L’Ufficio delle tenebre

I

Fra i riti liturgici soppressi dal Concilio Vaticano II vi è anche L’Ufficio delle Tenebre, che s’inseriva in un periodo centrale del calendario cristiano: la Settimana Santa. Il rito consisteva nella recita del Mattutino e delle Lodi previste per il Giovedì, il Venerdì e Sabato Santo; per via della lunghezza, l’Ufficio veniva anticipato alla sera del giorno precedente, e la recita culminava nell’oscurità. L’Ufficio delle Tenebre era accompagnato dallo spegnimento progressivo di quindici candele, collocate – nel presbiterio –  su una saettia, ovvero su di un candelabro triangolare. Alla fine di ciascuno dei nove salmi del mattutino e dei cinque salmi delle lodi, il cerimoniere spegneva una candela, partendo dal basso e alternando destra e sinistra, fino a rimanere con una sola candela accesa in cima alla saettia. All’approssimarsi della fine dell’Ufficio, tutte le altre luci della chiesa, incluse quelle dei sei candelabri dell’altare maggiore, venivano ugualmente spente, per fare in modo che rimanesse soltanto un’ultima candela, tremolante nella notte. Dopo il Benedictus, anche quell’ultima luce veniva tolta dal candelabro, e nascosta dietro all’altare. La chiesa piombava allora nella più completa oscurità: «per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte» (Luca 1:78–79).

Black pages with red drops of blood, signifying the wounds of Christ, from a psalter and rosary of the Virgin, ca. 1500.

II

È proprio nel momento di massima oscurità che qualcosa, nella chiesa, accade. Improvvisamente, un rumore assordante di libri e mani che sbattono contro i banchi invade lo spazio: è lo strepitus, il fragore che rievoca il terremoto della morte del Signore: «ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono» (Matteo 27:51). Dopo lo strepitus, la candela viene nuovamente mostrata un’ultima volta prima di essere definitamente spenta: «quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Giovanni,1:5). Nel silenzio, i fedeli abbandono la chiesa.

A map, engraved by Sidney Hall, of geographical knowledge as known during The Deluge (2348 BC), from Edward Quin’s Historical Atlas- In a Series of Maps of the World as Known at Different Periods (London, 1830)

III

Cos’è, dunque, lo strepitus, questa specie di terremoto che irrompe nell’oscurità? Esso è, certamente,  il momento in cui tutto sembra perduto: l’immagine di una tenebra dei tempi. Ciononostante, lo strepitus non segnala la fine del rito, ma piuttosto quel resto di notte che continua ostinatamente a covare una luce. La fiamma c’è: sta dietro l’altare, anche se non si vede; anche se trema. Così, nella grande notte dell’Antropocene, lo strepitus è la figura di un pericolo che salva, di un allarme che non distrugge, ma piomba a scuoterci i sensi, per annunciare un’altra possibilità di visione.

Kazimir Malevič, Black Square, 1915

IV

È un avvocato napoletano, Carlo D’addosio, a dare alle stampe, nel 1892, un trattato intitolato Bestie delinquenti, dedicato alla vicenda degli animali portati a processo nel corso della storia umana. In mezzo a questa singolare dissertazione, D’addosio, per esplicitare l’accozzaglia di superstizioni di cui si è “macchiato” a suo dire il Medioevo, evoca un passaggio dalla Beatrice Cenci di Francesco Domenico Guerrazzi, che chiama le opere figlie di molta erudizione medievale selvatici scritti, e poi descrive questa “notturna” scenetta: «mentre un curiale, con le spalle gobbe, gli occhiali sul naso, al chiarore di una lucerna, sfoglia uno scrittore in traccia dell’autorità che valga a sostenere il suo assunto, e la trova; il suo avversario curiale, con le spalle gobbe, gli occhiali sul naso, al chiarore di lucerna, va squadernando il medesimo scrittore in traccia della dottrina contraria… e la trova». A tutto ciò, D’addosio aggiunge, di sua mano, un’ulteriore riflessione: «come le fiammelle delle lampade che rischiaravano la notte, i legulei e i sapienti, intenti a studiare sui codici polverosi, così oscillavano e vacillavano le menti medievali, dando talvolta in qualche guizzo di luce viva, ma più spesso immergendo nell’ombra l’ambiente. E a ogni ombra che si verificava, era un pervertimento, un’aberrazione, una superstizione di più». Ora, questa moltitudine di pervertimenti, di notizie, di superstizioni,  non ci appartiene oggi più di quanto vorremo ammettere? Questa proliferazione di dottrine contrarie, tutte ugualmente messe a fuoco, polarizzate e ricondivise “in rete”, non investe forse il campo dell’informazione, dalle crisi climatiche alle questioni di genere alle intelligenze artificiali alle epidemie? Eppure, proprio per via della loro elettrica nitidezza e del loro sterile illuminismo, le aberrazioni proliferano senza che si riesca davvero ad afferrare la forza “selvatica” del loro mito: ciò che, nei secoli medievali, permetteva di orientarsi, di intrecciare insieme fenomeni, dimensioni e credenze apparentemente lontane o contrarie, e di creare così paesaggi adattativi. «Che una spola sottile colleghi insieme il cielo, l’industria, i testi, le anime e la legge morale è qualcosa che resta ignoto, indebito, inaudito» denunciava rispetto al secolo scorso Bruno Latour in Non siamo mai stati moderni. Probabilmente la potenza delle aberrazioni risiede proprio nel loro carattere notturno: non nel giorno dove ogni cosa è falsamente evidente, ma nella notte che, confondendo con il tremore della fiamma la certezza dei contorni, permette di generare collegamenti perversi, di tracciare nuove mappe con le quali provare a riorientarsi attraverso la vertigine del mondo. 

