Io sono di pietra – dice la pietra

29/11/2023

Histoires de pierres, curata da Jean de Loisy e Sam Stourdzé a Villa Medici – Accademia di Francia a Roma (visitabile fino al 14 gennaio 2024), raccoglie oltre 200 opere: dal più antico minerale terrestre, che risale a 4,4 miliardi di anni fino all’ultimo minerale creato, la Sentimentite, dell’artista contemporanea Agnieszka Kurant. Pubblichiamo qui la versione italiana ed espansa del contributo di Riccardo Venturi al catalogo.

Larry, un uomo sulla trentina, vive su un’isola (forse le Galapagos), all’interno di una “capanna di tavole di cedro su una scogliera”, solo con una pietra che tiene su una mensola, “protetta da un brandello di pelle grezza, come un canarino addormentato sotto la sua coperta”[1]. Ogni giorno, e per diverse volte al giorno, tiene delle lezioni di lingua alla pietra. Non è chiaro se prova a insegnarle a parlare una lingua o a pronunciare giusto qualche parola. Annie Dillard, la scrittrice americana autrice di questo racconto (Teaching a Stone to Talk, 1982) resta discreta riguardo a tale impresa e al suo fautore, al punto che di Larry non sappiamo neanche se si tratti di un lui o di una lei. Di certo non si tratta di disegnare una bocca sulla superficie pietrosa o di fenderla fornendola della cavità orale attraverso cui possa esprimersi. Ammesso che la pietra abbia qualcosa da dire e abbia voglia di comunicarlo agli umani. E non si tratta nemmeno di lasciar parlare le pietre tra loro come s’illude il collezionista di minerali quando ne accosta una all’altra, secondo un’intuizione di André Breton a proposito di quella che chiama “mineralogia visionaria”[2].

Se non conosciamo il contenuto delle lezioni, sappiamo però che l’unico allievo cui sono indirizzate è un ciottolo di spiaggia, “ovale, grande quanto il palmo di una mano, il suo grigio scuro è striato da una banda bianca che corre tutt’intorno e, probabilmente, attraverso”[3]. Non è chiaro se si tratta di un ciottolo qualsiasi o di un ciottolo dotato di particolari poteri, con una sua individualità, di certo è una pierre à souhaits, dove il desiderio, tutto umano, è di farla parlare.

Collection Caillois, Agate, Rio Grande do Sul, Brasile © MNHN / photo François Farges

“Io sono una pietra. Lo ripeto: una pietra. So che non potete capirmi”[4]: è l’incipit di Essere pietra di Italo Calvino, che insiste: “Sono una pietra tra le altre pietre in un mondo di pietre, dove non esistono che pietre, blocchi e spezzoni e schegge e megaliti e dolmen”. Il breve contributo dedicato ai dipinti della prima metà degli anni Trenta di Alberto Magnelli è datato 1981, lo stesso periodo in cui Dillard, dall’altra parte dell’Atlantico, immagina una versione geologica del video di John Baldessari dove insegna l’alfabeto a una pianta. Con la differenza, di non poco conto, che Calvino non esita a far parlare la pietra allo stesso modo in cui, già nelle Cosmicomiche, aveva dato voce ad animali estinti come i dinosauri, ai primi vertebrati e ai molluschi, alle nebulose e alle galassie. Che il suo slancio sia troppo ottimistico? che il processo di soggettivazione del geologico, l’essere pietra, non sia così semplice?[5]

Torniamo negli Stati Uniti. Sempre nel 1981 la scrittrice di fantascienza Ursula Le Guin pubblica Marrow, una poesia che sembra allacciarsi ai tentativi di Larry, non sappiamo quanto coronati di successo, accennati da Dillard[6]. La pietra essere di linguaggio? Sì, ma questa volta la parola è contenuta al suo interno, come un fossile o il paesaggio di una pietra paesina. “There was a word inside a stone”… c’era una volta una parola che non ne voleva sapere di uscire dalla pietra o di essere liberata come presume l’essere umano. A forza di colpi di scalpello la pietra comincia a sanguinare fino a quando Le Guin la getta sulla strada. Solo una volta al sicuro, tornata pietra tra le pietre, tornata una pietra qualunque, la parola prorompe all’orecchio umano come un fulmine che squarcia il cielo. Quale parola non ci è dato saperlo, ma così fragorosa da trovare eco nel midollo osseo dell’autrice, da ricordargli la sua e la nostra natura geologica.

