L’immaginario fascista della destra postfascista

13/12/2023

È stato appena pubblicato Iconografia della destra. La propaganda figurativa da Almirante a Meloni (Viella, 2023) di Luciano Cheles, con la prefazione di Edoardo Novelli. Il documentatissimo saggio – caso esemplare di iconografia e iconologia politiche – spazia dal 1946 a oggi, dal Movimento Sociale Italiano alla destra postfascista e neofascista, passando per la grafica e gli slogan di Alleanza Nazionale e di Fratelli d’Italia. Tra discontinuità e non dichiarate continuità, viene così ricostruita l’evoluzione della propaganda figurativa della destra italiana.

Storico dell’arte e specialista di Visual Studies, l’autore ha insegnato all’università di Lancaster, Lione e Poitiers. Sensibile alla produzione visiva dei partiti italiani e francesi e alla propaganda veicolata dalle immagini, Cheles ha recentemente co-curato (assieme a Alessandro Giacone) The Political Portrait. Leadership, Image and Power (Routledge 2020). In continuità con i temi trattati in Iconografia della destra, pubblichiamo qui un contributo inedito, elaborato a partire dal convegno A cent’anni dalla Marcia su Roma tenutosi a Matera nel 2022.

Nel 1994 Gianfranco Fini trasformava Il Movimento Sociale Italiano, MSI, in Alleanza Nazionale, AN, un soggetto politico che si presentava come una destra moderata e moderna. Sostenuta da Berlusconi che l’aveva inclusa nella coalizione di centro-destra con la quale avrebbe vinto le politiche di quell’anno, AN diventava ufficialmente nel 1995, dopo il congresso di Fiuggi, un partito che si autodefiniva “post-fascista” – un partito che aveva tagliato i ponti con il Ventennio. La sghettizzazione poteva considerarsi pienamente riuscita: l’opinione pubblica, compresa quella più qualificata, concordava perlopiù che la destra neofascista si stava rapidamente riformando. AN si scioglieva nel 2009 per fondersi nel movimento di Berlusconi, ribattezzato Popolo della Libertà, PdL. Scomparso Fini dalla scena politica dopo essere stato di fatto espulso dal partito nel 2010, il ruolo di protagonista principale dell’area postfascista è stato assunto da Giorgia Meloni, che nel 2012 ha fondato un nuovo soggetto politico, Fratelli d’Italia, Fd’I, pur restando nella coalizione di centro-destra.

Come già aveva fatto Fini, Meloni si è molto adoperata per presentarsi come leader di un moderno partito conservatore. È vero che certe rivelazioni, come quelle dell’inchiesta Fanpage del 2021 inducono l’opinione pubblica a chiedersi se il cordone ombelicale con il fascismo sia stato davvero tagliato. Ma Meloni ha sempre respinto con forza le insinuazioni che il partito tolleri la presenza di estremisti. L’estremismo di destra sarebbe secondo lei un fenomeno marginale, che nulla ha a che fare con il postfascismo.

Eppure un’analisi dettagliata della comunicazione figurativa di AN e di Fd’I (manifesti, opuscoli illustrati, siti web, ecc.) rivela che il legame con il Ventennio non solo non è stato reciso, ma è sistematicamente e orgogliosamente promosso. Della pubblicistica di AN e Fd’I non tratteremo separatamente perché, come vedremo, le tematiche e le iconografie da loro adottate sono molto simili. D’altronde, prima di fondare il proprio partito, Meloni aveva ricoperto vari incarichi nei movimenti giovanili di Alleanza Nazionale, incarichi culminati nella presidenza di Azione Giovani, AG, nel 2004.

La volontà di conservare il legame con il passato è attestata prima di tutto dai simboli dei due partiti. Il logo di AN e quello di Fd’I rinchiudono il motivo missino della fiamma tricolore, simbolo del messaggio del Duce che scaturisce dalla sua cassa mortuaria, e della sigla MSI che allude al monogramma mussoliniano nonché alle iniziali dei qualificativi della Repubblica Sociale Italiana: SI.

Il logo di AG – una mano che impugna una torcia dalla fiamma tricolore – imita fedelmente quello dei movimenti giovanili dell’MSI, e ha come fonte comune un’opera del pittore futurista Tato, spesso riprodotta perché  Mussolini ci aveva messo un « Mi piace ». Lo attesta un manifesto del 2009 che commemora la morte di due giovani militanti missini, vittime del terrorismo rosso degli anni di piombo: per rappresentare il tema della continuità ideologica, è stato riprodotto a destra, assieme ai loghi dei movimenti giovanili, il motivo della mano che impugna il fascio. Perché il riferimento al Ventennio non risulti palese si è provveduto a citare solo una parte del motivo [Figg. 1-2].

