Scrivere scrivere scrivere

05/02/2024

È uscito per le edizioni Metauro Scrivere scrivere scrivere di Sally Bonn (a cura di Margareth Amatulli, nella traduzione di Matteo Martelli). Prima uscita della collana Soffìa (Scritture e Oralità Femminili in Francese tra In(ter)disciplinarità e Accademia), il volume si interroga sulla materialità della scrittura nel suo essere gesto che mobilita sempre il corpo quanto la mente, sia che lo scrittore incida, tracci segni su una pagina o digiti su una tastiera. Variando i registri, viaggiando nello spazio e nel tempo, Sally Bonn compone una costellazione dei gesti e del desiderio di scrivere, indagando strumenti, supporti, luoghi, rituali e testimonianze di scrittori di ieri e di oggi, così come le loro immagini, dall’arte rupestre a quella contemporanea, dagli affreschi di Pompei e ai graffiti urbani. Per la cortesia dell’editore, proponiamo qui un estratto del capitolo Ambrosia o il silenzio della scrittura, ambientato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Ancora estate. Un soffio d’aria calda invade lo spazio di agosto: la città e il suo golfo, le sale del museo. Questa sala in particolare, vasta e maestosa. Poi un volto. Il suo. Sepolta per diverse centinaia di anni, si trova qui, non molto grande, riportata alla luce. Guarda dritto davanti a sé. Sulle labbra uno stilo che tiene nella mano destra all’altezza del collo. Una pausa di ispirazione o di dubbio. Nella mano sinistra, quattro tavolette di legno rivestite di cera. È pronta per scrivere. Guarda davanti, ci guarda ma il suo sguardo ci oltrepassa. Il gesto della mano che porta lo stilo alla bocca è sospeso, ma anche sostenuto.

Anche se la conosco già da tempo, anche se ho già visto la sua immagine e fatto diverse ricerche, sono venuta fin qui per vederla di persona. È stata scoperta nel 1760, a maggio, in una casa nella parte occidentale degli scavi di Pompei. Si dice che rappresenti la poetessa Saffo che, nel VII e VI secolo, cantava di serate bruno oro e di fiori color porpora, cantava di Afrodite, bianca felice dalle palpebre di fiamma. Ma si dice anche che non sia un ritratto, bensì una rappresentazione in cui non è raffigurata nessuna persona in particolare. Un’immagine che di solito decorava i triclini e i tablini delle case della città sepolta sotto la pioggia di cenere leggera, di porosa pietra pomice e di frammenti di roccia anneriti dall’eruzione del Vesuvio del 79. È un’immagine decorativa. Un’immagine di poeta, di scrittore.

Sala LXXVIII del Museo archeologico nazionale. È la sala dei ritratti e della pittura popolare. Nel caldo soffocante dell’estate, è stato necessario attraversare tutte le sale con gli affreschi di Pompei, al secondo piano del museo. Una grande finestra semiaperta si affaccia sulla città e lascia entrare una leggera brezza. Lei si trova qui, sulla parete di destra, leggermente in alto, tra un gruppo di frammenti separati gli uni dagli altri. È circondata da elementi architettonici decorativi, così come da una predella raffigurante dei cani e da un’altra con cervi divorati da leoni. E dal ritratto di un uomo, anch’egli poeta. Ma i colori sono più scialbi, sbiaditi, e l’uomo si intravede appena. Solo lei spicca. La sua pelle è chiara e trasparente, i lineamenti sottili.

Fa troppo caldo per stare in piedi. Vado a sedermi sulla panca che si trova sulla parete di fronte. È come se guardassi attraverso un telescopio astronomico. Il frammento di affresco prelevato è esposto in una cornice di legno marrone scuro. Il ritratto stesso si trova all’interno di un medaglione con uno sfondo grigio-blu, quasi viola. Lei è in piedi, ben dritta, con l’occhio destro leggermente più basso. Da dove mi trovo, sembra che attraverso quell’occhio mi stia guardando. Allora la guardo. E lei mi guarda.

Bisogna avvicinarsi per vederla meglio. Mi siedo per terra, con le gambe nude appoggiate sulla pietra fredda, il che è piacevole. La sensazione di freschezza si contrappone al dolore che sento alla nuca a forza di tendere il viso verso l’alto. Ha grandi occhi marroni, rotondi e densi, illuminati da una luce dorata, l’arco delle ciglia e delle sopracciglia finemente tracciato. Lo spessore delle palpebre è enfatizzato.

