Il teatro e le sue frazioni

03/01/2024

«È inutile che giri pagina, è finito. Adesso ci sarà solo scritto dove è stato stampato e l’anno». Pagina bianca. Poi: «Il prezzo lo trovi in copertina, ma già lo sai, a meno che non te lo hanno regalato». Così si rivolge l’Innominabile narrante al suo lettore nelle ultime pagine del Fattaccio, con la stessa improntitudine sadico-affettuosa con la quale il performer in scena, negli excursus improvvisati che mettono capo a ogni suo spettacolo, rivolge sul pubblico un riflettore a caso e, se per esempio il malcapitato di turno risulta un po’ sovrappeso, gli chiede se davvero pensa che la ragazza seduta accanto sia contenta di farsi vedere in giro con un ciccione come lui. Il Fattaccio è il nuovo “romanzo” pubblicato da Antonio Rezza (a sedici anni di distanza da Credo in un solo oblio, che nel 2007 vinse il premio Feronia ed era l’ultimo di quattro usciti in cadenza nel giro d’un decennio) e, per la trama (se di trama si può parlare) inconcludentemente “gialla” e il suffisso nel titolo, un po’ a capocchia ha fatto parlare di Gadda, e del suo Pasticciaccio (ambientato in parte nel litorale laziale del quale è originario Rezza), chi ne ha scritto.

È vero che l’Innominato investigatore protagonista è un “libero pensatore” che approfitta del centro del proscenio, come il commissario Ingravallo a suo tempo «ubiquo ai casi», per «enunciare qualche teoretica idea (idea generale s’intende) sui casi degli uomini: e delle donne». Tipo: «dopo la nascita i genitori andrebbero soppressi, in coincidenza. Fatto un figlio via chi lo ha concepito. Vuoi vivere in eterno? Stai alla larga dalle tube e non schizzettare nelle uova di quell’altra depravata» («io parlo poco», dice fiero l’avatar di Rezza, «ma quando articolo faccio cataclismi»; le sue, deve riconoscere chi lo ascolta, si rivelano «indagini poetiche»: proprio come i «rapidi enunciati» di don Ciccio, «al primo udirli, sembravano banalità» e invece, si doveva finire per concedergli, «non erano banalità»). Ed è vero che il “caso” al quale attende può essere considerato un’estensione iperbolica del “taglio” crudele che ha reciso la gola a Liliana Balducci nel «palazzo dell’oro» di Via Merulana: della vittima vengono recapitati alle Forze dell’Ordine prima «il seno di una donna, reciso di netto dallo sterno» e poi, in successione sempre più comica, una mano le «chiappette» gli «stinchi» ecc.

Le analogie, però, finiscono qui. La «signorina fatta a pezzi» è in effetti un traslato esilarante della poetica post-deleuziana (o meglio, post-artaudiana) del teatro senza organi che ormai da più di trent’anni Rezza porta in scena insieme a Flavia Mastrella: e che, com’è ormai consuetudine da qualche stagione, al passaggio d’anno ha invaso festante la storica sala romana del Vascello proponendo ai sempre più esaltati aficionados (i quali – posso testimoniare – sono ormai in grado di anticipare in coro le battute del demone sul palco, come facevano gli spettatori del Rocky Horror Picture Show) un’antologia dei lavori in repertorio unitamente all’ultima novità Amistade già portata in tour in Cina, persino, ma al debutto nazionale a Roma. Ho detto «repertorio», ma gli spettacoli di RezzaMastrella sono in effetti contenitori polivalenti di attrazioni e gag che possono trasmigrare dall’uno all’altro e variamente ricombinarsi a seconda degli estri del performer (da qualche anno coadiuvato in scena dal sempre più bravo Ivan Bellavista): di Fotofinish, risalente ormai a vent’anni fa, dice Rezza (il quale fra un paio d’anni, incredibile a dirsi, doppierà il capo dei Sessanta) che è «lo spettacolo più faticoso e gioioso realizzato nel tempo, il primo che verrà abbandonato per limiti fisiologici». Col suo titolo “sportivo” (e crono-fotografico à la Francis Bacon) allude infatti al moto perpetuo del performer in scena, mai così scatenato: proprio perché il paradosso che lo muove è quello di volersi “immobilizzare” a tutti i costi con la sua ossessione per l’autoscatto, non può fare altro che scattare ogni volta in una nuova scorribanda furibonda (ci si ricorda della Passione considerata come corsa in salita di Jarry).

