato la distribuzione già fortemente diseguale delle vulnerabilità, e che si ricollegava alla morte di George Floyd che, asfissiato per più di otto minuti sotto il ginocchio di un poliziotto, gridava “I can’t breathe!”. La protesta di un corpo privato d’aria è diventata il simbolo della lotta contro le crescenti violenze della polizia, contro un mondo che si sta brutalizzando e vuole far affidamento e approfittare delle nostre fragilità. — Osservando, fin dall’inizio della pandemia, le evidenti disuguaglianze nell’accesso ai vaccini tra i continenti, i fenomeni di discriminazione e il modo in cui lo sfruttamento massiccio dei viventi raddoppia le disuguaglianze economiche, Achille Mbembe ha chiesto del resto un “diritto universale a respirare”.

Ho così esplorato tutte queste dimensioni dell’irrespirabile. Mi sono particolarmente interessata alla dimensione sociale e razziale della respirazione: ho lavorato sulla storia degli inquinanti, sul condizionamento dell’aria, sullo sviluppo delle patologie professionali e sul loro lento riconoscimento (le malattie respiratorie sono sempre state la prima causa di morte sul lavoro, ma spesso ci vuole molto tempo perché vengano prese in considerazione), sulle malattie legate alla precarietà (ad esempio, il ritorno del saturnismo tra i bambini più poveri nelle grandi metropoli occidentali, una malattia che è direttamente dovuta all’insalubrità delle abitazioni in cui le famiglie sono condannate a vivere, ma che ha richiesto molto tempo per essere identificata, addirittura immaginata, a causa di una sorta di razzismo epistemico).

Ho anche attinto ai ricordi personali; un passo necessario per la respirazione, perché è un campo in cui la sfera più intima incontra quella più collettiva. Ma nel mio caso questa risonanza è particolarmente forte, perché conosco bene le malattie respiratorie e i paesaggi tossici. Ho visto mio padre, panettiere, cominciare ogni giornata lavorativa con un attacco di tosse e indossare una maschera (la stessa cui ci ha abituati il Covid). Era l’effetto della “farinosi”, l’asma dei panettieri; una patologia che non è solo dovuta alle polveri fini della farina, ma ai prodotti fitosanitari che contengono, cioè i pesticidi usati nella coltivazione del grano; insomma, a uno stato del mondo (agricolo, industriale, commerciale), uno stato condiviso ma i cui inquinanti si fanno strada soprattutto attraverso i polmoni dei lavoratori (e dei loro figli, spesso anch’essi asmatici).

Negli anni ottanta mio padre ha deciso di utilizzare farine biologiche, non tanto per una presa di coscienza ambientale, quanto per sentirsi meglio (e forse in fondo è la stessa cosa!). Ma oltre a ciò vivevamo a Paimboeuf, una piccola città operaia sulle rive dell’estuario della Loira, proprio di fronte alle enormi raffinerie di petrolio di Donges (le seconde più grandi d’Europa dopo Taranto credo) e all’ombra delle fabbriche Kuhlman, attive fino agli anni novanta (che avevano prodotto gas asfissianti durante la Prima Guerra Mondiale e si erano riconvertite alla produzione di componenti chimici dei pesticidi). Paimboeuf era stato anche, secoli prima, l’avamporto di Nantes, da cui salpavano migliaia di “navi negriere”… La difficoltà di respirare veniva da ogni parte, dal passato, dal presente, faceva tossire più o meno chiunque… Credo che questo mi abbia reso consapevole molto presto delle disuguaglianze respiratorie e del fatto che, se respiriamo male, è a causa di uno stato generale del mondo.

A proposito, questa presenza della prima persona è ancora una dimensione del genere saggistico – dove l’esperienza è uno degli strumenti di riflessione, e dove il saggista può proporsi come territorio di esplorazione.