Paul Bilhaud, Combat de Nègres pendant la nuit, 1882

V

In un passaggio di un altro testo particolarmente notturno, La croce e il nulla, Sergio Quinzio s’interroga a sua volta su una cerimonia abolita: lo spegnimento del cero pasquale, che avveniva durante la messa del giorno dell’Ascensione, e «significava la scomparsa di Gesù salito al cielo, la sua lontananza, e quindi l’attesa del suo ritorno». Secondo Quinzio, la nuova liturgia, «per la quale il cero pasquale resta acceso l’intero anno, segna l’evidente passaggio da una teologia della redenzione a una teologia della creazione: una teologia “naturale” che non ha più alcun riferimento alla parusia, ma vede la presenza di Cristo come normalmente intrinseca al permanere del mondo». L’assenza dello spegnimento del cero non è qualcosa di trascurabile, ma lo stravolgimento stesso del rito, e della sua metafisica concreta. Assenza che diventa, contemporaneamente, il sigillo di un’esclusione: la notte è stata conquistata proprio nel momento in cui abbiamo deciso di perderla. Le tenebre di cui siamo avvolti risplendono come luci della città: sono insegne luminose che, abbagliando, mascherano il pericolo che dovrebbero annunciare.

Adjacent black panels from CHAM, Histoire de Mr. Lajaunisse (Paris, 1839)

VI

Che la notte sia stata considerata per molto tempo un covo di miti e di pericoli lo si può comprendere anche guardando allo “jus nocturnis” elaborato dai giuristi italiani e tedeschi per formalizzare l’idea che calate le tenebre i delitti commessi fossero più gravi. Per dimostrarlo, spiega Marco Filoni riprendendo l’Histoire de la nuit di Alain Cabantous, i giuristi si basavano «sulla somiglianza fra le parole nox, “notte”, e noxa, “danno”: lasciando così intendere che nel fatto stesso della notte vi fosse qualcosa di nocivo». (Giove e il parafulmine). Nel medesimo libro, Filoni traccia un’archeologia luminosa della città, arrivando a spiegare come, con l’irrompere della luce artificiale prima e poi con il moltiplicarsi delle insegne nella città, la notte sia stata progressivamente sovrascritta:  «la scrittura della città diventa luminosa. Le insegne sono visibili e leggibili di giorno come di notte. Lettere illuminate e sfavillanti, luci stroboscopiche che iniziano ad affollare le città. Come notava già Lászlό Moholy-Nagy nel 1925 le metropoli  si riempiono di sollecitazioni ottico-acustiche». Il lampeggiare delle luci, le sollecitazioni ottico-acustiche che abbagliano e ubriacano tutti i sensi sono la straordinaria fantasmagoria della “modernità”, e insieme il suo strepitus: l’allarme che, mentre le tenebre sopravanzano tutto attorno, segnala la nostra incapacità di comprenderle, di attraversarle, di farvi posto nell’architettura del vivere.

