L’ossessione per l’autore

12/12/2023

Vediamo tre bambine, ferme su delle biciclette (due poggiano a terra con il piede destro, la terza con il sinistro), le mani stringono il manubrio, sullo sfondo un viale alberato che costeggia un rettilineo di campagna, un paesaggio piatto con delle case all’orizzonte. Il cielo appare sgranato, forse il tempo intercorso fra l’impressione del rullino alla stampa del negativo ha danneggiato la pellicola. O forse no, fin dall’inizio la persona che le tre ragazze fissano con uno sguardo fisso e molto serio – quasi impaurito – voleva ottenere proprio questo effetto. Non lo sappiamo, non sapremo mai, perché da come sono vestite le tre ragazze si evince che dev’essere passato molto tempo dal momento dello scatto. Non è detto che queste tre ragazze siano ancora vive, e tantomeno che lo sia chi ha scattato questa foto. Chi, cioè, ha inquadrato la scena nel mirino di una macchina fotografica e ha composto l’immagine. Eppure i volti delle tre bambine, forse sorelle, sono vestite allo stesso modo, quasi una divisa, quei volti che ci fissano intensamente sembrano porci una domanda, a noi osservatori indiscreti che dopo tanto tempo le fissiamo incuriositi: chi siamo? Già, chi sono queste tre ragazze? E soprattutto, chi ha scattato questa foto, e perché l’ha scattata?

Una foto scattata che poi non è stata, al tempo, nemmeno sviluppata. La foto faceva parte di un mucchio di rullini ancora chiusi (che sarebbero scaduti nel 1971, quindi le foto sono state scattate prima di questa data), che per vie traverse sono giunte intatte nelle mani di un appassionato di fotografia, Pierluigi Ortolano, che vive a San Salvo, in provincia di Chieti (la storia di queste foto è raccontata qui: https://www.randstad1969.com/). Dopo lunghe ricerche, partite dal foglio di un giornale in cui erano avvolte le pellicole, il Randstad del 31 gennaio 1969, si è arrivati a scoprire l’autore degli scatti, il fotografo dilettante olandese Otto Verkuyl.

Ora sappiamo chi ha scelto queste suggestive inquadrature e ha scattato, ma senza svilupparle, queste foto in bianco e nero. Conosciamo appunto l’autore di queste foto. Il punto è proprio questo, perché siamo così interessati all’autore di queste foto? Sappiamo che le ha scattate Otto Verkuyl (che compare, almeno nelle foto che sono giunte fino a noi, soltanto una volta, e in modo molto poco visibile), eppure, è così importante saperlo? Immaginiamo che, al contrario, le foto le avesse scattate qualcun altro, di cui si fossero poi perse del tutto le tracce. Sarebbe cambiato qualcosa? Che cosa lega queste immagini al nome – che per noi non è altro che un nome, e qualche brandello minimo di biografia – di colui che le ha scattate? Che cosa aggiunge alla potenza di queste immagini il conoscere il nome ed il cognome di colui che le ha scattate?

Prendiamo questa casa in un paesaggio invernale. Il bianco del cielo che fa tutt’uno con il bianco del prato innevato, la incornicia creando un effetto di isolamento e mistero, come di un un’isola circondata dal mare. Un senso di silenzio e solitudine prende chi osservi questa casetta con il tetto imbiancato. Non ci sono umani né altre presenze, anche gli alberelli del giardino sembrano solidificati, sopraffatti dal bianco totalizzante della neve. Questa foto, come le altre, l’ha scattata un uomo di cui non sappiamo niente, Otto Verkuyl. Come collegare questo potentissimo bianco e nero al nome di quest’uomo? Quale filo unisce una biografia all’immagine che da quella perduta biografia è derivata? Ma siamo così sicuri che questo filo esista?

Il caso di queste foto perdute e ritrovate diventa un caso esemplare per provare a ripensare la nostra ossessione per l’autore, il nostro bisogno di attribuire un’opera ad un nome, al suo autore, appunto. Come se in questa connessione potessimo scoprire il segreto dell’immagine, un segreto che diventerebbe improvvisamente evidente se riuscissimo a ritrovare in quella biografia la ragione di quell’immagine. Non si tratta soltanto dell’antica idea di cercare l’autore nell’opera, come se questa non fosse altro, in fondo, che una manifestazione, quasi un sintomo, della psicologia dell’autore. Qui c’è in ballo qualcosa di più forte. C’è l’idea che quello che conta sia, in ogni caso, l’autore, perché è l’autore che, come si dice, ‘crea’ l’opera d’arte. Ma così finiamo per dimenticare di vedere l’altrettanto cosiddetta ‘opera’ d’arte. Mentre l’unico oggetto con cui abbiamo a che fare, l’abbia o no fatta Otto Verkuyl, è una meravigliosa immagine in bianco e nero. Ecco, a noi interessa l’immagine, interessa il gioco del bianco e del nero, la luce e l’ombra, la composizione e la domanda su quello che non possiamo vedere sul retro della casa. Interessa il mistero di questa casa.

