Una fiabesca allegoria della rovina. Ari Aster

10/10/2023

Il regista statunitense Ari Aster ha da poco girato un nuovo film che le recensioni descrivono come talentuoso ma troppo ambizioso, caotico, privo di controllo narrativo. È uscito lo scorso aprile, l’industria si aspettava un successo commerciale ma al grande pubblico non interessa. La cosa è comprensibile, perché Beau is afraid è la rappresentazione allegorica (complessa e in gran parte nascosta, ma coerente) di una realtà così spiacevole che si è tentati di ignorarla. Dal momento che tale realtà ci riguarda da vicino, e poiché del resto l’oggetto dissimulato dall’allegoria si rivela solo per gradi e per simboli nel corso della narrazione, sarà bene in via preventiva osservare la storia nei suoi principali elementi. Il film racconta di un cinquantenne irrisolto, angosciato, ansioso, paralizzato dal complesso di inferiorità e dal senso di colpa. È in cura da un terapeuta e assume psicofarmaci, vive in un quartiere miserabile di una città che il film lascia nell’anonimato. La violenza, l’abuso, il degrado, l’isolamento degli individui hanno avviato nel quartiere un irreversibile e grottesco processo di disumanizzazione, gli abitanti vivono nella paura. All’inizio del racconto Beau deve prendere un aereo per andare a trovare sua madre, una nota imprenditrice. Occasione della visita è l’anniversario della morte del padre, dalle allusioni dello psicoterapeuta capiamo che proprio la madre è responsabile del malessere di Beau.

Quella di Beau è una nevrosi da manuale: un rancore inconfessato lo rende incapace di andare, l’amore filiale gli proibisce di opporre un rifiuto esplicito. La paura gli toglie ogni desiderio di chiarimento. Tenta dunque di salvarsi per vie traverse: fa accadere di tutto, nella realtà e nelle sue fantasie, al fine di rinviare la visita. Con una strategia di dimenticanze, persecuzioni reali e immaginarie, allucinazioni e incubi si mette nell’impossibilità di andare. La notte prima del volo non riesce a dormire perché uno sconosciuto bussa instancabilmente alla sua porta, la mattina non sente la sveglia e si alza tardi; prepara in fretta la valigia, esce di casa ma nel chiudere a chiave la porta si rende conto di avere dimenticato il filo interdentale. Nei pochi secondi che gli bastano per correre in bagno spariscono sia la valigia che le chiavi rimaste nella serratura. Ora che Beau è legittimato da cause di forza maggiore, ora che ha raggiunto il suo scopo senza dover decidere né prendere posizione, può chiamare sua madre per dirle che ormai ha perso il volo. «Secondo te cosa dovrei fare?». Lei non dissimula la delusione, lo fa sentire in colpa insinuando che sa di cosa si tratta; si rifiuta di decidere al suo posto e chiude la comunicazione.

Il film ci lascia in una costante incertezza circa le vicissitudini di Beau: non sappiamo se accadano davvero o non siano invece, almeno in parte, una fantasia psicotica. La soglia tra realtà e allucinazione non viene segnalata con mezzi tecnici, vediamo tutto come lo vede Beau e siamo confusi quanto lui. Anche perché la combinazione grottesca di elementi orrifici e caricaturali nella rappresentazione del quartiere e dello stesso Beau ci impedisce di provare un sentimento tragico. In un momento di terrore dovuto all’uso improprio di un farmaco, Beau corre giù in strada tralasciando di chiudere la porta, la dispersa canaglia del quartiere entra nel suo appartamento e lo devasta; Beau trascorre la notte all’aperto e la mattina dopo, usciti gli estranei, chiama sua madre per informarla della nuova disgrazia. Ma non è lei a rispondere: la voce di un uomo sconosciuto, un fattorino di consegne a domicilio, lo informa che sua madre giace morta sul pavimento, decapitata dalla caduta di un grande lampadario. Beau è sconvolto dal dolore, ma nemmeno questa notizia lo persuade ad andare: non ci riesce, non vuole. Presto siti internet e televisione confermano la morte della nota imprenditrice; Beau prende ancora farmaci, ha nuove terrificanti allucinazioni, corre nudo giù in strada e viene investito dalla moglie di un medico che lo porta a casa propria per curarlo. Degente e prigioniero nella villa dei coniugi, sorvegliato per mezzo di una cavigliera elettronica, Beau insiste giorno dopo giorno per mettersi in viaggio, ma il medico non glielo consente: è ancora troppo debilitato. I due vivono nel dolore insanabile di un figlio ucciso in guerra e si prendono cura di un suo ex commilitone, un soldato impazzito dal terrore durante una missione in Venezuela; hanno una figlia adolescente che abusa di psicofarmaci e droghe illegali, registra Beau di nascosto con il telefono. La stessa padrona di casa, in segreto, gli rivela che una telecamera (ben visibile sul soffitto del soggiorno) lo spia costantemente.