Sottolineo tuttavia che questo “io” non è l’io dell’autobiografia: “io” non è il soggetto di una narrazione, una persona distinta dalle altre; ma il soggetto di modi d’essere, di “forme di vita”; qualcosa a cui cerco di pensare ovunque: come viviamo, come potremmo vivere. In tal caso, come respiriamo, in quali circostanze respiriamo male, o non respiriamo affatto, e come potremmo sperare di respirare meglio… Non si tratta di raccontarsi, ma di affidarsi a ciò che osserviamo all’interno di noi stessi e di farne tesoro per il pensiero. — Da questo punto di vista, mi riconosco bene, ad esempio, nell’“io” di Barthes, quando raccoglieva frammenti della sua vita senza pertanto fare il racconto di se stesso, o quando descriveva le abitudini di sua madre senza raccontarla, sorprendendosi a ripetere i suoi gesti, perpetuandola non in “chi” era ma in “come” era: perpetuandola nei suoi modi d’essere, che erano proprio ciò per cui l’amava. Ricordare qualcuno non in quanto eroe di una storia, ma in quanto soggetto di forme di vita, lo trovo meraviglioso. Ed è una mia convinzione profonda: una vita non può essere dissociata dalle sue forme, dalle sue abitudini, dai suoi spazi, dai suoi ritmi… È qui che ogni esistenza rischia la sua idea, ed è la mia domanda ricorrente: e tu, come vivi, come vorresti vivere? come te la cavi con “il mestiere di vivere”? Questa frase di Pavese non smette di colpirmi!

Nanna Heitman, Penisola di Abrau, Mar Nero, Russia, 2021 © Nanna Heitmann / Magnum Photos / Contrasto

Verso un’ecologia del respiro?

RV: Il soffio ha raramente attirato l’attenzione dei nostri ricercatori (i soli libri che trattano la questione nella mia biblioteca sono nel reparto yoga!), nonostante tocchi da vicino le nostre esistenze oggi, come ha appena ricordato attraverso due eventi decisivi quali il Covid-19 e la morte brutale di George Floyd. Due eventi gravidi di conseguenze: il primo ha generato un nuovo sguardo sull’inquinamento causato dall’estrattivismo all’origine dell’emergenza climatica, il secondo è all’origine di diversi movimenti di protesta post-colonialisti. Il respiro diventa così un atto socio-politico quanto fisiologico.

È da qui che bisogna ripartire, come dimostra Respirare, verso quello che lei chiama “ecologia del respiro”. Cos’è, come può svilupparsi e quali forme collettive potrebbe prendere una tale ecologia del respiro? Con quali sinergie e quali strumenti?

MM: È il secondo versante di questo libro; dopo una riflessione sull’irrespirabile, la proposta di un’ecologia del respiro, di un’ecologia ambientale, politica e poetica del respiro, che possa ridarci aria, coraggio e speranza…

“Ecologia” qui non significa solo che parleremo della natura. La questione del respiro ci incita a pensare al di là dell’individuo, al di là di un corpo presumibilmente autonomo; costringe a pensare a ogni vivente come a un territorio ampio e permeabile, una sorta di paesaggio di scambio con tutto il mondo circostante.

In realtà, credo che respirare implichi fondamentalmente una partecipazione al mondo. Respirare non significa solo nutrire il proprio organismo. È sia far entrare l’esterno sia restituire all’esterno un’aria trasformata. Partecipare alla vita nel suo complesso, contribuirvi. Meglio (o peggio), compromettersi, in uno scambio che tiene stretti i fili che legano i corpi alle condizioni degli ambienti. Di modo che ognuna e ognuno di noi senta che con l’aria che espira (l’aria che espira come nebbia, come rifiuti, ma anche come gesti, come atti, e ancora come frasi), contribuisce a produrre quella che chiamiamo “l’aria dei tempi”.

Il respiro, lo vedo come l’esatto e sufficiente contrario della separazione. — Non si respira né soli né da soli (nel dire questo, mi viene in mente una riflessione di Franco Fortini sul tema delle politiche di emancipazione che mi ha profondamente colpito: è la storia di coloro “che da soli hanno deciso di non essere soli”. Coloro che hanno deciso di non essere soli lo hanno fatto dalla loro solitudine, dal cuore della loro solitudine, lo hanno fatto autonomamente, liberamente, “da soli”, ma per non essere mai soli…).