Hybris – ph. Annalisa Gonnella

E in effetti proprio alla dialettica tra una fremente e molto beckettiana immobilità coatta, e lo scatenamento del corpo comico nello spazio che trova sempre il modo di sprigionarsene, pare alludere l’altro protagonista che la macchina da guerra di RezzaMastrella prevede sempre in scena: gli «habitat» di Flavia Mastrella, avvolgenti scenari mobili di stoffe colorate che fasciano il corpo di Rezza come l’enfant terrible ipertrofico che è da sempre, ma che si aprono pure in squarci fontaniani per consentirgli di protrudere, a piacere, un qualche allusivo lembo corporeo chiamato all’azione. Come dice Mastrella in uno dei frammenti di poetica campionati una decina d’anni fa nel mirifico zibaldone Clamori al vento, gli habitat servono ad «analizzare l’ambiente e gli abiti come antichissimi vincoli sociali, sempre subiti dall’essere umano che ne è prigioniero»: «quadri di scena», «entità bidimensionali allegoriche da indossare». (Anche l’ultimo film firmato l’anno scorso dalla sola Mastrella, La legge, che ha montato gli articoli della Costituzione letti ciascuno da un conoscente chiamato a riprendere un animale che lo “interpretasse”, allude all’anomia tendenziale con la quale un po’ bestialmente ciascuno si “ritaglia” le regole a modo suo.) La stessa libertà d’uso è quella lasciata al performer, ma anche allo spettatore, nell’interpretare le sue “scene” (che sono al tempo stesso, si capisce, “costumi”): «come le macchie di Rorschach, danno libertà alla fantasia di Antonio prima e all’osservatore poi di collocare la vicenda narrativa, anch’essa espressa a brandelli, nella circostanza che si preferisce». Sempre da Clamori al vento veniamo a sapere del background artistico di Mastrella, figlia di un architetto e di un’appassionata di moda fissata con le stoffe, che nel 2014 ha esposto al MAMbo una personale dal titolo à la Bruno Munari, Sculture in tasca: sino al Leone d’oro alla carriera conferito nel 2018 dalla Biennale Architettura al polimorfo e perverso duo artistico.

Fotofinish – ph. Giulio Mazzi

«Ogni teatro», diceva Edoardo Sanguineti, «è un teatro anatomico»: e forse non c’è nessuna esperienza teatrale che quanto quella di RezzaMastrella, nella sua irrefrenabile frammentazione della parola, del movimento e dello spazio, paia voler dimostrare questo assunto. Il corpo senza organi di Rezza si propaggina sulla scena, si moltiplica centrifugo e peristaltico torna a ricomprimersi a molla: con la stessa sovrana libertà con cui i suoi “testi”, ogni volta nuovi, si rimodellano frammentandosi e ricomponendosi. «Operiamo come nel cinema, spostiamo pezzi di corpo come se fossero pellicola», diceva Antonio a Rossella Bonito Oliva nel bellissimo La noia incarnita (Barbès 2012), «agiamo sul mio corpo con lo stesso metodo della moviola. È un teatro di tagli». Ne è un esempio proditorio l’ultimo Amistade, che riutilizza liberamente il palinsesto di uno spettacolo del 2012 dal titolo che era tutto un programma, Fratto_X, dedicato appunto alla frazione, in senso metaforicamente matematico: l’uomo è «fratto sotto» dalla catastrofe corporale con cui coincide, mentre a regnare sovrana è la macchina celibe del procedimento che ogni volta lo fraziona sino a rivelarsi l’unica sorte che gli è concessa («cos’è l’orizzonte se non il più grande fratto dell’umanità?»), mentre «la gente muore sotto e sopra».

«La nostra speculazione», si leggeva in Clamori al vento, «consiste nel saccheggiare e deformare posture e contenuti di chi non la pensa come noi. E poi pensarla come loro nel tempo e nello spazio di un’idea»: di qui è venuto forse lo spunto di proiettare sugli habitat di Flavia frammenti video di dichiarazioni (non di canzoni) di Fabrizio De André, al quale la promozione non può mancare di concedere la patente di «genio disobbediente». Immune come sono al suo fascino da sempre, trovo le frasi campionate nello spettacolo, che lo frazionano in improvvise stasi sin troppo riverentemente osservate (solo di rado Antonio abbozza una qualche interazione cogli inserti video), nonché disobbedienti, seriose e solenni: risentite oggi, un campionario di viete e inoffensive banalità. È possibile però che Rezza e Mastrella in questo modo abbiano inteso deliberatamente sporcare la loro macchina, già inossidabile, al fine di evitare il rischio autoironicamente dichiarato nel ripresentarsi in scena dopo la consacrazione: «Autocelebrativi gonfi di hybris, ecco cosa siamo diventati!».

Ancorché artisticamente inerte, comunque, non è poi un danno così grave. Quando il moto perpetuo si sospende, e risuona la voce affumicata del Genio Trapassato che magniloquente ci richiama all’ordine, basterà turarci le orecchie e blaterare qualche cantilena scema per coprire quel suono così “poetico”, cioè trombone. Per fortuna ci penserà Antonio, subito dopo, a prendere per l’ennesima volta la via della fuga.

Flavia Mastrella-Antonio Rezza
Trilogia
Roma, Teatro Vascello:
Amistade dal 12 al 17 dicembre; Fotofinish dal 19 al 31 dicembre; Hybris dal 3 al 14 gennaio

Antonio Rezza
Il Fattaccio
La nave di Teseo, 2023
239 pp., € 19

Andrea Cortellessa

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.

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