Destini incrociati. Italo Calvino e Franco Maria Ricci

02/01/2024

Forse è vero – come scrive Giovanni Mariotti in questo delizioso libricino Destini incrociati. Italo Calvino e Franco Maria Ricci, pubblicato in occasione della mostra omonima al Labirinto della Masone nel formato spiccatamente rettangolare, con la copertina azzurra e la geometrica limpidezza dell’impaginato della vecchia Biblioteca blu – che in principio furono i segni: “prima di parlare, gli uomini avevano scritto, o almeno usato segni, tracce nella polvere o nel fango, pietre o piccoli rami che trasmettevano informazioni utili su come orientarsi nello spazio, evitare pericoli, procacciarsi risorse”. Calvino, riprende Mariotti poco dopo, continuò ad occuparsi dell’utopia di un “modo di comunicare non con le parole (verbis) ma con le cose”: fino a darne un saggio in quelle note pagine delle Città invisibili in cui Marco Polo s’esprime con Kublai Khan in un immaginoso linguaggio, degno d’un Papageno, composto di zirli, gesti, salti, pantomime, talismani ed oggetti. Non tanto lontano da quello che Giambattista Vico attribuiva ai primi uomini: i quali, simili ai muti che “si spiegano per atti o corpi c’hanno naturali rapporti alle idee ch’essi vogliono significare”, impiegavano i geroglifici, “co’ quali si truovano aver parlato tutte le nazioni nella loro prima barbarie”.

Poiché i geroglifici, come tutte le forme di parlar figurato, vanno interpretati, resta sempre in essi un po’ di quella fecondità polisemica che è alla base, con molta probabilità, della suggestione che hanno esercitato sui collezionisti d’ogni tempo i florilegi d’emblemi (fra i quali il più noto è l’Emblemata di Andrea Alciato) o, per altro verso, della fortuna presso i surrealisti di quei disegni d’architetti rivoluzionari, come il Ledoux o il Lequeu, che, se non possono dirsi propriamente emblemi, sono, quantomeno, al pari di quelli, figurazioni “parlanti”. Anche il Gran Khan “decifrava i segni, però il nesso tra questi e i luoghi visitati rimaneva incerto […] ma, palese o oscuro che fosse, tutto quel che Marco mostrava aveva il potere degli emblemi che una volta visti non si possono dimenticare né confondere…”.

Franco Maria Ricci e Italo Calvino, al lavoro sui Tarocchi, probabilmente 1969

Allorché Calvino, sull’esempio del suo fantasticato viaggiatore, prese a raccontare storie per mezzo di oggetti, dovette sceglierne, specie trattandosi di manufatti artistici, d’insoliti, di eccentrici oppure di primitivi, (“antichi mappamondi, manichini di cera, tavolette d’argilla con scritture cuneiformi, stampe popolari, vestigia di culture tribali”), i soli che, in virtù della loro marginalità, recassero ancora intatte le proprie qualità mercuriali. Le opere dei grandi maestri, incasellate già da molti secoli negli schemi della storia, erano inutili allo scopo, perché il sedimento critico aveva reso ormai impossibile restaurarne la virtualità primigenia. Al primo genere invece, quello dell’ameno e dell’inedito, che avrebbe soddisfatto la capziosa erudizione per le stranezze di un seicentista, potevano ascriversi tutte le prime pubblicazioni della collana “I segni dell’uomo” di Franco Maria Ricci: i disegni di Charles Frédéric Brun, i cassettoni lignei della chiesina medievale di San Martino di Zillis-Reischen, l’Apocalisse illustrata dalle xilografie dipinte dell’Apocalisse Estense di Modena e i quei tarocchi che, realizzati da Bonifacio Bembo per Filippo Maria Visconti duca di Milano, costituirono il punto di partenza di Tarocchi. Il mazzo visconteo di Bergamo e New York che Calvino pubblicò per l’editore nel 1969.

La mostra al Labirinto, curata con raffinatezza ed intelligenza da Pietro Mercogliano e Cesare Dal Pane, espone i documenti di questo rapporto fra l’editore e lo scrittore, che attraverso le edizioni di FMR scoprì una nuova via per narrare. Forse, come osservano i curatori, la forma stessa dei libri della collana, in cui l’uso di stampare le riproduzioni in tavole a parte per poi montarle a mano isolava ancora più gli oggetti, dovette avere la sua parte. Certo è che, a partire dall’incontro con Franco Maria Ricci, Calvino iniziò a considerare le opere d’arte come stimoli fantastici, gherigli di storie possibili da ridestare con uno sfregolio, simili a geni d’una lampada. Anche Le città invisibili nacquero così: dal commento alle miniature del Livre des merveilles, un codice quattrocentesco conservato alla Bibliothèque Nationale de France che, intorno all’itinerario di Marco Polo e d’altri viaggiatori, intrecciava il sapere teratologico dell’Antichità dalla Naturalis Historia di Plinio alle Storie di Alessandro Magno.  Sebbene il libro venisse poi pubblicato da Einaudi, la dedica della copia delle Città a Ricci (“A Franco questo che se non è un libro suo poco ci manca…”) testimonia la paternità dell’idea.

Eppure il Marco Polo calviniano, coi suoi pesci che sfuggono al becco dei cormorani e i teschi che stringono perle a significare popoli e città, non fu che uno scolaro a cospetto di quanto fece nel 1981 Luigi Serafini col Codex seraphinianus, del quale possiamo ammirare le tavole originali insieme alla seconda edizione dell’opera, pubblicata nel ’93 con in testa la recensione di Calvino, pubblicata a suo tempo sulla “Repubblica” e inclusa in Collezione di sabbia. Qui si vedono figure mutevoli combinarsi in ogni foggia con l’eloquenza d’una arcana simbologia: specie vegetali o animali farsi uova, coccodrillo, sasso, scindersi, geminarsi, fondersi, struggersi e associarsi nelle più stravaganti maniere. Ma il linguaggio dei segni e degli accostamenti, sotto la sua spoglia d’arbitrarietà fantastica, possiede in realtà una sua tersa geometria, paragonabile al volo degli uccelli nel quale gli àuguri leggevano il destino dei regni. Il racconto di come questo universo sedusse Calvino può vedersi oggi nella sala di un Labirinto che, chiusa com’è da uno splendido mobile da farmacia settecentesca, riporta, con la sua forma d’esedra, a uno di quei teatri della memoria rinascimentali in cui la mente voleva farsi appunto spazio, segno, geometria.

Giorgio Villani

ha studiato fra Bonn, Firenze e Parigi. S’è interessato ai legami fra le arti e alla storia del gusto, argomento al quale ha dedicato un libro, “Il convitato di pietra. Apoteosi e tramonto della linea curva nel Settecento” (Olschki 2016). Suoi interventi sono apparsi su “Paragone”, “alfabeta2”, “doppiozero”, “Rivista di letterature Moderne e Comparate” e “Antologia Vieusseux”. Ha inoltre collaborato alla Storia della letteratura italiana “Liberi di interpretare” (di Luperini, Cataldi, Marchiani e Marchese) e curato la traduzione e la ristampa di testi italiani e francesi dell’Ottocento. Per Olschki ha anche pubblicato “Un atlante della cultura europea. Vittorio Pica, il metodo e le fonti” (2018). Collabora regolarmente da molti anni con “Alias”.

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