Il logo del movimento universitario di AN si ispira anch’esso ad un simbolo littorio: riprende con qualche opportuna modifica quello dei Gruppi Universitari Fascisti, GUF. Il moschetto posto di sbieco sul libro aperto, che traduceva il motto « Libro e moschetto fascista perfetto », è stato sostituito dalla feluca [Figg. 3-4].

Anche i manifesti utilizzati per pubblicizzare le diverse edizioni della manifestazione giovanile Atreju rimandano frequentemente alla cultura del fascismo. Il motivo principale è stato per anni un pupazzetto che assume pose diverse. Nelle immagini questo omino stilizzato compare spesso con il braccio teso e una mano aperta di dimensioni sproporzionate [Fig 5].

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Nel manifesto del 2013 tre pupazzetti-guerrieri si confrontano spada in pugno: lo slogan ci spiega che fanno «La terza guerra. Grande finanza contro i popoli » [Fig. 6].

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Queste guerre sono una strizzatina d’occhio a Mussolini che aveva sostenuto l’intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale e dichiarato la Seconda.

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Il logo dell’edizione 2011 [Fig. 7] è particolarmente interessante. L’immagine rappresenta un gruppo di figure in corsa pronte a travolgere chiunque le intralci ed è accompagnata dal testo imperioso « Fate largo all’Italia che avanza ». Questo slogan riecheggia le parole utilizzate da Mussolini nel discorso tenuto a Bologna il 3 aprile 1921, discorso con il quale illustrava le idee-forza del fascismo: “Fate largo che passa la giovinezza d’Italia”. L’espressione « Fate largo » fu ripetuta da Mussolini nel discorso pronunciato a Piazza Venezia il 16 ottobre 1932 per celebrare il Decennale della Marcia su Roma. Merita un commento anche l’immagine: il gruppo di omini che avanza con passo svelto sembra alludere al dipinto Marcia su Roma di Giacomo Balla. Quest’opera, che in realtà raffigura Mussolini che sfila con i quadrunviri e i gerarchi dopo la sua nomina a capo del governo, è un’icona della destra, come risulta per esempio dalla prima pagina dal calendario messo in vendita nel 2022 da associazioni neofasciste per commemorare il centenario dell’evento [Fig. 8]. 

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Molte altre sono le espressioni mutuate dalla propaganda fascista che compaiono nella pubblicistica di AN e Fd’I. Il verbo « Credere », che allude al noto imperativo « Credere, obbedire, combattere », è tra quelle più frequenti. A volte non ci si contenta di un’unica citazione. Il manifesto diffuso dalla sezione senese di Azione Universitaria nel 2008 [Fig. 9] riporta due slogan: il primo – « Credere, combattere, vincere » – combina « Credere, obbedire, combattere » con « Vincere! », un altro noto slogan mussoliniano;  il secondo –  « Siamo l’eterna gioventù che conquista l’avvenir » – riprende versi dall’incipit dell’inno degli universitari fascisti.

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Nella pubblicistica dei movimenti giovanili si trovano a volte citazioni tratte da testi di autori filofascisti e filonazisti  – citazioni non firmate perché non risultino riconoscibili ai più. Un autoadesivo del 2004 riproduce un ritratto marmoreo dalle forti connotazioni mussoliniane assieme alle parole « Non programmi dobbiamo creare, ma uomini, uomini nuovi » [Fig. 10].

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Questa frase è ripresa da La Guardia di Ferro di Corneliu Codreanu (1936), che nel testo originario è seguita dal commento antisemita « Perché gli uomini, come sono oggi, allevati dai politicanti e infettati dall’influenza ebraica, comprometterebbero anche il più splendido programma ». Un’altra citazione priva dell’indicazione della fonte si trova riprodotta su un manifesto della sezione comasca di AG diffuso nel 2007  [Fig. 11]. Lo slogan « In piedi tra le rovine », riecheggia il titolo del volume di Julius Evola Gli uomini e le rovine (1953). Va notato che la militante porta sulla manica sinistra della camicia nera una fascia da braccio che ricorda quella delle uniformi naziste e che la sigla del movimento, le iniziali AG, è stata stilizzata in modo da evocare sia la Croce celtica che la svastica.

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Allude al nazismo anche un manifesto del 2007 che commemora l’uccisione di tre giovani attivisti di estrema destra a via Acca Laurentia, a Roma: l’immagine del tamburino riprende fedelmente quella del militante ritratto in un noto manifesto della Hitlerjugend [Figg. 12-13]. Il manifesto non è firmato, ma è molto probabile che AG sia tra i suoi committenti.