Tutte apparentemente assurde sono le vicissitudini di Beau nella villa, tutte – come vedremo – consequenziali. Non è importante qui descriverle da vicino: importa invece che il senso di impotenza che tormenta protagonista e spettatore è dovuto alla comune impossibilità di decifrare l’assurdo. È a causa di questa impossibilità che Beau non ha mai avuto il controllo della realtà e della sua vita. È incapace di decidere, di rimediare alla mancanza di chiarezza che lo opprime, di porsi a una certa distanza dal precipitare delle cose: un Altro, che resta per il momento ignoto ma ha cominciato a mostrarsi, esercita vicariamente su di lui un controllo invisibile e totale. Nulla in apparenza impedirebbe a Beau di compiere delle scelte, tutto in realtà glielo impedisce. Un potere ubiquo e quasi trascendente, insediatosi in profondità, lo manipola e dirige in modo occulto.

Questo potere è stato esaurientemente descritto nel 2008, in riferimento alla società statunitense, dal politologo Sheldon Wolin nel suo Democracy Incorporated. Managed democracy and the specter of inverted totalitarianism. Il libro è un approfondimento di quanto Wolin, in un libro precedente, aveva fuggevolmente chiamato «postdemocrazia»: una convergenza anomala di strutture democratiche e totalitarie, fattasi sempre più visibile nel corso degli ultimi decenni. Totalitario, nella prospettiva di Wolin, non è più come nel secolo scorso lo Stato, ma un conglomerato di potere statale e aziendale, scienza, tecnologia, comunicazione di massa ed esercito. All’interno il sistema incoraggia il disimpegno politico, spia tutti i cittadini ai fini della sicurezza, fa propaganda attraverso l’allucinazione iperreale dei media; è una «democrazia amministrata» in cui le elezioni vengono condotte con strategie di marketing e finanziate da denaro privato, i sondaggi orientano l’opinione pubblica e i due partiti che si contendono Congresso e Presidenza esprimono una medesima agenda politica (sono di fatto fazioni interne di un partito unico). L’obiettivo dichiarato di «proteggere la vita» giustifica un uso senza precedenti delle tecnologie di controllo e manipolazione di massa, gli intellettuali vengono integrati grazie a ingenti spese di public relations. All’estero il sistema pratica una politica di aggressione finalizzata alla supremazia globale, finanziata con immense spese militari e propagandata suscitando nella massa paura e nazionalismo; gestisce campi di concentramento e pratica una guerra senza confini in uno stato di crisi permanente che giustifica la frequente sospensione delle garanzie costituzionali. Narcotizzata dai sogni iperreali del marketing e dell’industria culturale (il benessere, la merce, la vita/pace/libertà, la guerra giusta contro il nemico maligno), la popolazione accetta di buon grado la sospensione dei diritti. Il parlamento è succube dell’esecutivo, l’astensionismo elettorale arriva al 50%; il dissenso è sottoposto al controllo della polizia e la protesta viene censurata dai mass media (viene chiamata «cancel culture», l’esclusione di chi dice cose sgradite). Per queste ragioni il nuovo sistema postdemocratico è più potente, più estensivo e invasivo dei totalitarismi storici; se ne differenzia perché è indipendente dalla personalità di un leader specifico e non è nato da una rivoluzione, non mobilita la massa ma la invita al disimpegno. Il libro venne scritto al tempo della «guerra al terrore», ma le cose non sono cambiate; se Wolin nel frattempo non fosse morto avrebbe visto nell’autunno del 2020 gli USA di Donald Trump sull’orlo del fascismo.

Beau tutto questo non può saperlo, cerca però di sottrarsi al potere totalitario che lo opprime: scappa dalla villa dei coniugi, si perde in un bosco e incontra una benevola guida che lo fa assistere a una rappresentazione teatrale. In una nuova allucinazione (stavolta liberatoria, perché gli permette di vivere il suo sogno proibito) Beau prende il posto del protagonista: un giovane incatenato, orfano di entrambi i genitori, che spezza materialmente la sua catena e dopo avere sofferto e vagato trova un villaggio accogliente, costruisce una casa, vive del suo lavoro di agricoltore, si sposa, ha tre figli. Un nubifragio biblico però lo strappa dal villaggio e lo deposita in una regione sconosciuta. Il divieto è così forte che Beau non può nemmeno sognare, deve lottare per recuperare finanche il sogno: per anni va alla ricerca della sua famiglia, cammina di villaggio in villaggio, viene scacciato e inseguito. Diventa vecchio e debole, non ha più un suo posto sulla terra. Un giorno, ormai vecchissimo e stremato, arriva a un villaggio che subito riconosce: è il suo, è riuscito a tornare. Spende gli ultimi soldi per assistere a uno spettacolo teatrale in cui tre giovani ascoltano da una narratrice il racconto della vita e delle peripezie di un uomo, la famiglia, il nubifragio, il suo girovagare fino al ritrovamento del villaggio e allo spettacolo nel bosco. Beau si alza allibito, si fa riconoscere, corre ad abbracciare i figli. In lacrime racconta loro della propria vita di dolore, della madre decapitata, di suo padre e suo nonno morti per lo stesso motivo che da sempre ha proibito a lui di unirsi a una donna. Alla risposta sconcertata dei figli («Come ci hai fatto nascere, allora?») Beau torna lentamente in sé: il sogno finisce, ha vinto il divieto. Beau non può più essere l’uomo del sogno e insieme quello della realtà. Riconosce che i figli sono stati partoriti dalla sua fantasia di impotente e torna a essere lo spettatore nel bosco, seduto in platea: solo, impaurito, umiliato, inseguito.

