Corpo di frana. Sophie Ko

03/10/2023

‘Cosa restava in definitiva di una stella,
di un sole corteggiato da pianeti, asteroidi, mondi e meteoriti,
la cui luce si era accesa miliardi di anni fa?’
Christoph Ransmayr, Cox o Il corso del tempo

Una stella esplosa o un astro nascente, col cuore luminoso a forma di pentagono e cinque punte nere e azzurre disseminate nello spazio. Una forma geometrica ma non perfetta, che tradisce la mano di Sophie Ko.

Flashback

Depositarsi

È nel corso di una delle nostre conversazioni che Sophie fa riferimento a Ernst Jünger. Mi colpisce subito perché è difficile associare l’autore di Nelle tempeste d’acciaio o di Fuoco e sangue al lavoro e alla persona dell’artista. Il riferimento è tuttavia talmente preciso, prezioso e raro – il secondo e ultimo va a I quaderni di Malte Laurids Brigge di Rainer Maria Rilke – che, intuisco, c’è dell’altro. Si tratta de Il libro dell’orologio a polvere (Das Sanduhrbuch, 1954), un poderoso saggio scientifico sull’arte dell’orologeria, sugli orologi naturali e sulle resistenze ad abbandonarli a favore di quelli meccanici. Ma anche un saggio filosofico sulla natura del tempo. Almeno quattro delle sue qualità mi riportano all’opera di Sophie.

Il tempo si produce. Per Jünger gli orologi non sono semplici strumenti che  segnano il tempo ma macchine che lo producono. Prima dell’invenzione dell’orologio il tempo era stimato con approssimazione: “Che il giorno e la notte misurino ciascuno dodici ore è una finzione relativamente recente. Termini come tramonto, sera, mattina, pomeriggio definiscono unità di tempo fluide”. Ci si orientava guardando il sole o, di notte, le stelle, come quella caduta che ora ritroviamo in Prima che la notte cada. In un mondo in cui non esisteva la puntualità, nessuno era in affanno, nessuno in ritardo. Pare che a Tokyo ci fossero solo due orologi pubblici, uno alla posta e uno alla stazione, e che raramente coincidessero. E che, quando il cielo era coperto, i cinesi determinassero l’ora osservando le pupille dei gatti.

Il tempo si fa visibile. Nella clessidra, “serrata tra le sue aste metalliche come in una gabbia per grilli”, la polvere fluisce come un liquido in un imbuto nel recipiente superiore e come in un cono nel recipiente inferiore. E qui Jünger glissa un’osservazione illuminante che, sono certo, ha colpito anche Sophie: questa polvere che si ammonticchia nell’ampolla inferiore, istante dopo istante, è e sta là dove cade, “un segno consolante del fatto che il tempo si dilegua ma non svanisce. Cresce in profondità” – un tempo che cresce in profondità: non è un commento sensibile dell’opera di Sophie? Il tempo si deposita e, depositandosi, resta visibile anziché scomparire, simile alla polvere in una natura morta o in una vanitas piuttosto che alla stratificazione geologica.

Il tempo si fa quieto. Lo scorrere della sabbia è silenzioso e accompagna il flusso di pensieri che vagano nella nostra mente. Emana un senso di pace, un’esistenza che scorre calmamente, uno stato contemplativo storicamente associato allo studio erudito e all’intimità domestica. Perché “all’epoca degli orologi a polvere tutti avevano più tempo di oggi che siamo accerchiati dagli orologi”, e più questi si moltiplicano più il tempo scarseggia; “così è nelle metropoli, negli aeroporti, davanti all’entrata delle stazioni”. Non a caso in quei “rifugi del pensiero” che sono gli eremi non servono orologi. In un libro che rigurgita di illustrazioni scientifiche, Jünger si riferisce a due opere di Dürer – la Melancholia e San Gerolamo nello studio (entrambe 1514) – dove la sabbia è a metà del suo corso, segno di un tempo fluido che scorre, non raggelato in un istante. In parte passato in parte futuro, questo tempo è assieme ricordo e promessa.

Il tempo si fa approssimativo. Sfregandosi gli uni contro gli altri, i granelli di sabbia dentro la clessidra si levigano e, con l’usura, scorrono più rapidamente attraverso la strozzatura, mangiando un secondo dietro l’altro. Una variabilità del tempo misurato che Jünger associa a un tratto saturnino, proprio anche all’esistenza umana in cui, invecchiando, gli anni passano sempre più velocemente. Per far fronte a questo problema i trattati di orologeria consigliavano come raccogliere la polvere di marmo, come lavarla, cuocerla in padella, bollirla nel vino diverse volte, asciugarla al sole. Un tempo attendibile va cucinato, come se ci fosse un tempo crudo e un tempo cotto, e il primo fosse estraneo alla sfera umana.

Sophie Ko, Il cuore di una stella, 2023. Pigmento puro, frammenti di ali di farfalla, ceneri di immagini bruciate, 180×154 cm. Courtesy l’artista e Renata Fabbri. Ph. Mattia Mognetti.

Fluire

Capisco meglio perché a Sophie interessi questo libro di Jünger, incentrato sugli orologi elementari come li chiamò Domenico Martinelli in un trattato pubblicato a Venezia nel 1669, il cui titolo integrale recita: Horologi elementari fatti con l’Acqua, con la Terra, con l’Aria, con il Fuoco, alcuni muti, e alcuni col suono. Tutti facili e molto comodi.