Eppure la prima domanda che ci viene di fare, quando scopriamo questa storia, è sempre la stessa: chi le ha scattate? L’autore, appunto. Non ci interessa il mondo, tantomeno il mondo visibile, ci interessa il nostro modo di vedere il mondo, ci interessa il nostro sguardo, non quello che quello stesso sguardo vede del mondo. Ci interessano gli occhi, non quello che gli occhi vedono. Eppure queste immagini, purché ci si lasci toccare dalla loro silenziosa invadenza bucano il nostro sguardo, ci tirano fuori di noi, ci gettano, appunto, là fuori nel mondo. Per questo, in fondo, non è così importante sapere se le abbia o no scattate Otto Verkuyl. Forse per questo ci interessa invece l’autore, perché in questo modo possiamo evitare di guardare là fuori, là fuori dove c’è il mondo, infinitamente paziente e cocciuto. E a noi non interessa il mondo, perché ci spaventa, perché il mondo non sa che farsene di noi, e ancora meno del nostro sguardo sul mondo. Certo, queste sono comunque immagini, non sono il ‘vero’ mondo, e tuttavia sono immagini così oggettive che rendono del tutto  superflua la nostra preoccupazione per il suo (eventuale) autore. Certo, ci dev’essere stato qualcuno che ha scattato queste immagini, e tuttavia proprio il caso di queste stesse immagini rende manifesto che dietro il mirino della macchina fotografica in realtà non c’è mai un occhio umano, ma piuttosto il mondo stesso che si riprende attraverso l’occhio di un essere umano. Il mondo si guarda, per dir così, attraverso i ‘nostri’ occhi. È il mondo, che guarda sé stesso in queste fotografie.

Che sia il mondo, che si guarda attraverso queste immagini, è evidente dal modo in cui tratta il soggetto umano, che è umano proprio perché al contrario pensa di essere il soggetto principale di ogni sguardo. Nella foto qui sopra il mondo è attratto dal frontale cromato dell’automobile che occupa il centro dell’inquadratura. Gli esseri umani sono solo delle sagome scure, figurine verticali che servono a spezzare l’altrimenti troppo piatta linea dell’orizzonte. Come se l’ombra scura del terreno volesse incunearsi nel bianco compatto e luminescente del cielo. Come nella foto della casa nel paesaggio innevato al centro c’è un mistero, lì una casa qui una berlina luccicante con le portiere spalancate. Il mondo che si incuriosisce per il suo stesso mistero. Ma a noi, invece, interessa l’autore, non il mondo.

Come in quest’ultima, mervigliosa, immagine, dove i bambini accendono di luce un paesaggio altrimenti schiacciato da un cielo grigio, incombente, e da un prato uniforme, che si estende piatto e triste davanti a noi. I bambini giocano, la vita è più forte di tutto, come sempre. Ci voleva lo sguardo inumano del mondo, per accorgersene. Ci voleva, appunto, uno sguardo così oggettivo da permettersi di lasciarsi sorprendere dalla meraviglia del mondo. Si tratta però di uno sguardo umano, si dirà, lo sguardo terribile e preciso di Otto Verkuyl; è vero. Eppure sentiamo che la potenza di questo sguardo non sta nel suo autore, o meglio, ci sta ma solo perché si tratta di uno sguardo che ha rinunciato alla sua potenza di vedere, alla potenza di essere un soggetto che guarda e ‘crea’ un’opera d’arte. Capiamo perché, allora, l’autore perfetto è chi rinuncia ad essere un autore. Forse è per questo che Otto Verkuyl non ha stampato queste bellissime immagini, perché non voleva prendere il posto del mondo. Si stampano le foto per gli esseri umani. Il mondo non ha bisogno delle immagini del mondo. Perché il mondo non ha mai smesso di vedere questi bambini su un’altalena in un prato sperduto. L’artista perfetto è chi rinuncia ad esserlo. Chi lascia tutta la gloria al mondo.

English
Go toTop