Brodskij e l’infanzia della poesia

05/01/2024

Spesso restava per interi pomeriggi seduto alla scrivania. Tra le mani l’antologia della letteratura francese. Era uno di quei rari liceali che, sul finire del Novecento, aveva scelto come lingua straniera l’inutile idioma d’oltralpe. La sezione D, della scuola che frequentava, era stata suddivisa addirittura in due per l’esiguità dei “francesisti”. L’altra metà, in realtà si trattava dei due terzi, si era più saggiamente rivolta all’inglese. Quell’antologia, con copertina dai toni arancioni e panna, era il simbolo della suprema dépense, un puro dispendio di energie senza alcun ritorno. Di quei pomeriggi, passati sui libri, ricordava distintamente solo due episodi. Il primo era legato alla lettura di un estratto da La Vie de Gargantua et Pantagruel di Rabelais, con il suo linguaggio immaginifico e orripilante. C’era qualcosa di sconcertante, di terribilmente concreto in quelle parole, per tanti versi arcaiche. Il secondo, invece, lo riportava alla prima poesia che lo avesse davvero toccato, L’albatros di Baudelaire. In quelle quattro quartine a rime alternate, aveva percepito, come immagine vivifica e reale, la presenza elegante di quell’uccello maestoso, l’albatro, i suoi voli pindarici e la sua caduta, la sua goffa inadeguatezza al mondo, al quotidiano esistere, alla società. Probabilmente, più che una metafora della figura del poeta, vi aveva scorto una metafora del suo, di adolescente, fantasticare solitario e della sua timidezza, da figlio unico, nei confronti dei coetanei. In fondo, anche Baudelaire, nonostante il passare degli anni, era un poeta adolescenziale, senza che questa espressione avesse alcuna accezione negativa. Si trattava, semplicemente, di un riconoscimento, della comune necessità di un assoluto, di una bellezza che fuoriuscisse dal male di vivere ma che, al contempo, fosse in grado di metterlo in prospettiva, a distanza, quel male. La poesia come salvezza, ma anche come evasione, come ascensione, accompagnata da inevitabili precipizi e relativi tonfi.

Molti anni più tardi ricevette, da Giulia, ufficio stampa di una grande casa editrice, un volume per bambini dal titolo La ballata del piccolo rimorchiatore. Si trattava di un libro a colori illustrato da Igor’ Olejnikov e narrato da Iosif Brodskij. Brodskij non era uno di quegli autori che avesse marcato la sua formazione, la sua educazione sentimentale all’esistenza. Aveva iniziato davvero a leggerlo molto tardi, probabilmente nei primi anni del 2000, cioè dopo la sua prematura scomparsa nel 1996 e ben più tardi del fragore mediatico per il Nobel attribuitogli nel 1987. Il poeta russo era l’incarnazione, ai suoi occhi, di una poesia precisa, sobria, dura, senza sbavature. Per certi versi, anche un po’ fredda alla prima lettura. Occorreva una lunga frequentazione affinché i versi si ammorbidissero e, sotto la freddezza, iniziasse a trasparire un calore umano, non privo di incandescenze e passioni fulminee. Si trattava di un poeta de l’âge d’homme, dell’età adulta.