La catastrofe che spaventa Beau al punto da minacciare perfino il sogno di una vita felice, la paura che determina tutto il suo essere è la paura della morte. Lo veniamo a sapere nella scena dell’agnizione sopra descritta: a Beau bambino la madre raccontò che il padre morì la notte in cui egli venne concepito, al momento dell’orgasmo come già suo padre e suo nonno. Beau teme che l’amore lo farà morire, per questo può solo sognare di amare. Sa di avere causato la morte del padre e ancora oggi pensa a una bambina cui a quattordici anni, nel corso di una drammatica separazione, promise che l’avrebbe aspettata (ma già a lei aveva timidamente parlato della sua «malattia»). È impotente, è stato castrato da un’imprenditrice di successo, ricca, manipolatrice e avida di dominio: una madre che nel «diverso dire davanti al pubblico» (ἄλλως ἀγορεύω), dice gli Stati Uniti. Quando Beau arriva finalmente nella villa di sua madre e passa in rassegna la storia ecomiastica dell’azienda appesa per immagini sulle pareti, apprendiamo che è stata lei a costruire il quartiere di paura e di morte in cui vive Beau, apprendiamo che la holding vende anche servizi di sicurezza e psicofarmaci; scopriamo che le figure apparentemente amiche – lo psicoterapeuta, il medico che l’ha curato nella villa, la bambina-schermo che nel frattempo è adulta e lavora per l’azienda – stanno a insaputa di Beau dalla parte del potere che lo ha ingannato anche per mezzo dei media: perché sua madre in verità è viva e ha messo in scena la propria morte per indurlo a mettersi in viaggio.

Beau is afraid è un racconto sugli Stati Uniti e sulla democrazia globale, un’allegoria grottesca, fiabesca e apparentemente assurda. Parla per simboli come i miti dell’antichità, in cui un elemento poco appariscente apre un universo di significazioni. Fuggevoli sono le apparizioni del soldato pazzo, dell’adolescente che registra con il telefono, della cavigliera elettronica. Fuggevole è l’apparizione della telecamera che in casa dei coniugi osserva Beau costantemente senza che peraltro gliene venga sottaciuta l’esistenza; solo per pochi secondi vediamo che il video registrato dalla telecamera, fatto scorrere in avanti da Beau, annuncia già tutto il mortale seguito della storia. Consegnando agli spettatori le disperse tessere di un’immagine che preferiva non mostrare con chiarezza, Ari Aster ha raccontato uno stato di rovina: la volontà di controllo e di dominio, l’assolutizzazione della ragione economica, il potere totalizzante che inganna e manipola una popolazione di individui depressi o violenti, sconfitti, resi abulici dalla farmacologia con una vasta scelta di narcotici. Davanti a una libertà solo apparente, inibito perfino nel sognare, Beau lotta come può: troppo impaurito per voler sapere, troppo confuso dalle sue allucinazioni iperreali per liberarsi con un gesto decisivo. A ogni tentativo la madre sa come farlo ricadere nella paura, nella menzogna e nel delirio. Gli resta solo la fuga: slega di notte un motoscafo dal molo della villa, prende il largo sotto un cielo apparentemente benigno ma arriva nell’arena di un giudizio, viene processato e condannato. «Non voglio morire,» sono le sue ultime parole: ma è stata proprio la sua incapacità di morire qual è, per ritrovare il sogno perseguibile di una vita umana, a mantenerlo nella perversione di vita in cui verrà ucciso di fronte a una folla silenziosa e indifferente.

Tutte le immagini che accompagnano l’articolo sono tratte dal film di Ari Aster “Beau is Afraid” (Beau ha paura), 2023

[Nota: la parte su Wolin e la democrazia totalitaria è stata pubblicata nell’aprile 2022, in forma leggermente diversa, dalla rivista «Gli imperdonabili»]

Stefano Jorio

(1971) ha scritto di letteratura, cinema, politica e filosofia per L’Indiscreto, Micromega, Alfabeta2, Il Tascabile, l’Istituto Italiano Studi Filosofici, Gli Imperdonabili, pagina 99 e Liberazione. È stato traduttore e consulente di letteratura tedesca per Fazi e L’Orma. Ha pubblicato nel 2010 con minimum fax il romanzo “Radiazione”, il suo nuovo “Berlin Song” uscirà a novembre con Transeuropa. Vive da diversi anni a Berlino.

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