Ha capelli biondi, ricci, che sporgono da una sorta di reticella dorata sulla testa. Piccoli riccioli biondi le coprono la fronte e la sommità delle orecchie. La didascalia indica che si tratta di un’acconciatura del periodo neroniano. So che Nerone si suicidò con l’aiuto del suo scriba Epafrodito, che gli conficcò una spada in gola. E mentre guardo la morbidezza del suo volto, penso a quel gesto così violento, al fatto di tagliare il canale della voce, del respiro, di annientare con la lama ogni parola. Uno scriba che taglia la parola! Conosco anche la sua dissolutezza e la sua follia omicida. Nerone aveva inoltre una passione per le arti (era poeta, cantante, suonatore di cetra, attore e guidatore di carri) e scriveva i suoi versi su tavolette di cera. Proprio come lei. In questa stanza, nella calda corrente d’aria, penso con un sorriso alla frase che si dice Nerone abbia pronunciato mentre stava morendo: “Quale artista perisce con me!” (Qualis artifex pereo). Stava parlando di se stesso.

Il pavimento è rosso, ma tutto intorno è giallo e oro. L’oro lo si ritrova negli occhi, nei capelli e negli orecchini, dei deliziosi anelli di grosso diametro, un po’ pesanti, che ricordano i riccioli dei suoi capelli. Il suo naso è dritto e fine. La bocca è rossa, sottile e ben definita, con il labbro inferiore più orlato. L’ovale del viso è stretto. Indossa una tunica verde e uno scialle blu malva con riflessi rosa le copre le spalle e le braccia fino ai polsi. La mano destra è sollevata. Uno stilo riposa, appoggiato tra le dita aperte, in verticale, puntato davanti alla bocca. Lo stilo, così eretto, segue il ponte del naso e taglia in due il ritratto, esattamente in linea con l’asse di simmetria del dipinto. Nella mano sinistra tiene quello che sembra un libro marrone o piuttosto color caramello, con quattro pagine spesse – in realtà un polittico di tavolette coperte di cera legate con uno spago nero. Il tutto è condensato, raccolto intorno alla verticalità che lo centra, in un gesto di silenzio e introspezione. Un gesto di fondazione.

Alcuni visitatori si fermano. Mi alzo. Le gambe umide hanno lasciato un segno sul marmo. Un leggero brusio di scollamento, di suzione. Due tracce oblunghe e irregolari, un po’ unte e appiccicose. Le copro con i piedi, per nasconderle. La fisso. La pausa che esprime la sua posa è molto delicata. Ne prendo nota. Mi sta guardando scrivere mentre lei non sta scrivendo, ma si prepara a farlo, in un movimento sospeso. Continuo a osservarla a lungo. Fuori, i suoni della città, i clacson e i lavori dei cantieri stradali. La custode della sala si è sistemata nella corrente d’aria: la sedia nell’apertura della portafinestra, una borsetta di pelle e un sacchetto di plastica rosso con grandi pois bianchi ai suoi piedi. Indossa sandali, una gonna e una maglietta chiara. È come se fosse in visita. Con gli occhiali sulla punta del naso, china sul telefono, sta guardando un programma televisivo e ha alzato il volume che diffonde risate e applausi. C’è un po’ d’aria, una calda brezza di mezza estate.

Calliope, proveniente dagli affreschi di Moregine, Pompei

Non riesco a lasciarla. Sono attratta dal suo sguardo. La sua presenza è tale che è difficile credere che non sia stata ispirata da una giovane donna in carne e ossa. Voglio darle un nome. Un nome antico, neroniano come il tempo a cui appartiene, o un nome di questo tempo che è il nostro. Non lo so. Un nome che inizi con la A, perché la scrittura inizia con la A.

Ambrosia.

Con la penna e il taccuino, che ha la copertina gialla e le stesse dimensioni delle sue tavolette cera te, imito il suo gesto, non tanto per scherno o identificazione, quanto in attesa di una reazione. Lei mi guarda e io la guardo. Con la mano che tiene lo stilo, dice “Silenzio”. Sento il contatto dello stilo sulla polpa delle sue labbra. Non dice nulla perché sta per scrivere. Quello che dice, però, nel suo sguardo intenso e silenzioso, è che il segreto della scrittura si trova lì. Che il segreto è nella mano, nel gesto. In quello sguardo teso.

