Italo Calvino È Una Enciclopedia

06/02/2024

Inizia non dalla “A” ma dalla “S” di Sanremo il volume enciclopedico Calvino A-Z edito da Electa con l’amorevole cura di Marco Belpoliti: un doppio falso-inizio per lo “scrittore degli inizi” che pur dichiarando (quando «si tratta d’una breve nota bibliografica») di essere nato a Sanremo, «sul suo passaporto ha scritto Nato a Santiago de Las Vegas (Cuba)». Terra insulare legata all’identità migratoria paterna inscritta a sua volta nel nostalgico nome del figlio, “Italo”, che segna i primigeni confini (insulari) del suo guscio identitario. A moltiplicare i falsi inizi del sistema-enciclopedia-Calvino sono i sei saggi dedicati alla voce Sanremo che presentano ciascuno un diverso punto di vista del medesimo luogo (non)iniziatico. La stessa cosa vale per le altre voci del volume che, redatte da 55 diversi autori, sono radunate per gruppi tematici a formare un arcipelago dove, scrive Belpoliti nelle perecchiane Istruzioni per l’uso, «nessuna voce tuttavia è una monade, ma si connette, pur nella singolarità della trattazione, ad altre voci del volume in un reticolo di rinvii, riprese», sentieri e destini incrociati. Ossessionato dagli inizi, è a questi ultimi che lo scrittore non sanremese degli inizi dedica l’iper-romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), con l’obiettivo di «scrivere un libro che fosse solo un incipit» – dichiara Calvino che proprio Incipit aveva intitolato il lavoro nella fase di stesura – «che mantenesse per tutta la sua durata la potenzialità dell’inizio».

Considerato come «momento di distacco dalla molteplicità dei possibili» (scrive in Cominciare e finire – appendice poi scartata dalle Lezioni americane dell’‘88), l’incipit costituisce infatti l’accesso, il limite inaugurale che incornicia e, in un certo senso, “chiude” la narrazione in una sola, insulare, possibilità. Allora, per moltiplicare le serie di mondi possibili, bisogna moltiplicare le soglie, le cornici, i sentieri, le relazioni, sfidare il labirinto unicursale per abbracciare la discontinuità pulviscolare e rizomatica del reale. Lo spazio che ne risulta non è quello della complessità come insieme indistricabile, “pasta collosa” o “marmellata” del reale, ma quello atomizzato e puntiforme del discreto che, come afferma Paolo Zellini in Discreto e continuo del 2022 (ripreso più volte nel volume), è l’unica misura conoscibile, perché visibile e, dunque, leggibile (scrive Belpoliti in L’occhio di Calvino dedicato a quel guardare che, a sua volta, costituisce un’altra delle voci – fondanti – dell’“enciclopedia Calvino”). Verso l’inizio degli anni Sessanta, in particolare con Il mare dell’oggettività del ’60 e La sfida al labirinto del ’62, sembra già avvertire l’angustia del labirinto come paradigma cosmologico: efficace nel descrivere “il mare dell’oggettività” e le sue complessità, quest’archetipo spaziale rischia tuttavia di precludere ogni possibile via d’uscita. Impasse concettuale che, prima di sciogliersi nel passaggio all’«immagine della rete [che] prende il posto del labirinto» (come afferma Belpoliti a proposito de Il castello dei destini incrociati (1973) e in Se una notte d’inverno un narratore (1979)), emerge trasversalmente in Cibernetica e fantasmi del ’67-‘68 dove, alla poltiglia fluviale e continua del pensiero di matrice romantica, vede il sostituirsi di «una serie di stati discontinui, di combinazioni di impulsi su un numero finito (un numero enorme ma finito) di organi sensori». Nello stesso anno Calvino si era trasferito a Parigi – e qui resterà per tredici anni – e, grazie alla mediazione di Raymond Queneau, aveva iniziato a frequentare gli OuLiPo diventandone membro ufficiale nel 1973. Oltre ad ammirarne il sodalizio con la conoscenza scientifica, la propensione per il gioco inteso come sistema retto dall’invenzione di regole rigorose e dalla loro eversione (clinamen), «l’analisi del processo combinatorio […] come un metodo» – scrive nella Macchina spasmodica del ’69 – «per addentrarsi nello sterminato intrico del possibile», quel che attira Calvino è anche l’inclinazione enciclopedica del gruppo.

È proprio nella struttura dell’enciclopedia che Calvino vede una possibile via di fuga dalla «vertigine dell’innumerevole, dell’inclassificabile, del continuo» – come si legge nella già citata Cibernetica e fantasmi –, luogo dove si «sente rassicurato dal finito, dal sistematizzato, dal discreto».

