Un corpo di luce

12/01/2024

Una donna si guarda allo specchio. Sul volto, quasi un’ombra di stupore per i pesanti costumi di scena che, come un’armatura, vede avvolgerla nel riflesso[1]. È questa la sola immagine “reale” di Maria Callas, in un certo senso, esposta alla bellissima mostra Fantasmagoria Callas allestita da Francesco Stocchi (col contributo fondamentale di Margherita Palli) alla Scala: che per il resto allinea cinque “visioni” fra loro perfettamente alternative di artisti di oggi (Giorgio Armani, Alvin Curran, Mario Martone, Francesco Vezzoli e Latifa Echakhch) fra loro assai diversi per età, provenienza e linguaggio e che, ciascuno a suo modo, interpretano il “mito” – l’icona o piuttosto l’imago – della Divina.

Quando la fama di un artista assurge a “mito”, schermo di proiezione universale, si danno due possibili atteggiamenti. O quella leggenda la si alimenta impunemente, rischiando di restarne le prime vittime; oppure lo si “demistifica” con la filologia, la critica e l’accertamento storico-documentario; e così, spesso, la si ricopre di polvere. Fra le tante pubblicazioni di questo centenario alquanto vivace (ormai si vive solo di ricorrenze, signora mia) spicca un libro – giunto a sorpresa, da Quodlibet, alla terza edizione ampliata dopo la prima di sette anni fa – come Mille e una Callas che sin dal titolo “plurale” – dovuto all’aficionado principe: l’Arbasino che alla Medea scaligera del ’53, Bernstein sul podio, battezzava il suo primo romanzo L’Anonimo Lombardo – scommette di seguire tutti e due i piani: quello strettamente musicologico ma anche, insieme, quello mitopoietico e culturologico. Che, a nulla vale nasconderselo, ha segnato il Novecento (e oltre) come nessun’altra epifania musicale (e forse artistica in generale). Come scrivono i curatori presentando Mille e una Callas, non poteva esimersi dalla mitologizzazione una «vicenda terrena», come quella di Maria Kalogheropoulou, «in cui s’intersecano numerosi archetipi: amore, eros e morte (oltretutto precoce), orgoglio e pregiudizio, solitudine e conflittualità, persino (quantunque resti il tema meno battuto) arte canora ai massimi livelli».

Maria Callas e Pier Paolo Pasolini a un cocktail durante la lavorazione di Medea, foto di Mimmo Cattarinich

Tutta imperniata sul “mito” – e anzi, sulla sua occorrenza forse più clamorosa – è la saporitissima mostra curata a Casarsa della Delizia, la heimat friulana di Pasolini, da Silvia De Laude (alla quale si deve la cura filologica dei monumentali «Meridiani» dell’autore) e Giuseppe Garrera (che all’attivo ha la più spettacolare delle tante mostre del centenario pasoliniano, l’anno scorso al Palazzo delle Esposizioni di Roma): che azzarda un titolo antonioniano, Cronaca di un amore, per raccontare la vera e propria tempesta mediatica che – alla vigilia delle riprese e poi ben oltre l’uscita dell’unico film realizzato insieme, alla fine del ’69 – investì Pasolini regista e Callas star di Medea. Attraverso il prezioso lascito documentario di Nadia Stancioff, assistente e amica della cantante, ma soprattutto la formidabile collezione della stampa dell’epoca tesaurizzata nei decenni da Garrera (suo punto d’onore metodologico è quello di esporre e riprodurre in catalogo le immagini nell’impaginato originale, che restituisce in modo icastico il clima del tempo), si ricostruisce quasi giorno per giorno il romanzo popolare dei promessi sposi ovviamente “impossibili”, e poi sempre più probabili, col corredo del più o meno esplicito paternalismo omofobo che fa tifo da stadio per la “conversione” del reprobo; e poi delle baruffe che nel suo cerchio magico fanno arrivare alle mani Dario Bellezza e Laura Betti («le vede queste?»: al cronista di «Oggi» lei sfodera le unghie con le quali promette di scuoiare la “tigre” ellenica, solo le passi a tiro). Quasi ci crede Andrea Zanzotto che a Pasolini scrive, giocoso fino a un certo punto: «non si deve sposarsi / né con uomo / né con donna / né con creatura sovrumana / né con scimmia brasiliana / etc etc etc / dice il mio Nino Mura». Ma la cosa psicologicamente più vera è che finiscono per crederci, in un certo senso, anche i diretti interessati (più del bacio in bocca che finisce sulla prima pagina dei rotocalchi di tutto il mondo nella primavera del ’70, pare “vero” quello ben più raro, sulla guancia ma rapinoso – già visto l’anno scorso a Sotto gli occhi del mondo a Villa Manin di Codroipo –, che “ruba” Mimmo Cattarinich al cocktail di fine riprese).