Forse è proprio questa partecipazione, questa sorta di conversazione intima con il mondo, che la pandemia ha ferito dentro di noi. In una situazione di contagio, ne abbiamo fatto tutti esperienza, l’aria diventa più o meno sospetta, potenzialmente aggressiva, e l’ecologia sociale del respiro viene come profanata. Non ci fidiamo più dell’atmosfera in cui siamo immersi non appena viene condivisa — mentre è proprio questo, l’atmosfera, è proprio tale condivisione, tale partecipazione e tale mescolanza. Durante il Covid, abbiamo avuto paura dell’aria che prendevamo, ma anche di quella che restituivamo: ci sembrava che finisse sempre “in” qualcun altro; è un modo triste di misurare la portata di tale ecologia del respiro (e mi torna in mente quella scena di Fellini Roma in cui degli affreschi antichi appena svelati, su cui volti remoti guardano intensamente i vivi e sembrano apostrofarli, si sgretolano quasi istantaneamente sotto l’effetto della loro espirazione).

Nanna Heitman, Penisola di Abrau, Mar Nero, Russia, 2021 © Nanna Heitmann / Magnum Photos / Contrasto

Roma, città porosa

RV: Sospettavo che Roma fosse dietro l’angolo! La gestazione o forse la redazione stessa di Respirare sono legate all’urbe, dove ha condotto un progetto intitolato « La vita porosa » e una ricerca sul Tevere nel contesto di un soggiorno annuale a Villa Medici. In che modo tale residenza ha influenzato Respirare?

Roma è anche la città dove, con la stagione primaverile, ha avuto delle crisi d’asma che risalgono alla sua infanzia.

E sempre a proposito d’infanzia, mi sono accorto che la questione della porosità riviene, in Respirare, proprio quando evoca i paesaggi dell’estuario della Loira a Paimbœuf – “i miei occhi e i miei polmoni hanno imparato subito […] che la vita è necessariamente porosa. La vita si riversa e beve, è tutta una questione di infiltrazioni, traspirazioni, evaporazioni, percolazioni, nebbie, miscele, filtrazioni, permeabilità, esposizioni, perdite ovunque” (p. 76).

MM: È vero, sono venuta a Roma con un progetto sull’acqua e sono ripartita con un libro sul respiro! Un po’ me l’aspettavo, perché non volevo limitarmi a fare una ricognizione del Tevere, ma partire alla ricerca di spazi di porosità, di luoghi in cui qualcosa nel rapporto con l’acqua si reinventa, in una città che mi sembra voltare le spalle al suo fiume oltre che al suo litorale, una città vedova delle sue acque… Ora, la porosità è la caratteristica fondamentale dei respiranti: essere un vivente, essere un respirante, vuol dire essere “nato bucato”, come scriveva Henri Michaux, ed essere una sorta di zona critica, un luogo di scambi metabolici.

Ma è stata anche la vita quotidiana nell’immenso parco di Villa Medici che mi ha portata a soffermarmi di più sulla grazia ferita che è il respiro. Durante quell’anno ho ripreso fiato, vivendo a tempo pieno, con mio figlio, in un giardino (un miracolo, che ha riparato qualcosa delle quarantene, soprattutto per un bambino piccolo), e addirittura in un giardino antico, stregato; in primavera, però, ho avuto una forte allergia che mi ha costretta a dormire seduta, come quando ero bambina; e ben prima dell’estate l’afa e il moltiplicarsi degli incendi intorno a Roma ci hanno fatto sentire, se ce n’era bisogno, le conseguenze del riscaldamento globale. — Ricordo un giorno di giugno in cui la città era circondata da sette incendi; respiravamo il fumo e le foglie carbonizzate, intatte ma tutte nere, come piccoli battelli sfigurati, volavano per dieci chilometri fino ad atterrare nel giardino che ci accoglieva.

In fondo, nella mia vita come nel mio immaginario, le due cose sono profondamente legate. A me, è l’acqua a darmi l’aria! sono le rive, gli estuari e i delta a darmi il respiro. — Condivido oltretutto questa passione per l’acqua (ma anche le allergie respiratorie) con una poetessa romana, Antonella Anedda, che quell’anno è diventata mia amica e appare all’inizio di Respirare.