Perché, come scriveva il chimico russo Vladimir Vernadsky, “noi siamo minerali che parlano e camminano”[7], se pensiamo all’evoluzione degli ominidi; o se pensiamo a quei calcoli renali che crescono dentro di noi e a volte vanno asportati con una litotomia, un intervento di chirurgia urologica; se pensiamo alla pietra della follia che un ciarlatano estrae dalla testa di un credulone incidendogli il cranio, per evocare un piccolo dipinto di Bosch. “Guardate la pietra, è viva. Guardate la vita, è pietra”[8], riassume Jean-Paul Sartre in una riabilitazione del geologico che in Roquentin, protagonista de La Nausea, diventa apologia dell’elemento minerale delle città, unico baluardo contro l’invasione della Vegetazione – la maiuscola è dell’autore, a sottolinearne l’estraneità e l’oscura potenza.

Hieronymus Bosch, Estrazione della pietra della follia, 1501-1505 © Museo Nacional del Prado, Madrid

Dillard, Calvino, Le Guin: possiamo speculare a lungo sulla coincidenza per cui, nei primissimi anni Ottanta, tre scrittori sideralmente lontani per geografie fisiche e mentali s’interessano a un soggetto così curioso quale le pietre che parlano, in modo più (Calvino) o meno (Le Guin) eloquente. Un salto indietro alla tradizione dei lapidari, che hanno avuto larga circolazione fino al Rinascimento, meno interessati a studiare le proprietà organolettiche delle pietre che ad attribuir loro un’energia che le rende creature vive, vivum saxum[9].

Chiara tuttavia la ragione per cui ci volgiamo oggi a queste narrazioni minori nel loro corpus[10] con nuovo interesse, una ragione lontana da qualsiasi forma di antropomorfismo, limitante e in definitiva fuorviante. Il mondo del vivente si è ammutolito, ecco la ragione[11].

Dillard, Calvino, Le Guin: sono solo alcuni scrittori e poeti che hanno tentato di popolare di voci questo silenzio, di modi di esistenza alternativi a quelli umani. Lo hanno fatto dando parola all’elemento naturale più lontano dal vivente, come testimonia la lastra che, nei sepolcri, separa la nostra spoglia dalla terra, o le tante espressioni – restare o farsi di pietra, cuore di pietra, duro come una pietra… – che mostrano la nostra “geofobia” (da aggiungere alla lunga lista delle fobie culturali).

Ora, queste riflessioni sono ben presenti nella seconda parte di Teaching a Stone to Talk, in cui il disastro ecologico fa da sottofondo discreto: “È difficile profanare un bosco sacro e poi cambiare idea”. E soprattutto: “Ora la parola ha disertato gli esseri inanimati della terra, e gli esseri viventi parlano pochissimo, a un pugno di individui”[12]. Di certo questi rumori sono fuggiti dalle città, e quell’assedio della Vegetazione temuto dal Roquentin sartriano vale solo come paradosso o come una parentesi allucinata causata dai recenti lockdown.

Ci appropriamo di tutto quanto ci sfugge, di quanto resiste a essere assimilato al nostro mondo, di quanto non dice “noi”. Insegniamo a una pietra a parlare come abbiamo insegnato l’inglese a uno chimpanzé (Dillard si riferisce probabilmente a un esperimento degli anni 1960 in cui allo chimpanzé Washoe viene insegnato il linguaggio dei segni americano). In un mondo abbandonato da Dio, cerchiamo di “strappare un piagnucolio da tutto ciò che non è noi”[13].

Per Dillard non si tratta tanto d’insegnare una parola alla pietra o addirittura di renderla protagonista di un monologo come fa Calvino, ma di trovare il modo di metterci in ascolto del suo silenzio, un’attività che, inutile farsi illusioni, va incontro a una cocente delusione. “A un certo punto dite alle foreste, al mare, alle montagne, al mondo: ‘Adesso sono pronto. Adesso mi fermerò e sarò attento in modo ineccepibile’. Vi svuotate e restate in vigile attesa. Dopo un certo tempo realizzate che non c’è niente. Non c’è nient’altro che queste cose, questi oggetti creati, discreti”. Dillard è consapevole che gli sforzi non saranno ricompensati: “aspettate, consacrate tutta l’esistenza all’ascolto, ma non accade nulla”[14]. Ma il silenzio non è assoluto: per restare al geologico, persino i ciottoli producono un rumore quando l’onda si ritira. Dillard ridefinisce così cos’è il silenzio: “Questo ronzio è il silenzio. La natura emette un pigolio – e uno solo”; “In realtà, il silenzio non è una repressione, è tutto ciò che c’è” – “Il silenzio non è la nostra eredità ma il nostro destino”.

La proposta dell’autrice di Pellegrinaggio al Tinker Creek è in finale semplice: “È per questo che faccio delle passeggiate: per tenere d’occhio le cose”[15].

Camminare e tenere d’occhio le cose: che sia sufficiente? Dillard e Le Guin ci mostrano quanto la possibilità di una cosmicomica geologica sia irta di difficoltà – e non a causa dei limiti della letteratura o della natura delle pietre.

