Sciamani. Comunicare con l’invisibile

08/02/2024

Non poteva credere ai proprio occhi, l’arciprete Avvakum. Esiliato in Siberia per essersi ribellato alla Chiesa Ortodossa, nelle sue memorie racconta di aver assistito a quello che è a tutti gli effetti un rituale sciamanico: su richiesta di un cosacco che vuole sapere se la campagna militare del figlio avrà successo, un uomo bizzarro si muove sempre più intensamente ed entra in uno stato di trance, fino a che “i demoni” non gli annunciano una vittoria imminente. Era il diciassettesimo secolo e, nello scritto di Avvakum, si usa per la prima volta il verbo shamanit, “fare lo sciamano”; un centinaio d’anni prima gli zar avevano iniziato la colonizzazione dell’Asia Centrale e dell’Estremo Oriente, un territorio sterminato che oggi la Russia divide con la Mongolia, la Cina e le repubbliche nate dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Gli orientalisti russi hanno parlato di shaman come un individuo agitato e in preda all’estasi; ma chi è uno sciamano, e che cos’è davvero lo sciamanismo?

Exhibition view, ph. Muse, Matteo De Stefano

A questa domanda prova a rispondere una grande rassegna del Museo d’arte contemporanea di Trento e Rovereto (MART), che insieme ad altri due musei del territorio ha da poco aperto Sciamani. Comunicare con l’invisibile. La collezione di manufatti e corredi sciamanici di Sergio Poggianella occupa le sale di Palazzo delle Albere a Trento, già sede del Museo delle Scienze (MUSE), e quelle del Museo Etnografico di San Michele all’Adige (METS); tutto nasce da un’idea di Poggianella, che dal 2000 studia lo sciamanismo e raccoglie decine di oggetti dalla Yakutia e dalle regioni attorno al Lago Bajkal, e più a sud in Tibet e Nepal. Non c’è occasione migliore di una mostra, per parlare di un fenomeno che in Europa pochissimi conoscono: lo sciamanismo è un insieme complesso di credenze, conoscenze religiose e tecniche, mediazioni tra il mondo sensibile e realtà altre, non è omogeneo ma varia parecchio in base alla cultura presa in considerazione.

Exhibition view, ph. Muse, Matteo De Stefano

Tuvani, Buriati, Chakassi e Tatari, Samoiedi e Ciukci sono solo alcune delle popolazioni asiatiche dove è presente la figura dello sciamano, una donna o più spesso un uomo che per un incidente o un malanno entra giocoforza in contatto con il mondo di sopra e quello di sotto. Si tratta della “malattia sciamanica”, considerata tale in tutte le comunità in cui lo sciamanismo è praticato: una fase di trasformazione, con il corpo e la mente che cambiano profondamente. È un dono degli spiriti e della natura che non si può rifiutare, pena la morte. Per il nuovo sciamano inizia così una vita da outsider, che però è prezioso per la sopravvivenza della comunità, la guarigione interiore ed esteriore e per tramandare la memoria collettiva. Nel discorso occidentale siamo abituati a chiamare “sciamanismo” la spiritualità di un Sud Globale indefinito e dei popoli indigeni delle Americhe – la mostra cita queste esperienze, ma invita a non fare di tutta l’erba un fascio e a cogliere la ricchezza delle differenze.

Joseph Beuys e Budi Durini, Difesa della natura / Grassello, 1979-1984, Mart Rovereto, ph. Mart Rovereto

A Palazzo delle Albere, un percorso chiaro e lineare entra subito nella questione, con video e pannelli che non mettono in secondo piano l’esposizione ma anzi aiutano a osservare, farsi domande, comprendere. L’abito è un elemento fondamentale per lo sciamano perché manifesta i suoi poteri e rappresenta il mondo degli spiriti; le frange della tunica ne sfocano i contorni, durante i movimenti rituali per raggiungere la trance, insieme ai pendenti metallici che si “attivano” al minimo gesto. Proprio la componente acustica non è da sottovalutare: tra grandi dissonanze, il tamburo riprende il galoppo del cavallo che accompagna lo sciamano durante il suo viaggio nel di dentro. Le sezioni tematiche della mostra scorrono senza appesantire lo sguardo, approfondendo di volta in volta il rapporto degli sciamani con la società, la natura, il passato archeologico e gli stati alterati di coscienza.

Exhibition view, ph. Muse, Matteo De Stefano

Sempre alle Albere è allestita una sezione curata dal MART, con i lavori di 26 artiste e artisti contemporanei che incontrano la dimensione dello sciamanismo. Spicca naturalmente Difesa della natura di Joseph Beuys, l’artista-sciamano per eccellenza, così come Shaman/Showman di Alighiero Boetti che non a caso si scaglia contro chi è artista e si proclama shaman per notorietà. Anna Perach crea costumi da sciamana per provare a comprendere un orizzonte culturale diverso dal proprio: il risultato sorprende perché, in certa misura, ricorda gli abiti tradizionali delle minoranze che abitano i Carpazi, in quell’Ucraina da cui Perach proviene. Il collettivo Mali Weil, il footage di Balkan Baroque di Marina Abramović e Daniel Spoerri con Carnaval des Animaux sono un ottimo complemento alla collezione di Sergio Poggianella, se non altro perché mostrano che un artista, in fondo, attinge alla spiritualità come farebbe uno sciamano – comunicando con l’invisibile, anche se in modo differente.

Marina Abramovic, Balkan Baroque, 1997, Ramon Coelho video artist

Anche al Museo Etnografico sono state scelte opere d’arte contemporanea, che nel percorso Téchne, spirito, idea dialogano con gli oggetti sciamanicie una iurta, l’abitazione tradizionale in Mongolia, Kirghizistan e Kazakistan. Il rischio di Sciamani. Comunicare con l’invisibile stava nel progettare la solita miniatura dell’esotico, una problematica evitata con intelligenza da MART, MUSE e METS; al contrario la prospettiva è trasversale, invita a conoscere attraverso gli strumenti della storia dell’arte e dell’etnoantropologia, anche alla luce degli studi decoloniali. Ad esempio, la sezione legata allo sciamanismo contemporaneo tiene conto della repressione portata avanti dai sovietici contro gli sciamani, e del revival successivo al 1991 che vede un cambiamento importante nelle pratiche e nei rituali, qualche volta verso un sincretismo con il cristianesimo ortodosso e altre verso un rebranding per i turisti del Nuovo Est. Non resta che visitare la mostra e farsi un’idea di tutto questo.

Suzanne Lacy, Anatomy Lesson #1: Chickens Coming Home to Roost (for Rose Mountain and Pauline), 1976-2005, Galleria Enrico Astuni, ph. Courtesy l’artista

Sciamani. Comunicare con l’invisibile
Palazzo delle Albere, Trento / Museo Etnografico Trentino, San Michele all’Adige
fino al 3 giugno 2024

Francesco Desantis

(Como, 1996) è ricercatore culturale; si forma all’Accademia di Brera con Rachele Ferrario e in seguito Federico Ferrari, con cui discute una tesi di ricerca sulla metodologia critica di Harald Szeemann. Si occupa di cultura visuale dei paesi dell’Europa centrale e sud-orientale, cercando di indagarne le narrative identitarie e l’espressione artistica da un punto di vista post-totalitario e postcoloniale.

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