Una cospirazione vulnerabile

RV: In Respirare c’è, mi sembra, una tensione soggiacente: da una parte la vulnerabilità, una parola e una nozione che troviamo raramente nella saggistica e che invece ricorre spesso nella sua riflessione. Ho tra l’altro l’impressione che, per lei, non si tratta di una forma di debolezza da sormontare ma di una forza. Dall’altra, abbiamo la co-spirazione, che lei intende come un modo di “respirare insieme”, di “respirare l’uno con l’altro, e respirare l’uno dall’altro, e l’uno nell’altro e attraverso l’altro” (p. 63) – “l’atmosfera è proprio questo, è questa condivisione, questa partecipazione e mescolanza” (p. 35). Cospirare diventa così un antidoto al diktat delle nostre società che c’incitano ad adattarsi alle condizioni di vita disponibili. Ma cospirare sembra anche entrare in risonanza con sperare. Come pensare assieme cospirazione e vulnerabilità?

MM: “Cospirare”, ecco una parola che può indicare il meglio e il peggio. Cospirare è respirare insieme, tutti insieme, in modo armonioso, e forse egualitario; è anche mettersi d’accordo per agire, per raccogliere le forze per lo stesso obiettivo (Gabriel Tarde, filosofo dell’atmosfera e degli ambienti sociali, parlava del “bisogno sociale di respirare in accordo”, di “respirare in accordo insieme”). Ma è soprattutto complottare, cambiare la vita restando in disparte, credere che la verità sia questione di un numero limitato di persone, un affare (sempre un po’ nietzschiano) di aria pura e rarefatta, di segretezza, di scantinati, di complicità, di calcoli… Abbiamo assistito alla rinascita dei “cospirazionisti” durante la pandemia, e si tratta forse dei peggiori attori delle nostre società iper-frammentate, non solidali, prive di solidarietà.

I filosofi stoici avevano una parola per indicare il respirare insieme e dire la dimensione cosmologica del soffio comune: sympnoia. Fa venir voglia, vorremmo essere in comunione, umani e non-umani, nella sympnoia ; ma questa idea non è mai stata semplice, da subito “invischiata nella storia politica” (come l’ha dimostrato il filosofo Peter Szendy), costretta a fare i conti con la difficoltà concreta di costituire una comunità.

Affinché la speranza di “cospirare” indichi il meglio, deve essere effettivamente associata senza tregua alla consapevolezza della vulnerabilità e della disuguaglianza delle condizioni di vita. Respirare, insisto, non possiamo farlo da soli. Una vita respirabile è necessariamente una vita connessa, un respirare-con, una de-separazione. Vivere significa in gran parte far affidamento sugli altri, che fanno affidamento su di voi.

Quando oggi si muore a causa dell’afa nelle metropoli, è a un’età e in una solitudine che la dicono lunga sullo stato dei legami (sociali e familiari) e sul modo concreto in cui abbiamo vissuto (a proposito dell’ondata di calore che ha colpito la città di Chicago nell’estate 1995, il sociologo Eric Klinenberg ha studiato le condizioni concrete di vita degli abitanti, i loro legami, le loro risorse, realizzando quella che ha chiamato “l’autopsia sociale di una catastrofe”). Da un quartiere all’altro, l’esistenza di solidarietà (cioè anche di spazi per viverle, d’istituzioni che le sostengono, e di servizi di uno Stato sociale attivo che le incoraggiano) può cambiare tutto; lo abbiamo visto nella periferia nord di Parigi durante la pandemia, quando si è organizzata tutta una rete informale di mutuo soccorso. Sono convinta che solo dalla fragilità del respiro, dall’evidenza delle patologie e della loro distribuzione diseguale, possiamo sperare in un respiro egualitario.

Marielle Macé, 2022, foto di Daniele Molajoli

Ripensare il vivente

RV: Allarghiamo la focale: il respiro è un atto su cui l’essere umano non esercita il monopolio: tutti gli esseri viventi respirano, e oggi, all’era dell’agentività generalizzata, sappiamo che persino le pietre accumulano e registrano il calore per migliaia di anni.