Un sistema che risponde a quel bisogno, poi espresso in Collezione di sabbia (1984), «di trasformare lo scorrere della propria esistenza in una serie di oggetti salvati dalla dispersione, o in una serie di righe scritte, cristallizzate fuori dal flusso continuo dei pensieri». Nel sistema-enciclopedia ogni voce è un nuovo inizio, un’isola di senso il cui spazio limitato resiste all’entropia caotica e “collosa” del reale. Allo stesso tempo, tuttavia, la chiusura insulare delle voci non è mai definitiva perché, come afferma Umberto Eco, l’enciclopedia appartiene all’ordine degli elenchi aperti, ossia delle liste che si producono per accumulo dando vita a quella moltiplicazione (di possibilità) elogiata nelle Lezioni americane.

Espansione potenzialmente infinita delle singole voci cui si assomma la possibilità – esaltata, come detto in apertura, nell’enciclopedia Calvino A-Z – di tessere relazioni, rinvii e intrecci ipertestuali tra i lemmi volti a formare una rete. Non è un caso se sempre Eco indica proprio il labirinto come modello spaziale dell’enciclopedia del quale, dice, esistono tuttavia tre tipologie: l’unicursale, il labirinto classico e il cosiddetto labirinto a rete nel quale «ogni punto può essere riconnesso con qualsiasi altro punto». Con questa ultima tipologia Eco sembra riannodare i due modelli spaziali – del labirinto e della rete – sicché il passaggio da un modello all’altro appare come un ricadere o un ritornare (come in una spirale) all’interno degli stessi spazi chiusi e, insieme, aperti. Imprescindibile un riferimento al desiderio di ordinare il mondo che soggiace al “pensiero enciclopedico”: un impulso tassonomico e classificatorio retto dalla rigorosa quanto arbitraria regola dell’ordine alfabetico. Classificazione che ci riporta a un altro autore già citato e intimamente legato a Calvino, ossia a quel Georges Perec che proprio nell’omonimo saggio appartenente a Pensare/Classificare dell’85, aveva costruito un elenco di voci il cui ordine alfabetico corrispondeva all’ordine di apparizione delle lettere nell’incipit del settimo racconto del “libro degli incipit”, Se una notte d’inverno un viaggiatore. La frase incipitaria in questione – che nella traduzione francese è «dans un réseau de lignes entecroisées» – è «una rete di linee che si intersecano»: frase che ci riconduce all’immagine della rete ricongiunta, a sua volta, a quella dell’inizio e che, nella sua funzione acrostica, ci ricorda che ogni ordine (sempre arbitrario e instabile), è sempre e solo un ordine possibile tra la moltitudine di possibili. Organismo combinatorio, l’enciclopedia viene assurta da Calvino anche come modello letterario per il romanzo contemporaneo, «come metodo di conoscenza, e soprattutto» – scrive a proposito di Gadda nelle Lezioni americane alla voce molteplicità – «come rete di connessioni tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo». Proprio (e non a caso) all’enciclopedia doveva essere dedicata una delle due “lezioni americane” rimaste incompiute e intitolata, emblematicamente, L’enciclopedia e il nulla. E dico “emblematicamente” perché è proprio il nulla – immagine speculare di quel tutto (impossibile) bramato dallo spiritoenciclopedico – lo spazio (tangibile) che consente il movimento delle cose, che separa e unisce tra loro le isole dell’arcipelago; che si interpone tra i fili che tramano la rete. D’altronde, è sempre il vuoto a produrre il discontinuo (e, in definitiva, l’elemento discriminante tra il continuo e il discreto), lo spazio contro cui fanno attrito i margini, i limiti, le soglie delle cose e dell’“Io”. “Io” dai bordi solidi come un cristallo, come un uovo o come una conchiglia; “Io” che come «ogni vita sono un’enciclopedia»; “Io”, l’Italo Calvino, che come una enciclopedia, finisce con la “A” per ricominciare. Ancora.

Calvino A-Z
a cura di Marco Belpoliti
Electa «Enciclopedie», 2023
512 pp., € 45

Della collana «Enciclopedie» si parlerà domani, 7 febbraio, alle 19, al Laboratorio Formentini per l’editoria di Milano (Via Marco Formentini 10), in una conversazione di Rosanna Cappelli, Giacomo Papi e Paolo Verri con i curatori dei volumi dedicati a Toti Scialoja (Eloisa Morra), Alberto Arbasino (Andrea Cortellessa), e appunto Italo Calvino, Marco Belpoliti.

Arianna Agudo

Nata a Roma e cresciuta a Santiago del Cile, si diploma in pianoforte classico presso il Conservatorio di Campobasso e, successivamente, si laurea in Storia dell’arte contemporanea all’università degli studi “Roma Tre”. Partecipa al “Corso di alta formazione in editoria dell’arte e dell’architettura” organizzato dalla fondazione MAXXI e prende parte a diverse masterclass di musica da camera e composizione. Da molti anni si dedica all’insegnamento del pianoforte e collabora con «alfabeta2», «doppiozero» e «Alias», dove si occupa prevalentemente di musica e della sua intersezione con il linguaggio visivo.

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