Il rumore è il messaggio

20/10/2023

Oggi a Milano alle 18.30, alla Libreria Popolare di via Tadino 18, si presenta l’ultimo libro di Andrea Inglese, Il rumore è il messaggio; dialogano con l’autore Marilina Ciaco e Italo Testa. Del libro proponiamo qui un paio di estratti con presentazione e apparato iconografico concepiti espressamente, dall’autore, per i lettori di “Antinomie”.

L’editore [dia•foria (Viareggio), con il supporto logistico di dreamBOOK editore (Pisa), ha da poco pubblicato Il rumore è il messaggio (124 pp., € 17), un libro composito di prose e versi, che raccoglie e organizza concettualmente un materiale in gran parte inedito realizzato nel corso di un decennio. (Il libro può essere acquistato scrivendo all’indirizzo: info@diaforia.org).

Chiara Portesine, nella sua nota critica inscritta sulla copertina stessa del volume, parla del libro come di “un’inesausta cosmogonia della comunicazione”, ma anche di un “Halloween antropocenico, un apocalisse-party con i sopravvissuti vestiti da parole, maschere di sillabe a coprire i corpi”. Il rumore è il messaggio opera intorno alla schema onnipervasivo della (buona) comunicazione, con l’intento di giocare a guastarne i presupposti ideologici, che vorrebbero emittenti consapevoli, messaggi chiari, canali neutri, codici condivisi e destinatari attenti e accoglienti. (Così si vorrebbe circolasse anche la (buona) letteratura). L’azione comunicativa, anche più banale, diviene nel libro l’occasione di esplorare una nuova forma d’interferenza, di conflitto, di crescita del rumore.

In questa estensione dello spettro di quello che si vuole o si deve dire, entrano in gioco anche immagini grafiche e fotografiche, a inceppare ulteriormente lo scorrere liscio del “messaggio”. Ben tre sezioni includono fotografie da me realizzate, con l’intento di giocare non sulla sistematica dissociazione tra testo e immagine, ma su di una loro sfasata e possibile articolazione.

I due testi qui presentati sono estratti dalla sezione enunciati. Li associo, in questa occasione, a un mio lavoro fotografico che non fa parte del libro, e che riguarda in modo particolare il primo testo.