In che senso Respirare s’inscrive nella continuità del suo Nos cabanes e, più in generale, nella riflessione che lei conduce sull’ecologia del sensibile in un contesto in cui, per dirla con David Abram, il mondo dei viventi si è messo a tacere?

In che senso s’inscrive nella continuità della sua opera precedente, Une pluie d’oiseaux (Biophilia, Éditions Corti, 2022), un esercizio di ascolto che tenta “dei modi inediti di parlare natura, al tempo dell’estinzione”?

MM: È vero, lo sforzo di pensare oggi consiste spesso nel tendere più attentamente le orecchie: ascoltare la Terra gemere, le foreste brontolare, i fantasmi rimbrottare, prestare attenzione a molte specie, estendere il nostro ascolto a tutto l’esistente…

Il mio lavoro fa parte di questo ampliamento. Ho dedicato il libro che ha appena ricordato (Une pluie d’oiseaux) a un’indagine sugli uccelli dell’Antropocene. Questo mi ha condotta a una moltitudine di campi (antropologia, storia naturale, etologia, storia coloniale, sociologia rurale, musicologia, linguistica comparata…), e a un approfondimento della nozione di affetto o di attaccamento [attachement]. Mi sono infatti resa conto che era il modo migliore per descrivere l’intensità mai smentita del ruolo che gli uccelli, tanti uccelli, giocano nelle culture umane: siamo legati a loro da legami di ogni tipo (meraviglia, abitudini, riti, miti, cattura…), ma questi legami si stanno profondamente trasformando ora che gli uccelli scompaiono.

Mi sono presto resa conto che questa indagine costituiva anche un terreno esemplare per uno studio eco-critico, poiché gli uccelli non sono solo uno dei tanti “temi” della poesia e della letteratura, ma il modello stesso da cui è nata la tradizione lirica. La poesia si è sviluppata intorno alla figura dell’uccello, inseguendo il suo virtuosismo e la grazia del suo canto. Come se il linguaggio umano, nel suo lavoro più scrupoloso (ecco una possibile definizione di poesia), dovesse chiarire questo punto: la presenza di tanta bellezza, allegria, libertà, di così tanta vita viva, ciò che fa al mondo, e ciò che fa a “noi”.

Ma il mondo è appunto cambiato. Ho così anche cercato di capire cosa accade alla poesia ora che gli uccelli stramazzano, si riempiono di plastica e di virus. Di conseguenza, questo libro è anche una riflessione sulla parola al tempo delle estinzioni, su ciò che la parola è capace di fare in tali situazioni di disastro ecologico, una parola che è anche un legarsi. Perché la terra, i viventi, mi dico che siamo legati e affezionati “attraverso il linguaggio”, nel bene e nel male.

Respirare persegue quest’obiettivo riflettendo ai rapporti tra parola e inquinamento, proponendo addirittura una vera e propria “ecologia della parola”. Ho una concezione molto materiale della parola, come qualcosa che partecipa della realtà più concreta, della qualità degli ambienti di vita, proprio come l’aria che respiriamo. Le frasi che espiriamo e che facciamo circolare plasmano le nostre atmosfere. La nostra parola scorre nel mondo, è capace di irrigarlo o di danneggiarlo ulteriormente.

Questo libro si sforza inoltre di parlare “respiratamente” ai lettori: non si tratta per me di affermare delle verità, ma di far sorgere un soffio dalle frasi, di creare nella scrittura una zona di salute e di fraternità; affinché il fatto di dover rivendicare l’aria non ci soffochi un po’ di più, ma ci dia vita… Spero vivamente di esserci riuscita: liberare un po’ il respiro della lettrice o del lettore, senza mai affievolire la diagnosi di un mondo che è messo male.

Mi è tornata spesso in mente un’immagine, con la quale concludo il libro: la speranza di stanare la dolcezza che si annida, come una bestia selvaggia, al fondo della parola. Far emergere la dolcezza nascosta nel linguaggio, portarla allo scoperto, ascoltare il suo respiro intimidito ma ben vivo… Credo in fine che sia l’unica ragione per cui scrivo.