È soprattutto Mussolini ad essere presente nella grafica di AN e Fd’I. Questa presenza assume varie forme. Nel manifesto diffuso nel 2003 per annunciare un convegno sulla produttività a cui sarebbe intervenuto Fini l’operaio con elmetto protettivo è stato modellato su un noto ritratto del Duce, mentre il vigoroso braccio teso è probabilmente un saluto romano mimetizzato [Figg. 14-15]. Inoltre la parola «produce» è stata spezzata da un asse diagonale per generare il gioco di parole «pro/Duce».

A Mussolini alludono spesso i principali leader postfascisti facendosi ritrarre nelle posture e con la gestualità che lo caratterizzavano – un’imitazione che ha intenti celebrativi, ma ci invita anche a considerarli come gli eredi ideologici del Duce. In alcune immagini Fini e Meloni appaiono di profilo, in atteggiamento composto e solenne, davanti ad un ampio pubblico: quest’’iconografia, che ricorreva anche nella pubblicistica di Almirante, ha per modello quella di Mussolini davanti alla sua “folla oceanica”. Le braccia incrociate con cui Fini si è fatto ritrarre nel manifesto elettorale del 1996 riprendono l’atteggiamento che Mussolini assumeva per apparire determinato e intransigente, atteggiamento che ritroviamo in numerose foto ufficiali  [Figg. 16-17].

Tuttavia l’atteggiamento corporale fascista che ricorre con maggior frequenza nelle raffigurazioni dei vari leader è indubbiamente il saluto romano. Per mascherarne il significato politico, il braccio alzato, la mano aperta sono presentati ambiguamente, come gesti di saluto, argomentazione o giubilo [Figg. 18].

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Ufficialmente AN e Fd’I hanno sempre insistito sull’idea di riconciliazione, arrivando a esigere la parificazione delle opposte cause dei partigiani e dei repubblichini. Di qui il rifiuto di associarsi alle commemorazioni del 25 Aprile, ritenute divisive. In realtà il tema del revanchismo occupa un ruolo centrale nella cultura della destra postfascista. Di recente ha trovato espressione anche nella scelta dei candidati alle elezioni. La designazione del pronipote del Duce Caio Giulio Cesare Mussolini alle Europee del 2019 e quella della nipote Rachele Mussolini alle amministrative del 2021 vogliono ricordarci che il Duce è geneticamente presente, e che quindi il fascismo è più vivo che mai. Ed è significativo che per promuovere il loro lancio si sia voluto ritrarli associandoli ad opere architettoniche del Ventennio: il Colosseo Quadrato dell’EUR per Caio Giulio Cesare, e la “torre littoria” del municipio di Sabaudia, una delle città nuove, per Rachele.

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Per esprimere il concetto di rivincita si ricorre anche a simboli e metafore erudite. Si veda per esempio la foto che documenta la partecipazione di Meloni a un dibattito che si è tenuto alla festa nazionale del movimento giovanile di Fd’I a Taranto nel 2018 [Fig. 19]. Va notato per cominciare che i partecipanti portano tutti una T-shirt nera con la scritta « Fortemente credere », un’espressione che accorpa due slogan mussoliniani : « Fortemente volere » e « Credere, obbedire, combattere ». Questa festa annuale porta il nome di Fenix, un riferimento all’uccello mitico che rinasce dalle ceneri, che a sua volta allude al fascismo risorto. La scenografia raffigura Enea, il mitico fondatore di Roma, che fugge da Troia in fiamme con il vecchio padre Anchise sulle spalle e il figlio Ascanio [Fig. 20]. L’immagine riproduce sinteticamente un noto dipinto del Guercino, di cui si è però provveduto a modificare un particolare: il piccolo Ascanio, che simbolizza il futuro, non guarda avanti, ma volge la testa verso la città distrutta, come fa nostalgicamente Anchise. In altre parole anche per la sua giovane generazione il punto di riferimento è il passato, e il suo compito sarà quello di far risorgere ciò che la guerra ha annientato.

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Come risulta dagli esempi citati, le tematiche, nonché gli approcci propagandistici utilizzati da AN e da FdI sono molto simili. Meloni, tuttavia, può contare su un’arma in più: quella della seduzione.