Collection Caillois, Agate, “Désintégration“, Rio Grande do Sul, Brasile © MNHN / photo François Farges

Nel decennio successivo ai loro scritti la poetessa Wisława Szymborska bussa alla porta della pietra chiedendole il permesso di penetrare al suo interno (Conversazione di una pietra). Nessuna ricerca linguistica o speleologica: giusto il tempo di dare un’occhiata, di sentire l’aria che tira, come intende fare o ha già fatto con la foglia e con la goccia d’acqua. In cambio non chiede nulla, tuttavia riceve solo un secco e reiterato rifiuto: “Puoi conoscermi, però mai fino in fondo. / Con tutta la superficie mi rivolgo a te, / ma tutto il mio interno è girato altrove”. E a nulla valgono i tentativi di impietosirla evocando la mortalità degli umani, incommensurabile con la temporalità – o l’eternità – geologica: “Sono di pietra – dice la pietra”. Non s’intenerisce, cioè non si sgretola o non si fa porosa, davanti alla fragilità dell’esistenza umana, meno di uno sbadiglio o di un battito di ciglia su una scala geologica. All’ennesima richiesta, il diniego della pietra si fa atto d’accusa ma anche, mi sento di dire, piattaforma antropologica e artistica da cui ripartire per future esplorazioni: “Ti manca il senso del partecipare. / Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare. / Anche una vista affilata fino all’onniveggenza / a nulla ti servirà senza il senso del partecipare”[16].

Storie di pietra / Histoires de pierres
a cura di Jean de Loisy & Sam Stourdzé
Villa Medici – Accademia di Francia a Roma
fino al 14 gennaio 2024


[1] Annie Dillard, Apprende à parler à une pierre. Expéditions et rencontres, tr. fr. Béatrice Durand, Paris, Christian Bourgois Éditeur, 1992, pp. 76-87.

[2] André Breton, Langue des pierres, in “Surréalisme même”, 3, automne 1957, raccolto in Id., Perspective cavalière [1970] e infine in Ecrits sur l’art et autres textes, Œuvres complètes, IV, Paris, Gallimard, 2008, pp. 958-965, cit. p. 965.

[3] A. Dillard, Apprende à parler à une pierre, p. 76.

[4] Italo Calvino, Essere pietra (per Alberto Magnelli), in Magnelli. Les pierres: 1931-1935, cat. della mostra Galleria Sapone, Nizza, giugno-settembre 1981 per il decimo anniversario della scomparsa dell’artista, poi col titolo Io sono una pietra, in “La Repubblica”, 14 luglio 1981 e infine in I. Calvino, Romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, t. III, “Racconti sparsi e altri scritti d’invenzione”, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1994, pp. 419-21.

[5] Cfr. François Dagognet, “Les cailloux”, in Des détritus, des déchets, de l’abject. Une philosophie écologique, Marsat, Les empêcheurs de penser en rond, 1997, pp. 151-206.

[6] Ursula Le Guin in Hard Words and other poems, New York, Harper and Row, 1981, cit. in Introduction: Haunted Landscapes of the Anthropocene, in Anna Tsing, Heather Swanson, Elaine Gan, Nils Bubandt (a cura di), Arts of Living on a Damaged Planet, University of Minnesota Press, Minneapolis, 2017, p. G11.

[7] Cit. in Lynn Margulis, Dorian Sagan, What Is Life?, Berkeley, University of California press, 1995, p. 49.

[8] Jean-Paul Sartre, “L’Homme et les choses”, Situations, I, Paris, Gallimard, 1947, p. 261.

[9] Cfr. J.C. Plumpe, Vivum Saxum, vivi lapides. The Concept of ‘Living Stone’ in Classical and Christian Antiquity, in “Tradition. Studies in Ancient and Medieval History, Thought and Religion”, vol. 1, 1943, pp. 1-14.

[10] Ma introducendo la raccolta di racconti Teaching a Stone to Talk, Dillard precisa: “Questa raccolta non è affatto composta da testi occasionali che uno scrittore pubblicherebbe come supplemento alla sua vera opera. Al contrario, è la mia opera autentica così com’è”, p. 7.

[11] Cfr. David Abram, Comment la terre s’est tue. Pour une écologie des sens [1996], tr. fr. Didier Demorcy, Isabelle Stengers, Paris, La Découverte, 2013; Marielle Macé, Nos cabanes, Lagrasse, Verdier, 2019, in part. “Un parlament élargi”, pp. 69-114.

[12] Dillard, Apprende à parler à une pierre,p. 79.

[13] Id., p. 80.

[14] Id., pp. 81-82.

[15] Id., p. 82, p. 78, p. 83.

[16] Wisława Szymborska, Sale, a cura di Pietro Marchesani, Milano, Libri Scheiwiller, 2005.

Riccardo Venturi

insegna Teoria e storia dell'arte all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.

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