Milieu francese

RV: Nelle sue parole, qui come in Respirare, ricorrono spesso alcuni autori – Henri Michaux, Francis Ponge, Jean-Christophe Bailly (tradotto nella stessa collezione che Respirare, per una felice coincidenza che forse non è tale) – conosciuti al pubblico italiano. Quello che lo è meno è una certa convergenza recente in cui numerosi autori come lei, gravitando tra scienze umane e ambientali, ripensano radicalmente il vivente. In quanto una delle protagoniste di tale sensibilità, come spiegherebbe a un pubblico italiano sempre più sensibile a questo approccio la convergenza di forze che anima il milieu francese?

MM: Immagino che si riferisce a ricercatori quali Gilles Clément, Nastassja Martin, Baptiste Morizot, Émilie Hache, Vinciane Despret… È vero, mi sento vicino a loro. A volte mi sembra addirittura che stiamo scrivendo un unico grande libro collettivo! Un libro che si batte per un’estensione delle forme di vita da considerare: estensione ai “non-umani”, ai sotterranei, all’infimo… Che pratica anzitutto delle forme di attenzione – quelle che Anna Tsing ha chiamato “the arts of noticing”. E che s’interroga sulla trasformazione dei modelli di scrittura che queste forme implicano.

Uno sforzo collettivo per “ripensare il vivente”, come dice giustamente, si nutre in Francia dell’eredità di Bruno Latour, della lettura di Philippe Descola, dell’interesse per i lavori di Donna Haraway, Anna Tsing, Isabelle Stengers. Cerca di capire come viviamo in questo mondo danneggiato, incerto, in paesaggi profondamente inquieti, composti da molteplici linee di vita e linee di morte, e come potremmo condividere meglio questo mondo comune con le altre specie…

Si basa anche su un avvicinamento tra antropologia e letteratura: gli scrittori si ispirano alla nuova antropologia (che si interessa alle forme di vita “al di là dell’umano”) e gli antropologi riflettono molto sul tipo di storie che vogliono scrivere. Propongono nuove narrazioni, in particolare “narrazioni multispecie”, che ampliano lo spettro dei viventi presi in considerazione, raccontano gli incontri complessi tra umani e non umani. C’imbattiamo ormai in molte storie di questo tipo, alcune meravigliose e straordinariamente creative, storie di funghi (Anna Tsing), di lupi (Baptiste Morizot), di polpi (Vinciane Despret), di fantasmi, di virus, di sedimenti, di macchine… Gli autori sperimentano anche diverse temporalità, che vanno ben oltre la vita umana (per rendere conto della durata della radioattività, ad esempio), abbandonano gli scenari ordinari della causalità, e ognuna di queste storie illustra, grazie alla sua stessa forma, che il mondo è un vasto gomitolo di interdipendenze, nel bene e nel male.

In questo sforzo collettivo di ripensare il vivente, la mia particolarità sta forse in due aspetti: il mantenimento di una preoccupazione sociale e politica, e una sensibilità poetica (la mia fiducia nella poesia, il mio interesse genuino per il linguaggio).

Non separo difatti l’interesse per “il vivente” dalla consapevolezza delle vulnerabilità sociali, delle condizioni assai disuguali cui sono sottoposte le vite umane, e delle lotte che necessita.

E la mia questione letteraria non riguarda tanto la narrazione quanto la scrittura, la frase, la grammatica stessa. Abbiamo bisogno di nuove storie, ma credo che abbiamo anche bisogno di una grammatica (una grammatica per l’Antropocene, se così posso dire), per esprimere i paesaggi ambigui, instabili, tormentati, difficili da definire in cui viviamo, per pensare le nostre interdipendenze, per qualificare tutte le relazioni in cui sono coinvolti i viventi e le cose e i morti — nella loro pluralità, nelle loro ambivalenze… Ciò che conta non sono tanto le parole che nominano le cose quanto le frasi che le mettono in relazione. E immagino le frasi come ecosistemi di legami — stati di esistenza e di coesistenza che si riflettono in scene sintattiche.

In diversi lavori, mi sono ad esempio interrogata sulla posta in gioco e gli abusi del pronome “noi”. Nel mio studio sugli uccelli, ho riflettuto sulla preposizione “con”, onnipresente nel pensiero contemporaneo. E in Respirare sviluppo una breve riflessione sulle forme verbali (attiva, passiva, media).

