Non intendo parlare di, solo parlare accanto

10/01/2024

Come si colloca la pratica critica femminista nel campo dell’arte e della sua storia? Dall’urgenza di rispondere a questa domanda nasce il libro Femminismi contro, curato da Elvira Vannini per la collana GeoArchivi diretta da Marco Scotini, in collaborazione con la NABA di Milano. Il volume si presenta come un’antologia di testi, molti dei quali tradotti in italiano per la prima volta, che Elvira Vannini ha voluto mettere insieme per aprire e rilanciare il dibattito su arte e femminismo da una prospettiva differente. Per fare questo, la studiosa – docente e ricercatrice, da diversi anni impegnata nell’analisi delle pratiche femministe a partire dal suo blog – ha volto lo sguardo oltre l’ovest dei femminismi plurali, gettando la sua attenzione verso est e verso il cosiddetto Terzo Mondo, spostando il baricentro della ricerca decisamente altrove.

È una questione di metodo e di approccio al soggetto trattato (e non all’oggetto), sottolinea la curatrice nell’introduzione intitolata Il femminismo siamo tutte. Se è vero infatti che – come notavano del resto già alcuni intellettuali di fede marxista – il femminismo dagli Settanta ha costituito la più genuina e fruttuosa rivoluzione del secolo scorso, è altrettanto vero che questa rivoluzione, per essere definita tale, ha dovuto mettere in crisi le dinamiche di analisi e di potere attraverso cui si sono innalzati i paradigmi modernisti del sapere e, dal momento che molti di essi sono ancora vigenti, è necessario guardare ad essa in una prospettiva di continuo rinnovamento e non come qualcosa di dato e accaduto una volta per tutte. Non basta inveire contro la fallocrazia dell’uomo bianco; occorre de-costruire e poi ri-costruire il modo in cui guardare l’altro all’interno della sfera pubblica e privata di relazione.

Trinh T. Minh-ha, Reassemblage, 1982

Cosa significa questo? Trinh T. Minh-ha, filmmaker e scrittrice di origine vietnamita, sottolinea come è la differenza che genera l’elemento di disturbo nel momento in cui ci si avvicina all’altro. «Non intendo parlare di, solo parlare accanto» è infatti una delle frasi d’inizio del suo documentario Reassemblage (1982). L’uso del complemento di argomento – come da tradizione – induce infatti a parlare di qualcuno o qualcosa, ponendo in essere un soggetto-autore; allora senza voler smantellare completamente la sintassi, nel fare dialogico con l’altro – all’interno di un’analisi d’interesse – basterebbe adoperarsi per modificare il ruolo del pronome; non per sottintenderlo, ma piuttosto per renderlo inclusivo: l’io produttore discende nel noi ponendosi così accanto al soggetto della sua indagine, né al di sopra né al di sotto, e neppure diventando invisibile. Gli studi post-coloniali ormai da decenni insistono su questo cambio di approccio, ma già Foucault – giustamente chiamato in causa dall’autrice – si era posto il problema del Cosa importa chi parla? all’interno delle pratiche discorsive che generano e plasmano le soggettività nell’era del capitalismo avanzato.

Pushpamala N., Sunhere Sapne (Golden Dreams), 1998

Ma evidentemente questo non basta. Leggere non basta, la teoria non basta, ancor di più se ci si trova immersi e sommersi dalla comunicazione di largo consumo di stampo occidentale. Collegare l’arte al femminismo è di tendenza. Fioccano mostre e sfilate, opinioniste e scrittrici in ogni città che voglia farsi bella coi Grandi Eventi. Se dunque il fenomeno estetico è diventato un fenomeno sociale attraverso una diffusione mainstreaming dell’informazione (arte + moda + femminismo), alimentando così un processo attraverso cui l’estetico e il sociale hanno dato luogo a un fenomeno di costume (che trova posto nei TG dossier più che nella riflessione su cipria e trucco di Baudelaire), allora sono molteplici i meriti di questo volume. Porre l’artista al centro dell’indagine sulle pratiche femministe, infatti, sposta immediatamente l’attenzione da un campo teorico-discorsivo a uno pratico-visuale, inglobando il primo nel secondo, non cancellandolo ma definendolo meglio; inoltre ampliare l’orizzonte, includendo la voce delle periferie e dei Sud del mondo, svela un preciso procedimento attraverso cui condurre l’indagine; infine – non da ultimo – raccogliere testi, tradurli per poi farli circolare, circoscrivendo il ruolo dell’autrice a quello di “documentarista umana”, che introduce e poi assembla e restituisce la realtà così com’è: dando nuova linfa al metodo sperimentale di ottocentesca memoria col quale è nominando le cose che queste acquisiscono valore e allora, uscite dall’invisibilità, possono anche cambiare.

Sanja Iveković, Trokut [Triangle], 1979

Metodo, teoria e prassi si riflettono nell’impostazione del libro diviso in due parti: una prima e più teorica, intitolata Differente e Molteplice, dove trovano posto i saggi di Lucy R. Lippard, Gisella Pollock, Nelly Richard, Thin T. Minh-ha, e una seconda, Storie e cartografie di genere, che esplora le produzioni e i linguaggi artistici in contesti specifici grazie ai contributi di Bojana Pejić, Geeta Kapur, Salima Hashmi, Wassyla Tamzali. Il femminismo è una strategia rivoluzionaria – scrive Lucy Lippard nel testo che apre il volume – perché smantella l’establishment, modificando il modo in cui si stabiliscono le relazioni che lo sorreggono. “Il personale è politico” nell’ambito femminista non è infatti solo uno slogan, ma assume una connotazione particolare di fronte alla necessità di integrare, a un certo punto del percorso da artista, l’io estetico con l’io sociale. Mantenere intatto l’io porta a una frammentazione più che a una costruzione e soprattutto non risolve il problema. La collaborazione e il dialogo sono allora le strategie messe in atto per ribaltare il paradigma pronominale, mettendo in crisi i presupposti estetici e sociali dell’essere artista donna.

Zanele Muholi, Miss D’vine II, 2007

Il contributo apportato alla storia dell’arte da questa onda femminista non si può ridurre dunque a un semplice ampliamento delle forme (ricamo, cucito, pittura su porcellana etc.) o di linguaggi (performance e body art), ma – scrive sempre Lippard – si è tratto di un vero e proprio contributo strutturale. Intendere l’arte come espressione di una comunità estesa ha minato in effetti il sistema della rappresentazione dalle sue fondamenta. Nel mettersi in ascolto del mondo (che non significa necessariamente curarlo o accudirlo), il mondo è stato gittato in una rivoluzione ancora in corso e il cui esito – se le femministe hanno insegnato qualcosa – dipende da noi.

Femminismi contro. Pratiche artistiche e cartografie di genere
a cura di Elvira Vannini
Meltemi, 2023
272 pp., € 20

Serena Carbone

(1981) si occupa di storia e critica d’arte contemporanea, con particolare riguardo alla relazione che intercorre tra arte, storia e società. PhD in Studi Culturali Europei, è autrice del libro “Marcel Broodthaers. Poetiche dell’ombra” (Mimesis 2018). Ha curato la mostra “No, Oreste, No. Diari da un archivio impossibile” al MAMbo con la relativa pubblicazione (2019) e insegna presso la Fondazione Accademia Internazionale di Imola. Ha scritto saggi e articoli su diverse riviste di settore, collabora con il quotidiano “il manifesto”.

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