Maria Callas sul set di Medea, foto di Mario Tursi

Nel breve film di Mario Martone esposto alla Scala, Sonia Bergamasco dà partecipata lettura (o meglio, esecuzione) d’un raro testo dedicato a Callas, nel 1965, da Ingeborg Bachmann (una decina d’anni fa segnalato da Camilla Miglio e poi tradotto nel bel libro dedicato alle due da Laura Boella: Con voce umana, Ponte alle Grazie 2022) che cita la fiaba di Andersen, L’usignolo dell’imperatore. Si sfidano l’«usignolo naturale» e quello meccanico d’una qualche sofisticata cineseria e la grande scrittrice, perfettamente insensibile alle finezze dei melomani ma folgorata dalle prove della Traviata alla Scala nel ’56, al primo paragona l’arte fragile ma vera della Callas «umana»: «una Straniera in un mondo di mediocrità e perfezione». Lo stesso anno e nello stesso teatro, ma al Barbiere di Siviglia, è folgorato dalla medesima apparizione Goffredo Parise: che però, al contrario della collega austriaca, vede nei movimenti abnormi della gola della cantante il segno d’una sua metamorfosi animale o trans-umana («un ca­narino prodigioso e gigantesco»: All’ascolto,«Playboy», ottobre 1980).

In effetti sono “veri” entrambi i corpi dell’artista (come quello del Re nella teoria politica di Ernst Kantorowicz): quello fisico, che ha saputo rendere uno strumento impareggiabile una voce superlativa per estensione e versatilità, certo, ma non certo “bella” secondo i canoni classici (ricordano i curatori di Casarsa la lettera del Verdi 1848 che per la sua Lady Macbeth richiedeva non «una figura bella e buona, ma brutta e cattiva»: quasi precorrendo l’Estetica del brutto che, formulata pochi danni dopo da Karl Rosenkranz, tanto segnerà la modernità). Ma anche quello metafisico del “mito” che, come un luccicante pleroma gnostico, ormai inseparabilmente avvolge la sua immagine.

Francesco Vezzoli, Maria Callas played La Traviata 63 times, 1999

Uno dei curatori di Mille e una Callas, Jacopo Pellegrini, in un suo ricordo uscito su «Alias» il giorno del centenario habrillantemente sintetizzato i diversi archetipi muliebri, con le rispettive palettes timbriche, che ha saputo eternare la voce polimorfa della Divina: dalla «maga strega sacerdotessa guerriera regina spietata» (su tutte il cavallo di battaglia per antonomasia, Medea, o appunto Lady Macbeth), all’«eroina tragica greco-romana in panni neo-classici» (l’altro avatar prediletto di Norma, Alceste, Ifigenia), dalla «femmina sicura di sé, lieve ma acuminata, nelle parti comiche» (la mirabolante Rosina) alla «nobildonna segnata da inquietudine nervosa e angoscia al limite del delirio» (Violetta e tutte le eroine verdiane); soprattutto – per i miei gusti – «la fanciulla fragile indifesa alienata» dall’«emissione alleggerita e colore incorporeo, lunare, scossi però da repentine catabasi nell’oscuro, emblemi degli sbandamenti mentali» (ovviamente Lucia di Lammermoor, Anna Bolena, la Elvira dei Puritani e, fra tutte la mia prediletta, l’Amina della Sonnambula).

Latifa Echakhch, Tears

Quest’ultimo archetipo ha interpretato benissimo, con l’opera più suggestiva fra quelle esposte alla Scala, la giovane artista marocchina Latifa Echakhch: Tears è il titolo di una cascata di comuni perline di vetro le quali, sapientemente illuminate dalla stregonesca Palli, compongono la silhouette della Divina con un fianco allusivamente ferito di rosso sino a decomporsi, con soave terribilità, sul piano d’appoggio. Bellissima anche l’opera sonora di Alvin Curran, Una voce poco fa, che da celebri registrazioni di Callas ha campionato solo gli acuti più prodigiosi: componendo con essi un brano ora stridente e quasi agghiacciante, ora invece suadente d’una meta-melodia di ritorno che incanta come il sorriso estenuato d’un viandante extraterrestre.

Nel ’71 in un libro controverso di Pasolini, Trasumanar e organizzar, figurano diverse poesie dedicate alla sua sposa celeste, e in una di esse si parla del «vuoto nel cosmo» dal quale proveniva la voce dell’amica. L’anno prima lei gli aveva scritto un biglietto da un volo delle Olympic Airways (reso noto nel 2011 da una mostra curata al Vieusseux da Antonella Giordano e Franco Zabagli, Pasolini. Dal laboratorio) che suona: «Caro, ti scrivo dalle nuvole. Sembra proprio un tappeto bello, soffice da poterci camminare sopra. Per dove? – mah?». Nemmeno sette anni dopo né l’una né l’altro, entrambi poco più che cinquantenni, sarebbero più stati di questo mondo: definitivamente trasumanati nella luce del mito. 

Fantasmagoria Callas
a cura di Francesco Stocchi, allestimento di Margherita Palli
Milano, Museo teatrale alla Scala, fino al 30 aprile 2024
Catalogo Teatro alla Scala, 128 pp. ill. col., € 15

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Cronaca di un amore
a cura di Silvia De Laude e Giuseppe Garrera
Casarsa della Delizia, Centro Studi Pier Paolo Pasolini, fino al 25 febbraio 2024
catalogo Ronzani, 127 pp. ill. col., € 26

Mille e una Callas
a cura di Luca Aversano e Jacopo Pellegrini
Quodlibet, 20233, 656 pp., € 26

Una versione più breve di questo articolo è uscita sul «Giornale dell’Arte» di gennaio


[1] Dovrebbe essere il costume di scena di Fiorilla, nel Turco in Italia di Rossini cantato alla Scala nel settembre del ’54, sotto la direzione di Gianandrea Gavazzeni.

Andrea Cortellessa

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.

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