Il corpo espanso

01/12/2023

Nella mitologia greca, la chimera è un mostro con testa e corpo di leone, una seconda testa di capra sulla schiena e una coda di serpente fornita anch’essa di testa, raffigurata spesso nell’arte antica in atto di vomitare fuoco. Questa creatura viene generalmente considerata come un’incarnazione di forze fisiche distruttrici. Tuttavia, nel corso dei secoli questo termine assume accezioni differenti, andando a indicare, per esempio, un genere di pesci cartilaginei, un individuo le cui cellule derivano da due diverse uova fecondate o una creatura vegetale costituita da caratteri specifici diversi, derivanti dalla saldatura delle due parti concrescenti nell’innesto. La chimera, pertanto, appare per sua stessa natura come un essere ibrido, altro e sfuggente. Non a caso, nel linguaggio comune, questa viene spesso utilizzata come sinonimo di un’idea priva di fondamento, di un sogno vano. Ma l’utopia, dopo tutto, potrebbe essere solo un punto di partenza per generare cambiamento.

In Chimera. Il corpo espanso. Per una nuova ecosofia dell’arte, Marco Mancuso si propone di indagare la complessità della relazione tra scienza, tecnologia e produzione artistica, soffermandosi in maniera puntuale su concetti e neologismi spesso difficili da afferrare come postumanesimo, transumanesimo, intra-azione o agentività. In che modo, dunque, l’arte potrebbe rimettere in discussione i limiti e le potenzialità dell’essere umano? E in che modo queste opere potrebbero condizionare il nostro approccio all’innovazione e alla diversità? Ne abbiamo parlato con l’autore.

JACOPO DE BLASIO: Partendo dal titolo del libro, Chimera. Il corpo espanso. Per una nuova ecosofia dell’arte, credi che per comprendere il futuro prossimo dell’innovazione tecnologica sia necessario ripartire dalla propria corporalità? E pensi che il corpo espanso rappresenti un’utopica chimera?

MARCO MANCUSO: La Chimera che da il titolo al mio libro, prende vita da una ricerca lunga quasi tre anni da cui emerge un discorso rigoroso da un punto di vista metodologico, teso a fare un po’ di ordine nelle molte derive teoriche-progettuali che hanno studiato – per lo meno dalla Seconda Rivoluzione Industriale ad oggi – il rapporto tra corpo umano e tecnoscienza negli ambiti dell’arte, del design, della filosofia e della sociologia della scienza. Dall’intersezione di questi ambiti disciplinari, il Corpo Espanso è quindi tratteggiato come un costrutto naturale e artificiale che gode di capacità fisiche, percettive e cognitive estese grazie all’azione integrata delle biotecnologie, delle neuroscienze, delle IA e del bodyhacking. Il Corpo Espanso è in grado di attivare un rapporto etico e non-gerarchico dell’essere umano con le altre specie umane e non-umane, viventi e non-viventi che lo circondano, ripensando la sua posizione nel grande quadro dell’esistenza collettiva e costringendo la nostra società a interrogarsi sulla possibilità di immaginare nuove co-relazioni con l’ambiente. Il Corpo Espanso non è quindi una fantasia teorica, una speculazione della fantascienza. Esiste, se ne possono individuare caratteristiche e metodologie di azione, ed è parte delle ricerche, delle visioni e delle narrazioni di una serie di artisti e designer che incoraggiano pratiche che contribuiscono ad esplorare processi di trasformazione, ibridazione, corrispondenza con l’elemento “altro”, con il “diverso”, per una reale promessa di molteplicità bio-tecno-queer. Alla luce di tutto questo, come si fa a non rendersi conto che sì, per comprendere il futuro prossimo dell’innovazione tecnoscientifica e il suo impatto sulle nostre vite, sia necessario ripartire dalla nostra corporalità. A patto di considerarla come parte di un sistema collettivo di esseri viventi e non-viventi, umani e non-umani, che necessita la riformulazione di nuovi equilibri etici e politici.

Lucy McRae, Make Your Maker, 2013

JDB: Come riporti nel testo, Helen Hester – una delle fondatrici di Laboria Cuboniks autore del Manifesto Xenofemminista – afferma che “Il nostro destino è legato alla tecnoscienza, dove nulla è tanto sacro da non poter essere riprogettato e trasformato in modo da allargare la nostra prospettiva di libertà”. Quali credi siano gli ultimi taboo rimasti da sfatare nella complessa relazione tra la nostra quotidianità e la tecnologia?

