La casa di Luigi Serafini

05/12/2023

Domani alle 16.30, al Museo di Roma in Trastevere, si terrà l’ultimo dei cinque incontri del ciclo Manganelli con artisti. Luigi Serafini, che Manganelli tentò a suo tempo di coinvolgere in un non-nato fumetto noir ed è il più giovane fra gli undici artisti legati appunto al Manga, in quanto tale presenti nella mostra Illustrazioni per libri inesistenti. Artisti con Manganelli curata da Andrea Cortellessa (e visitabile sino al 7 gennaio), incontrerà il pubblico in compagnia di due suoi giovani cultori, Miriam Carcione e Giorgio Villani. Di Villani si propone la prima parte di un ampio saggio da poco uscito sulla rediviva, gloriosa rivista «FMR»: che è, in sostanza, un vivace baedeker alla casa-museo-opera dell’artista, sita in pieno centro a Roma (a un passo dal Pantheon) e oggetto in questi mesi di una complessa vicenda proprietaria che ha destato un’imprevedibilmente accesa campagna stampa. Alla quale volentieri, così, «Antinomie» prende parte.

Il palazzo è antico. Le colonne della corte fanno pensare ad un chiostro quattrocentesco, successivamente riassorbito in una struttura più vasta, secondo un uso in passato molto diffuso a Roma. La scala non è vasta. L’appartamento di Serafini è situato ad un piano alto, dove anche i palazzi più austeri smorzano almeno un po’ della loro solennità, ed ha un carattere intimo, raccolto. È una casa, ma è anche uno studiolo e un laboratorio. Con qualcosa forse di alchemico, giacché la sua poetica, s’è detto, ha a che fare con la metamorfosi: con l’inganno dell’occhio, certo, ma anche del tatto.

L’ingresso, più lungo che largo, riceva dalla finestra laterale, volta settentrione, una luce morbida e diffusa. Quando i faretti che illuminano le opere vengono accesi, lo spazio acquista una tonalità come d’acquario. Le pareti sono rosse, con addossate alcune teche, le cui basi lignee, ideate dallo stesso artista, hanno quel misto di limpida geometria e di cifrario esoterico familiare ai lettori del Codex. L’ambiente somiglia ad un piccolo cabinet des merveilles in cui l’arte di Serafini, prima di sdipanarsi nei vari ambienti, in festosa proliferazione, su sedie, appliques, pannelli, sovrapporte, si mostra irretita, trafitta quasi dallo spillo della luce, sopra i bizzarri tavolini e dentro le bacheche, come farfalla d’una collezione d’entomologia.

Lo sguardo vaga. Un disegno mostra una lunga teoria di sassi, sassini e sassetti che sfilano sopra un grande acquedotto in pietra, tracciato nella maniera limpida e tersa dei prospetti architettonici. I sassi sebbene siano sassi, hanno qualcosa di mollemente geometrico che li fa somigliare alle gocce di rugiada sugli steli dell’erba; anche i blocchi delle arcate, sebbene siano inequivocabilmente blocchi, offrono ad un pesce l’occasione di saltarvi dentro come se si trattasse di una pozza. A ben vedere, è come se l’acquedotto, a forza di incanalarla e di trasportarla, abbia finito col farsi egli stesso, almeno in parte, acqua. 

Ci voltiamo ancora. Sopra un tavolo di quelli a bandelle giace una donna-carota. Sembra anch’essa partecipare di due nature: l’una vegetale e l’altra umana, al modo della mandragora. Ma è insieme una Persefone, sia perché le sue mani, dalle quali sbucano i due ortaggi, alludono ad una non so quale influenza sulla fecondità dei raccolti, sia perché, in quanto donna-carota, il suo busto luminoso affonda per metà nel fondo ctonio e uliginoso della terra. A lato, una piccola teca contiene, invece, un leone accovacciato. Il suo corpo ha preso, quasi per osmosi con le rocce del paesaggio, qualcosa di pietroso. Ma non è soltanto il torso. È anche la sua criniera, che non esiste più, ad aver subito una sorta di traslato; e se una volta richiamava solo metaforicamente la fiamma, adesso ne è parte: il tronco del leone finisce, infatti, nelle braci d’un fuoco, che può accendersi tramite un bottone e dare uno sbuffo di fumo, con un effetto che ricorda i vecchi teatri delle marionette.