Scorrendo le pagine del libro e accompagnando il lavoro nascosto del piccolo rimorchiatore, di nome Anteo, che, dall’alba al tramonto, un giorno dopo l’altro, aiuta le grandi navi ad attraccare nei porti o a trovare la via per inaugurare peripli transoceanici, non pensò a ricollocare questo hàpax all’interno del corpus del grande poeta russo, ma gli sovvenne, invece, come immediato e senza riflettere, il ricordo dell’Albatros. Gli parve come se tutto il libro fosse una sorta di controcanto alla poesia di Baudelaire. Non solo all’albatros del pittore della vita moderna ma alla sua stessa idea di poesia e al ruolo del poeta nel mondo. Entrambi avevano usato una metafora marinara – lo sfondo comune era probabilmente quel sentimento oceanico che tanto ossessionò Freud e che già era all’origine dell’odissea letteraria dell’Occidente – ma in Brodskij scompariva ogni splendore eroico, ogni volontà di eccezionalità e ogni sentimento di elezione. Il poeta non era più un maestoso volatile che della sua capacità di distacco dalle cose umane e della sua aerea agilità faceva il fulcro del proprio operare, ma diveniva il più invisibile e anonimo degli abitanti del mare, un rimorchiatore, un’imbarcazione che non è fatta per navigare ma solamente per permettere ad altri di farlo. Il rimorchiatore, infatti, mai vedrà i mari lontani, gli uccelli tropicali, le palme, le altre terre. Il suo destino è di restare: “DEVO RESTARE / LÌ / DOVE DI ME HANNO BISOGNO”. Il rimorchiatore è solo un medium per permettere ad altri di sognare, di vivere una vita all’altezza del sogno. Non è il sogno, non è il fine in sé.

Si ricordò, allora, di una delle più belle definizioni di arte che avesse mai sentito, l’arte è ciò che rende la vita più interessante dell’arte. E gli parve che tutto avesse un senso e che, in fondo, quella fosse la chiave per leggere l’intera opera di Brodskij.

In Brodskij scompariva tutta l’alterigia poetica di Baudelaire. La poesia diveniva un lavoro per permettere ancora di sognare negli spazi angusti di un mondo che aveva come proprie frontiere i muri di una stanza a San Pietroburgo, dove il “sogno di una cosa” era diventato un incubo senza possibilità di risveglio. Era un modo, forse, quello del poeta russo, perseguitato dal regime sovietico, di continuare a credere che esistesse un ruolo per il poeta nella società degli uomini e che questo ruolo si configurasse in un umile lavoro, quasi invisibile, ma necessario a tutti. L’aristocraticismo baudelairiano si ribaltava in una sorta di operaismo brodskiano. Brodskij cercava di salvare il salvabile, di salvare il sogno senza, per questo, fuggire dal mondo. Si trattava, sempre forse, di un tentativo estremo di preservare la possibilità di un comunismo letterario, di un reale spazio comune aperto dalla parola poetica, all’altezza di Majakovskij, di Achmatova, di Mandel’štam, di Cvetaeva e di molti altri. Il tentativo estremo – di una “generazione” di cui Brodskij era uno degli ultimi e più giovani rappresentanti – che ponesse la scrittura molto al di là dell’ideologia, dei comitati centrali, delle dittature, poco importa se del proletariato o di altri. Era davvero il sogno di una cosa che non poteva che elaborarsi, non in una singola mente, fosse pure quella del poeta, ma in tutti coloro, i viaggiatori, i marinai, che di quella mente avevano utilizzato la forza motrice, la spinta iniziale, per poi inoltrarsi, ognuno a partire dalla propria incommensurabile singolarità, nell’inesauribile vastità del mondo. Non è certo un caso che questa definizione poetica così precisa sia stata affidata, negli unici versi da Brodskij pubblicati in U.R.S.S., a un racconto per bambini, poiché è proprio lì che davvero si inizia, si impara cosa significa iniziare ed è sempre a partire da lì, da quegli anni che poi svaniscono nella luce sbiadita e disinlusa degli adulti, che si dovrebbe riuscire a riattivare la possibilità di sempre nuovi inizii.

È all’infanzia che questo prezioso libro ci rimanda. Non solo alla nostra, ma a quella della poesia. A quel muto mondo da cui, per la prima volta, ogni volta di nuovo come fosse la prima, sorge una parola. Una parola che si fa visione, che si fa destino.

Iosif Brodskij, Igor’ Olejnikov
La ballata del piccolo rimorchiatore
Illustrazioni di Igor’ Olejnikov
Traduzione di Serena Vitale
Adelphi 2023
32 pp., € 18,00

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014; 2a ed. Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).

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