I partiti d’estrema destra sono tradizionalmente misogini e le donne vi hanno svolto nel passato un ruolo molto marginale. Il successo strepitoso di Alessandra Mussolini, catapultata  nel 1992 dalle pagine patinate di Playboy alla Camera dei Deputati, ha dimostrato che se giovani e belle le donne politiche sono molto gradite dall’elettorato di destra. Il suo esempio ha spalancato le porte ad altre candidate. Nel 2011, Ignazio La Russa, ministro del 4° governo Berlusconi, poteva dichiarare con soddisfazione che : « Le nostre elette non sono mai così brutte come quelle della sinistra ». L’importanza data all’avvenenza fisica obbliga le meno belle che vogliono impegnarsi nel mondo della politica a modificare il proprio aspetto fisico. La metamorfosi di Meloni va interpretata alla luce di questa consuetudine. Va notato prima di tutto che, castana di natura, si è tinta bionda. I capelli biondi fanno parte della tipologia della bellezza ideale e sono percepiti come segni di angelica purezza. La lunga chioma bionda di Meloni è spesso evidenziata nei ritratti che compaiono numerosi nella sua pubblicistica. La leader sfoggia un’ampia gamma di espressioni accattivanti: sbarazzina, sognante, determinata, serena, romantica… Le sue posture sono a volte ammiccanti. Un’immagine la ritrae rilassata con il viso appoggiato sulle mani per mettere in risalto le sue fattezze [Fig. 21]. Come le star di una volta,  Meloni appare semidistesa, una posizione quasi “orizzontale” che suggerisce subalternità. La femminilità ostentata di Meloni, una femminilità convenzionale e costruita, ha chiaramente una funzione politica: serve a addolcire la sua immagine e a rendere meno ostiche le sue idee estremiste. Colpito dal fascino che emanano i suoi ritratti, un certo tipo di pubblico può essere indotto a perdonarle slogan impertinenti come quello che compariva su un manifesto per le amministrative romane del 2016 assieme all’immagine che la ritaeva con un sorriso disarmante: « Accetto sempre consigli da tutti, ma la mia particolarità è che alla fine faccio di testa mia ».

Come risulta dalle immagini propagandistiche che abbiamo analizzato, il fascismo è ben radicato nella cultura postfascista. I media denunciano regolarmente gli slogan e i riti dei militanti di estrema destra, quelli che Meloni considera casi isolati di “folklore imbecille”, ma non hanno notato che l’eredità del passato è stata ed è coltivata sistematicamente a livello di vertici. Questa presenza va di pari passo con il tentativo di presentare un’immagine moderna e moderata. I riferimenti al fascismo sono troppo numerosi per considerarli come scivoloni occasionali: nella pubblicistica di AN e Fd’I c’è tutto l’armamentario littorio, con l’aggiunta di qualche motivo nazista. Inseriti perlopiù discretamente nella propaganda figurativa questi riferimenti si rivelano quando vengono analizzati alla luce delle immagini, dei motti e dei discorsi più famosi del fascismo. Tendono a sfuggirci perché questo repertorio figurativo e verbale è ormai scomparso dalla nostra memoria collettiva. D’altronde queste citazioni non si indirizzano ad un pubblico generico, bensì ad una cerchia ristretta, quella dei militanti predisposti a coglierle perché intrisi di cultura fascista. Hanno una funzione esistenziale: la fiera affermazione dell’identità del partito. Ma non sono innocui: traducono valori che si ritengono attuali e si vogliono promuovere democraticamente – gramscianamente – perché divengano egemoni.

Concluderemo attirando l’attenzione sull’inno del movimento giovanile di AN e FdI, che è anche uno slogan. Si intitola Il domani appartiene a noi e si è diffuso a livello internazionale: lo hanno adottato gruppi nazi-rock e suprematisti bianchi europei e americani. La fonte dell’inno è una medodia tratta dal film Cabaret di Bob Fosse, ambientato nella Repubblica di Weimar. La canta un giovane del movimento Hitlerjugend in uniforme nazista. Si tratta di un’ulteriore conferma che la destra postfascista non è affatto intenzionata a recidere i legami col passato.

Luciano Cheles
Iconografia della destra. La propaganda figurativa da Almirante a Meloni
prefazione di Edoardo Novelli
Viella, 2023
220 pp., 29 €

Luciano Cheles

è stato professore ordinario di Studi italiani presso le università di Lancaster (GB), Lione e Poitiers. Ha organizzato numerose mostre sulla propaganda italiana e francese. Tra le sue pubblicazioni: “The Art of Persuasion” (curato con L. Sponza), Manchester University Press, 2001; “L'Image recyclée” (curato con G. Roque), PUPPA, 2013; “The Political Portrait. Leadership, Image and Power” (curato con A. Giacone), Routledge, 2020; e “Iconografia della destra. La propaganda figurativa da Almirante a Meloni”, Viella, 2023.

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