A. I.

A ognuno di noi è stato fatto capire, non so nemmeno io bene quando e come, non è che a scuola siano così insistenti su questo punto, e nemmeno a casa, in famiglia, durante cene o pomeriggi domenicali, ma lo abbiamo imparato molto bene, lo sappiamo, come fosse un istinto, uno strano istinto, dobbiamo essere qualcuno, è uno sforzo da fare, dobbiamo almeno cercare, fingere di esserlo, dopo si sta meglio, nel qualcuno, le cose si aggiustano dentro, ma c’è anche una felicità esteriore, di postura, divaricazione gambe, battito di palpebre, si avrebbe una consistenza, e un’agilità, se ci arriviamo, non si sa bene quando, e la vita più felice, o facile, non so bene, con quel tipo di sorriso che un qualcuno ha già inserito dentro, e molto prima di sorridere al di fuori, così come allunga il braccio elastico per dare certe strette di mano, o picchiettare sulle spalle del prossimo, una volta nel qualcuno, comunque, si è anche meglio piazzati su due piedi, davvero, con un senso maggiore della gravità terrestre, quando si è finalmente qualcuno lo sguardo, anche, diventa subito panoramico, invece di intrappolarsi in dettagli spiacevoli, chiazze per terra, ombre su volti, ragnatele agli angoli dei soffitti. (In ogni caso a nessuno è veramente permesso di rimanere nessuno o regredire ad esso.) La nostra società è così divisa: ci sono un certo numero di qualcuno, e poi ci siamo noi, quelli a rischio, i qualunque, che possono sprofondare in altrettanti nessuno, paritetici in tanta nullità. Noi qualunque-forse-nessuno facciamo massa anonima, prolungamento esausto, scia, sfondo. E pure dobbiamo esserci, però, in quanto serve il numero, serve molta quantità oltre che una selezionata e rara qualità. Qualcuno, invece, è gente che nessuno può confondere, scambiare con altra gente, qualcuno hanno qualcosa di singolare, una nube traslucida, una sorta di aura, malgrado tutto dev’esserci rimasta un po’ d’aura, ne circola ancora intorno al viso di qualcuno, questi sono perfettamente avvitati dentro la loro vita, se sono sposati sembrano avvitati alla perfezione dentro il loro matrimonio, se sono accoppiati liberamente e informalmente, lo sono in modo fondato e disinvolto, e naturalmente hanno un lavoro, anzi una professione, e la loro professione fornisce professionalità a ogni loro gesto, e nel loro lavoro, nella rete di rapporti lavorativi, così come nel loro ambiente familiare o di piacere, qualcuno sanno come stanno le cose, come sono messe dentro il mondo, così come sono messi loro, in quanto sono tutti qualcuno e quindi avviati benissimo, instradati fino al cuore degli ecosistemi e dei gangli economici, eppure talmente equilibrati, e talmente saldi, che sembra un miracolo si riescano persino a muovere, potendo staccare uno dopo l’altro i piedi da terra, ma poi, se questa persona è qualcuno nella sua professione, egli sarà anche sotto sforzo, negli aspri momenti del comando, maledettamente, stupendamente, mobile e leggero, come fosse tenuto per un filo invisibile, e si librasse completamente sciolto e disossato nell’aria. Quando sei qualcuno non è bene né bello essere legnoso di spirito e di passo, ossia appiccicato con ansia agli angoli, sulle sedie, nei corridoi, sulle tastiere, bisogna essere saldi, certo, come inchiodati, ma anche mobili, come aquiloni leggeri e sorvolanti, i qualcuno comunque sono lì, nessuno sa bene come sono arrivati, c’è sempre un mistero, un segreto intorno al loro arrivo, una leggenda, qualcosa di torbido ed eccitante, di fuorilegge e lurido, ma i qualcuno, quando smaniamo e ci diamo da fare, quando aspiriamo noi pure, e ne vorremmo una dose, per avvitarci meglio nel luogo di vita e di lavoro, ce li troviamo comunque già lì da sempre, possono essere molto vecchi, possono essere già senili e dallo sguardo fosco, o addirittura più giovani di noi, i qualcuno sempre ci aspettano, sono al piano di sopra, davanti alla porta di entrata, appena entriamo in sala loro sono già seduti, ma i qualcuno sono brava gente, gente di mondo, una volta che noi saremo sbucati dalla porta, un po’ affannati, un po’ tentennanti, con i passi che cercano di aderire al parquet, al marmo, alle piastrelle policrome, loro si alzano, non stanno sempre seduti, non siamo nel medioevo, i qualcuno è gente democratica, sono lì segretamente e da sempre, non diranno mai quando e come si sono intrufolati nell’ufficio, nella sala, dietro il tavolone, la cattedra, ma quando ci vedono, sguarniti e traballanti nel nostro tentativo prolungato di uscire dalla nessunità, dal profilo qualunque, dal parlare nebbioso, si alzano finalmente, e ci tendono la mano, anche incoraggianti se la giornata è buona, o in ogni caso ci salutano, anche cordialmente a volte, oppure ci fanno un cenno col capo, una specie di sorriso, giusto per avvertirci, “Attento, sei al cospetto di qualcuno, non fare lo stronzo, non rovinare subito tutto, fai filare lisce le cose, che io ho responsabilità impensabili, e che nemmeno potrei confessarti, fai quello che devi, quindi, e chissà, chissà che un giorno, ma ora non perdiamo tempo, sputa il rospo, dicci svelto”, questo lo sapete bene anche voi, un qualcuno non perde mai tempo, è tutto occupato a essere il qualcuno che è, nell’esercitare la sua missione, mica come noi, quelli che il tempo lo massacrano, ne spendono a palate, lo gettano dal balcone, e tutto per cercare di diventare un po’ stabilmente, un po’ meno per finta, un qualcuno anche loro, invece dei soliti sbiaditi qualunque, pronti alla caduta, al capolinea nessuno.