MM: Occupandomi di temi legati al rapporto tra arte e tecnoscienza da ormai più di vent’anni, ciò che alcuni artisti, teorici e studiosi, hanno sempre evidenziato è la profonda consapevolezza che quel sistema di “feedback” composto da ricerca scientifica e applicazione tecnologica che chiamiamo genericamente “innovazione”, ha uno rapporto intrinseco e inseparabile con un corrispondente sistema di “osservazione” e studio del rapporto natura-cultura del mondo che abitiamo. E’ piuttosto evidente che la brusca accelerazione nei campi delle tecnologie informatiche e di rete da un lato, che ha accompagnato quello nei settori delle neuroscienze e dello biotecnologie dall’altro, stia comportando una trasformazione radicale di quei baluardi “razionali” del pensiero che credevamo immutabili, strettamente legati a idee di progressione lineare, previsione e controllo. Semplicemente, ci stiamo rendendo conto, che l’elemento non-umano circostante, tecnologico e naturale al contempo, nonostante i nostri sforzi, non è del tutto comprensibile, intellegibile, prevedibile e circostanziabile. A maggior ragione, nel momento in cui coinvolge il dialogo con i nostri corpi espansi in termini fisici, sensoriali e cognitivi, ma anche, di conseguenza, la nostra dimensione identitaria, il rapporto con l’”altro”, la dimensione etico-politica della nostra presenza estesa su scala planetaria. I principali taboo della società nei prossimi decenni saranno strettamente correlati all’evoluzione di questa dimensione corporea e sociale al contempo, in termini di rivalutazione dei diritti del “diverso”, di accettazione di una radicale fludità di genere, di discussione etica di una dimensione bilogica ibrida, di riconfigurazione delle istanze di controllo biopolitico, di inclusività e di co-relazione tra forme differenti di intelligenza cognitiva naturale e artificiale. Ciò che non possiamo sapere è se questi taboo verranno realmente sfatati o se la loro inevitabile messa in discussione comporterà un crescente rigurgito di controllo tecno-capitalista. Staremo a vedere, diciamo che si prospettano tempi sicuramente interessanti.

Marco Donnarumma, Eingeweide, a production in collaboration with Margherita Pevere, photo by Manuel Vason

JDB: Molti dei nomi da te citati adottano un approccio DIY. Credi che prendere le distanze da organi istituzionali e aziende multinazionali possa rappresentare un mezzo per scongiurare una deriva classista ed elitaria dell’innovazione tecnologica?

MM: Sì la maggior parte degli artisti e dei designer citati all’interno del libro, nonché la totalità di coloro con cui mi sono confrontato e il cui pensiero è riportato a più riprese e agisce da controcanto ai miei equilibrismi teorici (Heather Dewey-Hagborg, Sputniko!, Marco Donnarumma, Margerita Pevere, Neil Harbisson e Anouk Wipprecht), sono soggetti da sempre fedeli a un certo tipo di cultura open, free e DIY che caratterizza dai primi anni Novanta le azioni e le istanze delle controculture legate a un utilizzo radicale e non-conforme delle applicazioni hardware e software, così come della ricerca scientifica. La sovrapposizione delle istanze dell’hacking radicale dal campo dell’informatica a quello della biologia, sono note da tempo e portano con sé una ricca storia di esempi ed esperienze che hanno ormai valicato gli stretti confini della controcultura per incamminarsi lungo i sentieri spesso tortuosi della cultura istituzionale e mainstream. Senza voler fare qui esercizio di citazionismo, le cui possibili reference si trovano già in abbondanza all’interno del mio libro, le prassi teoriche e progettuali degli artisti con cui sono entrato in dialogo – nonché di quei centri di ricerca e produzione, noti come media lab, che avevo già in parte raccontato nel mio primo libro Arte, Tecnologia e Scienza (Mimesis, 2018) – prendono spesso le distanze da un utilizzo corporativo e istituzionale della tecnoscienza, per affidarsi a una dinamica di utilizzo maggiormente autoriale, condivisa e aperta, libera dalle restrizioni delle architetture informazionali chiuse e dai dogmi brevettuali dei laboratori ufficiali. Ciò che ho evidenziato è che, parallelamente a questo propensione anti-corporativa e contro-culturale, la volontà di lavorare a stretto contatto con il corpo umano e studiare la riconfigurazione di nuove modalità di rapporto non-gerarchico con l’ambiente circostante, comporta un atteggiamento paradossalmente più libero e meno dogmatico a una proposta di cambiamento etico-politico in grado di coinvolgere in modo inclusivo sia i reami della cultura “alta”, istituzionale e accademica, che quelli della cultura “bassa”, indipendente e anticorporativa. Penso che questa forma di dialogo e di condivisione, profonda e antidisciplinare, sia la vera e unica possibilità per scongiurare derive classiste ed elitarie, da entrambe le direzioni, che hanno inevitabilmente infettato la maggior parte delle utopie tecnoscientifiche degli ultimi decenni: da internet alle blockchain, dal open science all’Intelligenza Artificiale, dalla realtà virtuale al metaverso.  