Ambrosia non ha posato per questo ritratto. È per questo che è qui. Forse dubita e il suo gesto traduce quel dubbio: una sospensione dell’ispirazione o del pensiero. Ma dice anche qualcos’altro. Afferma il flusso che passa dalla bocca nella parola scritta: un gesto che deposita, espelle, versa. E dice il silenzio. Lo stilo apre lo spazio della scrittura e del gesto che l’accompagna, e ordina il silenzio.

Cosa ha scritto Ambrosia o cosa sta per scrive re? Quando scriverà e dove? Non lontano, il Vesuvio sovrasta la città. E forse, salendo più in alto, può vedere il golfo di Napoli. Forse copia per sé le inscrizioni che adornano i muri della sua città? Quali storie, riflessioni, racconti, pensieri, massime o poesie ci sono sulle sue tavolette? Appunti per un futuro libro?

Incide, cancella, inscrive. E si interrompe. Pensa scrivendo. È questo ciò che mi sta mostrando, ciò a cui aderisco. È quello che improvvisamente sento così forte, e mi appare in tutta la sua evidenza. Il pensiero nasce nell’atto della scrittura, lo precede, lo interrompe, lo prolunga; si forma nei segni, si elabora nelle tracce, si organizza nei tratti, si costruisce nella scelta delle parole. Ma non solo il pensiero. Anche l’esperienza. E la visione. Forse, vedere è iniziare a scrivere.

Porto delicatamente la mano alle labbra. Questa mano che libera il linguaggio. Alzandosi in piedi, molto tempo fa, l’essere umano ha liberato la bocca dalla necessità di nutrirsi; una bocca non più soggetta agli elementi, alla terra, alla masticazione, ma aperta all’aria e alla possibilità di plasmare suoni; una bocca capace di accogliere il vuoto, il freddo e il caldo, e di prendere coscienza del linguaggio. Nello stesso momento anche la mano si libera, si stacca dalla terra a cui era costretta, si emancipa dalla necessità dello spostamento e dal suo legame verticale. Si alleggerisce del peso della terra, diviene più morbida. Inventa movimenti e gesti. Attraversa lo spazio che la circonda e ne fa esperienza.

Subito l’immagine di quell’uomo diventa nitida: vedo il corpo che si solleva, la mano che si protende nello spazio, la bocca che si apre all’aria e ai venti. E respiro con lui. Il mio sguardo viaggia lontano, indietro nel tempo, si avvicina, e immagino il respiro caldo che proietta sulla parete rocciosa il pigmento intorno a una mano aperta. Una mano di donna. Immagino l’alone di ocra rossa o gialla, o nera. Immagino la danza delle mani, dita piccole e corte, posate sulla roccia, sulla superficie della parete, sulla sua rugosità. Sento il movimento della bocca che soffia il pigmento. Il soffio dalla bocca alla mano sul muro, proiettato nel silenzio delle grotte. Il bisogno di una traccia. Una prova della propria esistenza. Una prima impronta. Ci si può muovere velocemente nel tempo. La mano liberata diventa la mano che scrive e la bocca quella che parla, consegnando parole, sacre o segrete, che si perdono nell’aria, si trasmettono all’orecchio, viaggiano o si fissano per sempre nella materia.

Ambrosia incide. Scava nella materia morbida con lo stilo, depositando nella cera ciò che la sua bocca non dice né dirà. Che sia la materia a custodirlo, questo silenzio o questo segreto. E che lo protegga. Quando non si può più parlare, o non si vuole farlo, la scrittura sostituisce la parola della voce senza abbandonarla. Il silenzio è lo spazio segreto del ritiro in cui avviene la scrittura.

Sally Bonn
Scrivere scrivere scrivere
a cura di Margareth Amatulli
traduzione di Matteo Martelli
Metauro, 2023
206 pp., € 20

Sally Bonn

insegna estetica all’UPJV (Université de Picardia Jules-Verne) di Amiens. È inoltre critica d’arte e curatrice di mostre ed eventi artistici. Tra i suoi libri «(les peuples des bords). Une sédimentation d’images sans images» (Le mot et le reste 2014) e «Les mots et les œuvres» (Seuil 2017).

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