Più volte sono entrato nella casa di Luigi Serafini e più volte l’ho trovata mutata, senza che riuscissi bene a dire in che cosa, un po’ come accade nel contemplare le figure anamorfiche, sebbene qui non sia l’occhio dell’osservatore a spostarsi, ma gli oggetti stessi. Al pari di quei trastulli matematici di santi che, all’avvicinarsi, trasvolano in limpidi paesaggi agresti (come se ne vedono nel chiostro di Trinità dei Monti), di quei teschi che si manifestano sotto il fasto di principi e di ambasciatori, le invenzioni di questo artista rivelano come un’immagine compiuta non sia che il germe d’altre immagini possibili. Tutti questi oggetti, pur mutando di posto, continuano, infatti, a richiamarsi, stabilendo fra loro nuove gerarchie e allusioni, quasi che un motivo, qui appena abbozzato, debba attendere di raggiungere la propria fioritura nella statua che ha accanto o nel disegno che si trova di fronte.

Capita così che questo, sebbene possa apparire il più rigido degli ambienti, giacché le opere vi appaiono isolate sul rosso sfondo delle pareti, sia in realtà mobilissimo. Un ultimo sguardo va ad una scultura che raffigura un gomitolo che gioca a calcio con un altro gomitolo. […]

Il seguito di questo saggio, col titolo di Domus Seraphiniana e accompagnato dalle splendide foto di Massimo Listri, si può leggere sul numero 6 di «FMR» (solstizio d’estate 2023), la rivista dell’editore Franco Maria Ricci, lo stesso che nel 1981 pubblicò per la prima volta il Codex Seraphinianus. Oggi, tuttavia, una prosa come questa rischia di restare una fra le poche testimonianze di qualcosa di prossimo a sparire. I proprietari hanno, infatti, reclamato l’appartamento per mutarlo in qualcosa di ben diverso da una casa d’artista… Tra Serafini e la proprietà (Sovrano Militare Ordine di Malta) è in corso un braccio di ferro dal 2021, per il rinnovo del contratto. Eppure, lo studio negli anni si è trasformato, da semplice appartamento, in un’Opera d’Arte Totale (Gesamtkunstwerk), visitato da premi Nobel come da studenti, e ripetutamente dichiarato unico nel suo genere da persone al più svariato titolo su tutti i media. Come tale, perciò, è auspicabile che possa venire conservato invece che regredire all’anonimato d’un semplice immobile collocato in una delle piazze più centrali di Roma. Così si spera. Ma al momento è in atto, purtroppo, una procedura di sfratto.

Giorgio Villani

ha studiato fra Bonn, Firenze e Parigi. S’è interessato ai legami fra le arti e alla storia del gusto, argomento al quale ha dedicato un libro, “Il convitato di pietra. Apoteosi e tramonto della linea curva nel Settecento” (Olschki 2016). Suoi interventi sono apparsi su “Paragone”, “alfabeta2”, “doppiozero”, “Rivista di letterature Moderne e Comparate” e “Antologia Vieusseux”. Ha inoltre collaborato alla Storia della letteratura italiana “Liberi di interpretare” (di Luperini, Cataldi, Marchiani e Marchese) e curato la traduzione e la ristampa di testi italiani e francesi dell’Ottocento. Per Olschki ha anche pubblicato “Un atlante della cultura europea. Vittorio Pica, il metodo e le fonti” (2018). Collabora regolarmente da molti anni con “Alias”.

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