Zoe Leonard. Guardare la frontiera

28/11/2023

In questi giorni, alla Galleria Raffaella Cortese di Milano, è esposta, per la prima volta in Italia, una selezione di scatti proveniente da un’opera nodale nella carriera di Zoe Leonard, intitolata Al Río/To the River. Presentato nella sua interezza al MUDAM di Lussemburgo e poi al Musée d’Art Moderne di Parigi nel 2022, il lavoro si compone di numerose fotografie – prevalentemente in bianco e nero – ordinate in una serie definita. Dal 2016 al 2021 l’artista newyorkese ha raccolto più di 550 scatti nel territorio lungo il quale scorre il Rio Bravo/Rio Grande, proprio lì dove il fiume demarca la frontiera che separa gli Stati Uniti dal Messico. Le fotografie seguono il corso del fiume da Ciudad Juárez, in Messico, da una parte e da El Paso in Texas, dall’altra, fino al Golfo del Messico, dove il fiume sfocia nell’Oceano Atlantico.

Il fiume passa tra le contraddizioni che quella regione porta con sé: dal bilinguismo diffuso al lusso che convive con la miseria, dalle città americane dei film hollywoodiani alle baraccopoli. Il fiume scorre tra la disperazione e il desiderio di poter passare del odro lado nutriti da una moltitudine di invisibili: i migranti che provengono dal Centro America e i deportados dagli Stati Uniti.

Zoe Leonard, From the Puente Colombia, looking upstream, 2017/2022. Photo Andrea Rossetti / Héctor Chico. Courtesy of the artist and Galleria Raffella Cortese.

Lungo questa frontiera vastissima – lunga più di 2000 chilometri – un elemento naturale viene utilizzato per svolgere un compito politico ed è, contemporaneamente, il fulcro intorno al quale si modella il territorio. Il fiume, infatti, è al centro di un paradosso: se da un lato, esso è un organismo mutevole e inquieto che attraverso le sue esondazioni, i suoi movimenti e le sue secche scava nuovi canali, nuovi corsi e traiettorie, reinventando le coordinate del territorio attraverso cui scorre, dall’altro lato, nonostante la topografia non smetta mai di piegarsi alla metamorfosi, il fiume viene irrigidito nel suo essere procedura costante di demarcazione tra i due paesi. Il fiume diventa frontiera e nelle sue acque, sulle sue rive, si accumulano strategie di sbarramento visibili e invisibili: muri intermittenti di metallo, blocchi di cemento, recinzioni di filo spinato, boe armate di lame taglienti in acqua, centri di detenzione e case di accoglienza per migranti, stazioni di servizio e parcheggi, marcatori di confine, zone comuni sorvegliate, attività commerciali e uffici doganali.

Il fiume scorre in mezzo ai corpi.

Le fotografie di Zoe Leonard conservano una prospettiva tattile su quel territorio spaccato dalla cecità del potere che, proprio lungo le linee di faglia geopolitica, imperversa mostrando due volti complementari: quello brutale che respinge con la forza, e il volto della legge che, sovranamente, domina il confine, le istituzioni, i corpi, i gesti e i comportamenti.

Zoe Leonard, veduta dell’installazione Excerpts from Al Río / To the River, Galleria Raffaella Cortese, Milano, 2023. Foto: Andrea Rossetti / Héctor Chico. Courtesy l’artista e Galleria Raffaella Cortese, Milano e Albisola.

La legge è l’ombra verso cui si protende ogni gesticolazione nella misura in cui essa è l’ombra di ogni gesto, l’ombra di ogni pretesa, l’ombra di ogni richiesta. La legge è un’ombra lunga che torreggia e si proietta sugli individui assumendo le fattezze di quella burocrazia intricata che scoraggia chiunque la incontri e che tenta, insinuandosi nello sconforto che produce, di interferire col diritto fondamentale di ogni essere umano di passare e di muoversi liberamente. Inoltre, dal momento che il diritto d’asilo viene, nei territori di confine più caldi, costantemente negato o difficilmente concesso, allora a chi è mosso dal desiderio inestinguibile di passare non resta altra possibilità che uscire dal cono d’ombra della legge e violarla e rischiare la vita. La frontiera è un dispositivo morale che agisce anche sullo sguardo e sulla percezione: i migranti, esseri desideranti, vengono percepiti e trattati come esseri indesiderati.

Desiderio di vita contro esercizio di potere: in mezzo, il fiume e le sue acque.

Nelle fotografie di Zoe Leonard il fiume non è una metafora: è un organismo vivente e, come tale, è insieme il proprio fine e la propria origine. Agli occhi di chi lo abita, però, la sua percezione è ambivalente: il fiume, in base alle diverse zone in cui scorre e in base all’azione più o meno stringente del potere che si esercita anche attraverso di esso, appare come luogo di sosta, di svago e di fertilità per i terreni circostanti, oppure come il limite alla mobilità attorno e sul quale è stata costruita una complessa struttura di sorveglianza e di controllo che lo rende il simbolo di un ostacolo e un pericolo mortale.

Zoe Leonard, From the middle of the bridge, 2017/2022. Photo Andrea Rossetti / Héctor Chico. Courtesy of the artist and Galleria Raffella Cortese.