Ecco quello che è successo, è successo che non abbiamo più queste grandi possibilità, e questo lo sapete voi meglio di me, lo sapete bene, e dico “più” senza voler suscitare nostalgia, semmai ci sono stati tempi davvero formicolanti di possibilità, tempi in cui le condizioni fuori di noi erano facili, e anche quelle interne, quindi le condizioni della città, dapprima, dei commerci, delle infrastrutture, e legislative, non dimentichiamolo, e le condizioni della coscienza, dopo, ma simultaneamente in realtà, della memoria, della fantasia, della volontà, punto importante, quanto tutto ciò sia stato in un rapporto di facilità, al di fuori e al di dentro, e dal dentro al fuori, quindi con ampiezza, con largo raggio, non lo so, non è mai stato appurato, anche se qualcuno sogna questa età dell’oro delle possibilità, del futuro malleabile, dove quanto sorge da dentro prende subito forma al di fuori, e da gesto arbitrario diventa abitudine, come quella d’imbandire una tavola, di accompagnare a spasso la propria ombra, di rovesciarsi nell’erba, ma anche d’incendiare delle cose trovate per strada, che nessuno ci pensa più, nessuno ci ha forse veramente mai pensato a quanti materiali infiammabili sono dispersi per strada, e questo voi, esattamente come me, lo sapete, perché forse non c’è mai stato questo formicolare, soltanto adesso è divenuto tutto più chiaro, in ogni caso lo sapete per primi che i margini – così davvero è successo – si sono ridotti di molto, ma senza disperare, le ore che abbiamo ottenuto, non so più se quelle libere o le ore salariate, ma qualche ora l’abbiamo ottenuta, e quindi questi intervalli, queste fasi, vanno usate, o meglio vanno valorizzate, vivendole molto dall’interno, come da un’esplosione intima, voglio dire che serve la massima concentrazione, la concentrazione in massimo grado, in quelle ore lì, sono state ore di concessione ma anche ore di conquista, e anche il tempo atmosferico, per cambiare argomento, intendo proprio il clima, in senso ampio, il clima storico è fermo, non completamente fermo, ma è chiaro che esiste una pesantezza di ogni gesto, come sotto un cielo basso, un cielo abbastanza autunnale, i giorni di sole, quelli in cui uscire senza le tela cerata gialla buttata addosso, sono effettivamente pochi, non è che le cose miglioreranno, non possiamo metterci a fare una battaglia sul clima storico, o sul tempo atmosferico, e anche sul salario, sulle ore di libertà, possiamo fare certe battaglie, sapete voi quali, immagino poche, ma non intendo battaglie esagerate, dobbiamo anche adeguarci, constatare i limiti, agitarci ma con i mezzi che abbiamo, è successo che i mezzi sono quelli che sono, e non dico che la lingua sia fascista, disponiamo di un numero apparentemente infinito di frasi, ma le frasi che vengono ascoltate, quelle che vengono capite, che funzionano come uno stimolo per la risposta, queste frasi non sono diecimila, non sono nemmeno mille, sembrano tante ma la gente risponde con grande prudenza ormai, risponde poco, risponde in casi di assodata neutralità, risponde per ristabilire l’ordine e la calma, e quindi molto di quello che si dice, che si sarebbe tentati di dire, sappiamo che non avrà risposta, sono come frasi incomprensibili, o frasi ben fatte, ma pronunciate da voci rauche, guaste, non per questo mi sto a preoccupare, lo sapete bene che le preoccupazioni non possono migliorare l’assetto attuale, che è davvero povero, e però le due sedie da giardino in metallo, quelle teniamocele strette, e cerchiamo di stare attenti, almeno, dove mettiamo i piedi, cerchiamo di evitare le pozzanghere di fango, i soldi non aumenteranno di certo, ma certe cose in scatola saporite si possono ancora comprare, non dico ogni sera, ma possiamo comprare ancora in scatola, possiamo comprare anche cibi d’importazione semplici, non conditi, messi sottovuoto, mi sembra già qualcosa di straordinario, e anche guardare la varietà faunistica di tanto in tanto, le formiche ad esempio, non sono animali che si estinguono facilmente, o i gabbiani, i ragni, ci sono anche alberi interi, alcuni alberi grandi ai lati della strada, non potranno piantarne di più, questo è chiaro, non sono alberi che dureranno a lungo, sono già molto malati, con funghi e cancri corticali, anche le nostre conversazioni si fanno più rare, il tempo che ci rimane, dopo il lavoro e il cibo, è pochissimo, lo sapete che si ridurrà, ne parliamo almeno per oggi, poi si dovrà fare molto silenzio, con margini minimi, ma amministriamoli questi margini, mettiamoci entusiasmo, un po’ di follia, un po’ di prestanza carnevalesca, lo sapete fare voi come lo so fare io, finché dura, almeno questo.

Andrea Inglese

originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. Scrive in versi e in prosa, ed è traduttore dal francese. Ha pubblicato due romanzi per Ponte Alle Grazie: “Parigi è un desiderio” (2016; Premio Bridge 2017) e “La vita adulta” (2021). Tra le ultime pubblicazioni, la riedizione del libro collettivo “Prosa in prosa” (Tic Edizioni, 2021) e la raccolta di prose brevi “Stralunati” (Italo Svevo edizioni, 2022). Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo “Teoria & poesia” (Biblion, 2018). È stato redattore di “Alfabeta2” e GAMMM; è tra i fondatori di “Nazione Indiana” e il curatore del progetto “Descrizione del mondo” (www.descrizionedelmondo.it).

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