Zach Blas, 576 Tears, 2022

JDB: In 576 Tears di Zach Blas si parla di un immaginario dio computazionale che invita gli utenti a confessare le proprie emozioni davanti alla webcam, in modo tale da poter imparare a piangere come gli esseri umani, empatizzando con loro. Credi che l’interferenza sempre più ingente della tecnologia nella nostra quotidianità possa portare alla sua divinizzazione?

MM: I riferimenti tra religione, mito e tecnocultura di un artista unico nel panorama internazionale come Zach Blas sono molteplici, non solo nell’opera 576 Tears ma in tutta la sua produzione. Se penso quindi non solo all’opera qui citata, ma anche a lavori come The Doors o Contra-Internet e l’ultimo Cultus, quella che viene descritta è una società di un futuro ormai presente in cui la dimensione tecnologica è così profondamente presente nelle nostre, che ad essa deleghiamo fette crescenti di ciò che siamo, di come ci comportiamo e delle decisioni che prendiamo, di quello a cui crediamo, di come ci rappresentiamo, assurgendo inevitabilmente a una dimensione divina verso la quale l’essere umano si rivolge con crescente atteggiamento fideistico. Ancor di più, nel momento in cui quella promessa mitica di una forma di intelligenza autocratica, infallibile e amorevole verso il suo creatore – quella descritta nella poesia “All Watched Over by Machines of Loving Grace” di Richard Brautigan, scritta nel 1967, nel pieno dell’epoca controculturale californiana lisergica e tecno-ottimista che ha dato i natali alle derive singolariste e nootropiche della Silicon Valley, ben raccontate da Zach Blas nei suoi lavori – si para davanti ai nostri occhi, non è difficile immaginarne la crescente divinizzazione. Se oltre a tutto questo aggiungiamo la definitiva promessa transumanista del progresso tecnoscientifico, la sua indefessa ricerca verso quella deriva trasformativa dell’essere umano in un’entità divina e superiore, in grado di controllare e modellare il concetto di vità a suo piacimento, mi sembra evidente che le derive – occulte o meno, non fa grande differenza al di là dell’hype che possono creare – del pensiero tecnomagico, la diffusione di correnti di pensiero come il lungotermismo o l’estropianesimo, saranno sempre più presenti nella nostra società. Intendiamoci, per alcuni tutto questo non è niente di nuovo, sono aspetti del pensiero tecno-millenarista che già si conoscono ampiamente e su cui sono stati scritte pagine e pagine. Ciò che è per me sorprendente, è però ancora una volta, come gli ambiti della cultura contemporanea sembrano a volte “ignorarsi” vicendevolmente. L’istanza originale di “Chimera” nasce esattamente da qui: ascoltare la voce degli artisti e dei designer in modo sistemico e individuare quei ponti di dialogo e condivisione che la loro pratica tra corpo e contesto (sociale, naturale, relazionale) lancia verso i mondi della filosofia, della teoria critica, dell’ICT e degli studi sociali della scienza. La ricerca artistica di Zach Blas, la sua prassi, il suo pensiero, la sua estetica, la sua ricerca teorico-pratica, sono sicuramente un esempio di tutto ciò.

Manel De Aguas, Biohackinfo, 2022

JDB: Pensi che il sistema dell’arte appaia spesso meno incline al dialogo e alla contaminazione con altre discipline rispetto, ad esempio, al mondo scientifico?