Per me si tratta di esplorare poeticamente delle categorie grammaticali ordinarie, che mi sembrano delle opportunità offerte dalle lingue per pensare le composizioni e le scomposizioni dei mondi contemporanei, per abitare le nostre forme di vita, per criticarle e immaginarne altre. E di esplorarle tanto nelle frasi quanto nei paesaggi — che cerco di trattare alla stessa stregua, raccogliendo con lo stesso gesto stati di linguaggio e stati d’esistenza…

Pensare con le immagini

RV: Immersa in tale esplorazione poetica, mi chiedo in che modo approccia le opere d’arte evocate nei suoi libi. Che ruolo giocano in una trama in cui parola letteraria e poetica si contaminano all’attualità e alla scienza? Le faccio questa domanda perché sono molto interessato al modo in cui le arti visive e la storia dell’arte (e qui mi riferisco più al fatto che le immagini hanno una storia piuttosto che alla disciplina) sono utilizzate e reimpiegate.

Al proposito, un’osservazione dell’antropologo Tim Ingold (credo in Fare) mi ha sempre colpito: non si tratta di pensare le immagini ma di pensare con le immagini. Il primo approccio, proprio agli storici dell’arte (purtroppo) corre il rischio di chiudere il potenziale proprio delle immagini, mentre il secondo mi sembra più fecondo, anche se Ingold non precisa come realizzarla concretamente al di là dei seminari che ha condotto all’università di Aberdeen.

Ecco qui, ho citato Ingold perché mi sembra che nelle sue pagine si trova un modo di pensare con le immagini.

MM: Ha ragione a specificare “pensare con”. Credo di pensare “con” le immagini esattamente come cerco di pensare con i paesaggi, con i volti, con i gesti, con le cose; un’immagine, per me, è un pensiero (una traccia di pensiero, incarnata nello spazio, nelle linee, nell’aria, nel colore…). Come una “frase” (ci rivengo!), una frase rivolta ai nostri occhi — alla mente dei nostri occhi, se così posso dire.

Nella mia indagine sugli uccelli, ho riflettuto ad esempio sulle immagini stupefacenti degli storni che volano nel cielo all’imbrunire (Roma ne sa qualcosa); ho riflettuto su queste immagini, o meglio, precisamente, “con” loro: con il pensiero che le forme di questi voli generano, la loro plasticità, la loro meraviglia, la loro sporcizia…

E in Respirare mi sono soffermata su una serie fotografica di Alix-Cléo Roubaud, intitolata Quinze minutes au rythme de la respiration. Alix-Cléo Roubaud era una persona affascinante, tormentata, notturna, morta a poco più di 30 anni per insufficienza respiratoria. Nelle sue immagini ha in qualche modo lasciato che fosse il suo respiro (il suo povero respiro asmatico, ma anche il respiro di un’amante della vita e dei grandi spazi aperti) a determinare l’immagine, l’inquadratura, il tempo d’esposizione… Ha prodotto fotografie straordinarie, incandescenti, in cui il paesaggio sembra andare in fumo; immagini dell’amore e delle sventure dell’aria. Mi ha commosso molto riflettere con queste immagini.

RV: Tra l’altro, per concludere, mi sono chiesto se è mai stata tentata dall’illustrare le sue opere, se l’estetica verbo-visiva alla Sebald (per andar veloce) è per lei un modello o se la parola scritta è dotata di una tale forza che da questa e solo da questa dovrebbero scaturire delle immagini mentali.

MM: Mi piacerebbe molto! In effetti è quello che ho in mente per il mio prossimo lavoro, sugli estuari e i delta (ovviamente), e ho iniziato a collaborare con degli artisti visivi: a Roma, in particolare, con un fotografo documentarista…

Marielle Macé
Respirare
traduzione di Matteo Martelli
Contrasto Books, 2023
96 pp., 14,90 €

Il libro di Marielle Macé verrà presentato all’Accademia di Francia – Villa Medici a Roma mercoledì 14 febbraio alle 19. Tutte le info a questo link.

Riccardo Venturi

insegna Teoria e storia dell'arte all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.

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