L’ambiguità costitutiva delle immagini di Zoe Leonard le allontana dalla fotografia documentale o dal reportage: queste immagini seguono, infatti, una pluralità di traiettorie e creano una tale molteplicità di relazioni polisemiche che, accanto all’immagine del mondo cinto, inglobato, codificato e coniugato come oggetto dell’organizzazione mortuaria della frontiera, reinventano anche, dall’altro lato, un mondo possibile connesso a un respiro più ampio, inserito nell’universo, secondo traiettorie di creazione e di vita che lo attraversano da parte a parte, oltre ogni barriera o confine.

Si guardi, per esempio, la sequenza in cui Zoe Leonard cattura le acque del fiume: l’inquadratura è stretta, dall’alto in basso, puntata verso il movimento vorticoso che scorre nei rivoli, nei mulinelli, nei cerchi e nei solchi della pelle superficiale del fiume. Dalle fotografie viene espunto ogni altro elemento e si ha la sensazione che l’acqua e il suo fuori campo coincidano dilagando e espandendosi a dismisura, assumendo di volta in volta, a ogni colpo d’occhio, le sembianze di paesaggi inesplorati, di rocce calcaree alabastrine, la superficie frastagliata di un volto lunare.

Zoe Leonard, Prologue section 6, 2017/2022. Photo Andrea Rossetti / Héctor Chico. Courtesy of the artist and Galleria Raffella Cortese.

L’artista vede e, attraverso il suo sguardo, accede a una nuova possibilità di vita che chiede di compiersi e respirare anche di fronte ai nostri occhi. Per questo, in molte delle fotografie che compongono l’opera, la frontiera-paesaggio del fiume si mostra anche come una membrana osmotica che lascia passare tutto ciò che non entra in contatto col potere, responsabile di ogni limitazione.

Dall’altro lato, nella maggior parte delle fotografie che compongono Al Río/To the River l’essere umano è assente, non ci sono volti. Il confine è deserto. Le immagini fanno il vuoto.

Proprio nel vuoto, le intricate strategie di delimitazione e sorveglianza e deterrenza costruite come superfetazioni una sull’altra, una accanto all’altra, appaiono ridicole e spettrali, ancor più insensate di quanto non siano quando abitate e viste in azione.

In moltissime fotografie si intravedono solo le tracce e i segni dell’umanità oppure le sue protesi: automobili in coda alla dogana, impronte di pneumatici sulle rive del fiume, camion, oggetti abbandonati a terra, solchi di macchine agricole, impronte e orme di scarpe sulla sabbia oppure, come nella grande sequenza esposta in galleria, il volo di un elicottero che dall’alto sorveglia ogni movimento. Gli esseri umani, quando presenti, sono lontani, di spalle, di profilo, coperti da ostacoli oppure in silhouette, bruciati dalla luce. Gli invisibili rimangono nell’invisibilità, eppure tutto, in queste immagini, rimanda a loro.

Zoe Leonard, veduta dell’installazione Excerpts from Al Río / To the River, Galleria Raffaella Cortese, Milano, 2023. Foto: Andrea Rossetti / Héctor Chico. Courtesy l’artista e Galleria Raffaella Cortese, Milano e Albisola.

Nelle foto di Zoe Leonard non c’è retorica: non si testimonia mai per sé, si testimonia sempre di fronte agli altri, attraverso uno sguardo che parte da sé ma si dissolve nello sguardo del mondo intero. Si dà testimonianza delle cose d’oblio e dei luoghi di passaggio, lì dove le cose vibrano forte, lì dove si giocano i destini – non solo di chi rischia – ma dell’umanità stessa di fronte al rischio di barbarie che la assedia costantemente e in cui ogni giorno, oggi, sprofondiamo senza fine. La testimonianza è un desiderio che si volge verso tutte le direzioni dell’altro, verso fuori, si apre perché qualcosa, attraverso di essa, passi.

E non si tratta di speranza. Non è mai la speranza a passare. Ciò che passa è il desiderio: il desiderio muove il mondo, la speranza lo ferma in attesa. Il desiderio è politico perché è ancorato alla possibilità reale che, nonostante tutto, si è ancora sufficientemente forti da provocare e realizzare un cambiamento.

In quest’orizzonte la testimonianza è un movimento di resistenza. L’arte di Zoe Leonard si fa testimone dell’intollerabile proprio nel momento in cui siamo più assuefatti a esso, proprio quando è più che mai necessario renderlo di nuovo visibile, riportarlo all’esistenza, restituirlo agli occhi, cioè far sentire, far vedere ed esistere ciò che il mondo ha smesso di vedere o sentire. L’arte ha la capacità di far sentire l’invisibile, soprattutto quando l’invisibile, come in questo caso e come in tutti gli abissi di dolore che l’uomo costantemente genera, viene prodotto da una faglia che abbuia la vista e la ragione.

Zoe Leonard. Excerpts from Al Río / To the River
Galleria Raffaella Cortese, Milano
fino al 9 marzo 2024

Guido Mannucci

Nato ad Atri in Abruzzo nel 1988, attualmente vive a Milano. È laureato in Filosofia, specializzato in Estetica e Teorie dell’Immagine e diplomato in Visual Studies e Pratiche Curatoriali presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. È critico, curatore e teorico dell’arte.

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