MM: Beh sicuramente dovremmo prima cercare di definire i contorni di un immaginario culturale comune che ci aiuti a definire cosa si intende per “sistema dell’arte”. E non è questa la sede per farlo, fosse solo per motivi di invasione dello spazio editoriale e abuso del tempo del lettore. Ciò che è però fuori di discussione è che gli ambiti della cosiddetta “arte digitale” – definizione abominevole, ma ahimè in grande spolvero, che riduce la fertile ricerca artistica nei territori dei media e della tecnoscienza al puro contesto tecnocratico “digitale” – sono in dialogo con il mondo scientifico da molto più tempo e con modalità molto più nutrienti del volgare modello di sussunzione culturale dell’arte contemporanea mainstream e istituzionale. A discapito di esperienze singole ovviamente, legate più alla visione di soggetti e organizzazioni, e con le dovute eccezioni, sia in ambito nazionale sia internazionale. Al contempo, è pur vero che finalmente qualcosa, da qualche anno, si muove e la crescente attenzione al dialogo arte-scienza è testimoniata dal pullulare di convegni, mostre, pubblicazioni, premi, residenze. I motivi sono diversi: in parte derivanti dalle potenzialità economiche dei sistemi di rete distribuiti, dalle estetiche conseguenti alla potenza di calcolo delle IA, dalla fascinazione derivanti dall’osservazione della natura su scale mai sperimentate prima, in parte però come riflesso di un fenomeno culturale che reputo ormai inarrestabile. Di quella crescente consapevolezza cioè, della società contemporanea, che l’ambiente nel quale viviamo debba essere percepito necessariamente in misura ontologica come un ecosistema che necessità di nuove forme di equilibrio tra essere umano, natura e macchine. Tra elemento organico e artificiale. Tra componente vivente e non-vivente. Io non penso che il sistema dell’arte sia, per sua natura, in grado di trainare un possibile cambiamento di prospettiva, così come non lo è probabilmente nessun sistema socio-culturale-economico-politico creato dalla società antropocentrica: credo molto però nella auto-determinazione del singolo e nella sua capacità di innescare una graduale trasformazione di pensiero, soprattutto quando questo elemento diventa una molecola fatta di soggetti, intenzioni e rappresentazioni.

Hather Dewey-Hagborg, Stranger Visions, on display at Artefact, photo by Carolien Coenen, 2015

JDB: Credi che la dimensione performativa rappresenti la forma più congeniale all’espressione artistica del corpo espanso?

MM: Sicuramente molte delle pratiche artistiche legate al Corpo Espanso dalla tecnoscienza nel rapporto con l’ambiente circostante, prendono forma attorno alle dimensione performativa. Ne sono testimonianza Marco Donnarumma e Margherita Pevere, ma anche Heather-Dewey Hagborg e Sputniko!, così come Neil Harbisson e Anouk Wipprecht che portano avanti da anni una ricerca che trova nella specificità dell’embodiment tipico delle arti performative la sua chiave più efficace e spettacolare di indagine del contemporaneo. Al contempo, le possibilità espressive dell’arte contemporanea anche solo nell’uso di componenti software avanzate, senza quindi un’indagine strettamente “incorporata”, consente un’altrettanto efficace sperimentazione sul corpo espanso e le sue caratteristiche in termini formali, etici e relazionali. In “Chimera” sono riportate entrambe queste linee di azione degli artisti, senza suggerire separazioni di merito. Certo, pur cercando di fare bene il mio mestiere di critico e studioso, penso che la mia affezione e il mio interesse siano comunque evidenti.

Sputniko!, Menstruation Machine, Takashi’s Take, 2010

JDB: Nel libro si incontrano numerosi neologismi, spesso necessari per descrivere o categorizzare fenomeni a volte sfuggenti. Credi che termini come postumano o transumano siano ancora calzanti per definire questa inedita corporalità ibrida?