The black page of The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman as it appears in the first edition, printed 1759–67. Photo by Ian Campbell Ross 

VII

Accanto allo spreco di luce elettrica, bisognerebbe considerare infatti anche una dissipazione del mondo delle ombre, o quanto meno dei luoghi destinati ad accoglierle nella narrazione e nell’architettura stessa della vita quotidiana. In pochi hanno saputo evidenziarlo alla maniera di Junichiro Tanizaki, che nel 1933 – dopo aver intinto  la scrittura nella fuliggine – chiudeva il suo magnifico Libro d’ombra con questo proposito: «vorrei riportare il mondo dell’ombra, che stiamo dissipando. Vorrei rendere più profonda la gronda dell’edificio che chiamiamo “letteratura”, oscurare le pareti, spingere nell’ombra le cose troppo visibili ed eliminare le decorazioni interne inutili. Non dico che tutte le case dovrebbero essere così, ma mi piacerebbe che ce ne fosse almeno una. Sarà possibile? Intanto, provo a spegnere le luci».

John Quarles, Regale lectum miseriae or, A kingly bed of miserie In which is contained, a dreame with an elegie upon the martyrdome of Charls, late King of England (London, 1649).

VIII

Nella Brihadaranyaka Upanishad,  avviene che il saggio Yajnavalkya si rechi in visita dal re Janaka, imperatore dei Videha. Dopo un po’ che hanno discorso di fronte al fuoco sacrificale, il re chiede a Yajnavalkya questa domanda:«di quale luce si serve l’uomo?»; «della luce del sole, o re» risponde Yajnavalkya, e continua: «nella luce del sole l’uomo siede, si muove, lavora e rincasa». Non contento, il re prosegue a interrogare il saggio: «ma quando il sole tramonta, Yajnavalkya, di quale luce può servirsi l’uomo»; «della luce della luna» risponde  nuovamente Yajnavalkya. «Ma quando il sole e la luna sono tramontati, di quale luce può servirsi l’uomo?»; «della luce del fuoco». «Ma quando sole e luna sono già tramontati, il fuoco si è spento e le voci tacciono, Yajnavalkya, di quale luce può servirsi l’uomo?»; «della luce del suo stesso Sé [Atman]» risponde infine il saggio.

Exhibition of Black Square and other works by Kazimir Malevič at “The Last Futurist Exhibition, 0.10”, Petrograd, 1915

IX

Proviamo allora a intendere l’Ufficio non solo come liturgia ora abolita, ma proprio come officium: mandato delle tenebre; esso sarebbe la responsabilità del covare  – nel pericolo e persino nell’annientamento – un fuoco centrale.  Quando lo strepitus irrompe,  e la rovina sembra irreparabile, tutto l’occulto clamore rivela questa doppia ingiunzione: curarsi della luce rincasando nelle tenebre.  Elemire Zolla, che sul tema ha scritto come folgore in un saggio intitolato Che cos’è la luce, parla proprio dell’importanza della luce nera, e citando Najm al-Din Razi, un sufi del XIII secolo allievo del maestro Najm al-Dīn Kubrā, rivela: «nera è la maestà che incendia e annienta, suprema teurgia, l’aldilà dei sei colori, della bellezza, il sublime che fa esistere, in cui pullula la fonte della vita».  Poi, parlando delle notti mistiche europee, aggiunge ancora: «dal nero assoluto sprigiona ogni luce, prima del sogno, quindi della realtà». Là dove è vera notte, tremano le stanche consuetudini dello sguardo; scoincide ciò che per troppo tempo è stato saldato insieme, e torna a legarsi ciò che sembrava non poter trovare più coincidenza. Tutto è perduto, tutto è salvato. L’Ufficio delle tenebre ci chiama a preparare il mondo per questa lunga notte del possibile; affinché si possa arrivare a dire, come un poeta prima di noi: ecco, bruceremo la nostra oscurità.

Questo testo è un contributo leggermente rivisto per il libro “Il progetto nel tempo di Pan. I villaggi della grande estinzione, prefigurazioni della Sylva di domani” di Michele Anelli-Monti in uscita a gennaio per Mimesis. All’interno del PRIN “SYLVA. Ripensare la “selva”. Verso una nuova alleanza tra biologico e artefatto, natura e società, selvatichezza e umanità”.

Giorgiomaria Cornelio

(1997) è poeta, regista, curatore del progetto ”Edizioni Volatili”, e redattore di “Nazione Indiana”. Ha co-diretto la "Trilogia dei viandanti" (2016-2020), presentata in numerosi festival e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su “Le parole e le cose”, “Doppiozero”, “Indiscreto”, “Il tascabile” . Ha pubblicato, tra gli altri, "La consegna delle braci" (Luca Sossella Editore) e "La Specie Storta" (Tlon).

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