MM: Termini come transumano e postumano appartengono fortemente all’immaginario e al lessico comune, nel rapporto tra corpo, tecnoscienza e ambiente. Azzerderei a dire che sono termini quantomeno sdoganati, non solo tra gli addetti ai lavori ma in una fetta ampia della società civile. Una delle principali distinzioni tra transumanisti e postumanisti risiede nel modo in cui viene interpretato lo strumento tecnologico e che tipo di relazione intesse con il corpo umano. Per i primi la technè è un elemento esterno, di supporto al corpo, che non contamina la purezza dell’essere umano, ma che adotta dinamiche potenziative trans-umane delle sue capacità. Per i secondi invece la stessa è infiltrativa, invasiva, penetra il corpo e lo contamina. Lo rende spurio, ibrido, brulicante di alterità. Nel Transumanesimo il concetto umanista di purezza del corpo e superiorità rispetto al contesto, è esasperato fino a una chiusura, una difesa rispetto all’esterno e al diverso, visto come elemento pericoloso e contaminante, su cui prevalere o da cui difendersi. Questo atteggiamento si è dimostrato, a più riprese, essere uno dei maggiori ostacoli alla comprensione della contemporaneità (crisi ecologica, diversità di genere, processi identitari, relazioni inter-specie) ed è abbandonato dal Postumanesimo in favore di una visione ibrida del corpo, umido nel suo divenire simulacro di carne, circuiti e alterità biologica, aperto all’accoglienza di elementi diversi. Il corpo umano non è una struttura auto-riferita, protetta da una corazza tecnologica, resa immortale dalla ricerca tecno-scientifica, quanto piuttosto un’interfaccia. Non è una armatura ma un “ibrido in cui l’umano è strettamente accoppiato con macchine intelligenti di diversa natura”, come ricorda Katherine Hayles. È evidente quindi che la grande questione della contaminazione dell’essere umano con gli elementi della tecnoscienza si snoda e si riannoda lungo le due traiettorie del Transumanesimo e del Postumanesimo. Sebbene i confini tra esse siano spesso labili, la posizione che adotta il libro “Chimera” è radicalmente più vicina alla seconda. E per quanto il pensiero filosofico-artistico stia oggi cercando nuovi linguaggi e nuove forme di rappresentazione che consentano di evolvere ulteriormente dalla teoria strettamente postumana, direi che la nuova corporalità ibrida è in essa che trova la sua culla.

Oskar Schlemmer, Triadic Ballet, 1922

JDB: Per concludere, tu definisci “Il Corpo Espanso, come un soggetto-oggetto distribuito, che abbraccia tutto ciò che è contraddittorio e trasformativo, al di là di un concetto misurabile e percepibile di spaziotempo”. È quindi la contraddizione lo zeitgeist della contemporaneità?

MM: Secondo me e secondo gli artisti raccontati all’interno di “Chimera”, direi che la risposta è sì. Senza dubbio. Personalmente, mi discosto d’istinto dal pensiero polarizzato, determinista e assolutista. Se mi guardo indietro, per quella che è la mia storia, personale e professionale, l’ho sempre fatto. E forse per questo, trovo affinità con la ricerca interdisciplinare descritta all’interno del libro, che abbraccia la decostruzione dei binarismi e sposa un atteggiamento che vede nella contraddizione un elemento di valore. Da lasciare libero, da non contenere. In grado, per sua stessa natura, di raccontare al meglio l’evidente complessità dell’epoca nel quale viviamo, caratterizzata da una sempre più profonda integrazione tra l’elemento biologico, naturale e quello tecnologico, artificiale. Considero quindi piuttosto miope l’utopia tecno-capitalista e bio-politica di controllare, misurare, definire, racchiudere la complessità delle cose del mondo in categorie predefinite di pensiero e di codice. Al contempo, è evidente che l’enorme impatto che promette di avere lo sviluppo tecnoscientifico nei prossimi anni sulle nostre vite, sulla società e sul pianeta richiede un delicato processo di ridefinizione dei codici sociali, politici, etici e informatici che caratterizzano il rapporto tra essere umano ed entità non-umane. Il Corpo Espanso suggerisce delle possibili modalità di azione e riflessione, ponendo il discorso artistico in dialogo reale con gli ambiti della cultura, del pensiero e della ricerca.  

Marco Mancuso
Chimera. Il corpo espanso. Per una nuova ecosofia dell’arte
Mimesis, 2023
300 pp., 22 €

Jacopo De Blasio

(Roma, 1993) si è laureato con lode in storia dell'arte all'Università “La Sapienza” di Roma, attualmente assistente bibliotecario presso il MAXXI di Roma. È stato collaboratore dell’artista Maria Dompè e mediatore culturale presso il Palazzo delle Esposizioni. Curatore indipendente, si occupa prevalentemente del rapporto tra arte contemporanea e società.

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