Jünger è attento a distinguere l’azione di questi elementi; mi limito a evocare due punti. Anzitutto, l’orologio solare è indipendente dall’uomo e dalla sua techne: funziona con la luce irradiata e il corso delle ombre. Apocalitticamente, Jünger immagina l’ombra di un obelisco seguire le orbite e le rivoluzioni di una Terra in cui non c’è più traccia di esseri viventi. Rispetto a tale misuratore cosmico, gli orologi ad acqua e a sabbia sono strumenti tellurici che funzionano con la gravità e il peso della materia. Si possono utilizzare anche quando il cielo è coperto e, regolando la sabbia, facilitano la misura del tempo. Per questo le clessidre stabilivano la durata dei discorsi in tribunale o delle preghiere, per questo scandivano la vita in convento. La lezione, la predica, l’orazione, il turno di guardia, i battiti del polso, il tempo di cottura di un uovo… tanti sono i suoi impieghi, senza dimenticare la storia dell’astronomia e della navigazione che interessa Sophie. La barca è fatta di legno proveniente dalla terra, si orienta in acqua osservando le stelle e spostandosi grazie all’aria che soffia nelle vele – un condensato di elementi in azione.

Gli orologi elementari, è il secondo punto, si distinguono da quelli cosmici. Questi ultimi seguono un movimento ciclico, quello delle rivoluzioni celesti, e misurano il tempo in moti circolari; i primi seguono un movimento lineare o progressivo, perché la materia fluisce, scorre, scivola da un punto a un altro. Ne derivano due visioni del mondo opposte: negli orologi cosmici il tempo ritorna. Cosa ritorna nel tempo ciclico? “In primo luogo il sole stesso, con tutte le altre stelle: una antica paura dell’uomo, una delle ragioni che spiegano i sacrifici, è che esso possa non ritornare, inghiottito dalle tenebre. Ritornano quindi le feste” – e con le feste le processioni, la caccia e la pesca, la semina e il raccolto, la fecondazione e la fioritura, l’alta e la bassa marea… Il tempo progressivo invece è un tempo uniforme.

Ci risiamo: da una parte c’è il ricordo (il tempo cosmico), dall’altra la speranza (il tempo lineare) – e se il ritorno “viene determinato da forze estranee al nostro mondo, la speranza […] è umana e terrena, è un segno d’imperfezione”. Provo a immaginare le Geografie temporali di Sophie prese tra queste due forze.

Sophie Ko, Geografia temporale. Una stella, frammento IV, 2023. Pigmento puro, frammenti di ali di farfalla, ceneri di immagini bruciate, 96×150 cm. Courtesy l’artista e Renata Fabbri. Ph. Mattia Mognetti.

Ticchettare

Ora, col movimento a scatti delle lancette dell’orologio entriamo in un tempo che non è più né cosmico né elementare, in un ritmo sconosciuto alla natura, soggetto ormai a impulsi meccanici, vicino al mondo delle macchine e degli automi.

Negli orologi elementari il tempo era misurato tramite “movimenti continui e scorrevoli; l’ombra si sposta, l’acqua sgocciola, la sabbia ‘scorre’, la candela si accorcia sciogliendosi, la fiamma arde nel lucignolo. […] Il tempo rimane pur sempre tempo che scorre, fluisce, stilla, svanisce”. Negli orologi a ingranaggi, invece, i movimenti diventano uniformi, periodici, intercambiabili.

Né terreno né astronomico, né tellurico né cosmico, il tempo diventa astratto o intellettuale. “Non è un tempo che ci venga offerto in dono, come la luce del sole o gli elementi naturali, ma un tempo che l’uomo elargisce a se stesso e di cui dispone”. Un tempo addomesticato, imprigionato nei congegni a orologeria. Rispetto alla clessidra, siamo entrati in un nuova fase della civiltà umana, quella segnata dal progresso. Col suo ticchettio, l’orologio meccanico scandisce il tempo del lavoro; con le sue sirene chiama gli operai in fabbrica; con la meccanica monotona del cronometro fa dello sport la continuazione del lavoro; col suo stillicidio ci tiene svegli e ci rende insonni. La tabella di marcia del lavoro automatizzato scolpisce un’unità di misura astratta,

e il tempo misurato con l’orologio è una delle astrazioni più importanti fra quelle che caratterizzano il nostro mondo: è un tempo ‘derivato’, un distillato. È evidente che, in quanto tale, esso costituisce il presupposto della nostra esistenza storica. Non è solo denaro, come afferma l’ingenuo proverbio americano, ma essenza, ciò che lo rende ben più indispensabile.

Il cacciatore, il pescatore, il contadino erano estranei all’orizzonte del tempo misurabile, astratto. Il loro era un tempo concreto, perché scandito dalle attività che svolgevano. Ciascuna di esse definiva le ore e il loro valore, mentre la maggior parte delle nostre occupazioni è regolata da orari, scandita dall’orologio.

Che esistano dei rifugi da tale astrazione temporale? Che le Geografie temporali offrano un’arte del tempo concreto?

Sophie Ko, Una barca, 2023. Bronzo, 26x18x8 cm, 28x33x8 cm, 27x33x9 cm (da sinistra a destra) Courtesy l’artista e Renata Fabbri. Ph. Mattia Mognetti.

Perpetuare

Chiudo Jünger, inclusi i suoi strali contro la tecnica e l’automatismo per dimostrare che siamo diventati poveri di tempo. Lo chiudo con l’idea che se Sophie non realizza né orologi cosmici, né orologi elementari come le clessidre, né orologi meccanici, che se nessuno sincronizzerebbe il suo orologio o misurerebbe il tempo osservando le sue Geografie temporali, resta una corrispondenza con questi misuratori di tempo.

E a questo punto dovrei lasciare uno spazio bianco di alcune righe, perché qui mi ero fermato prima d’imbattermi in un altro romanzo tedesco sugli orologi, Cox o Il corso del tempo (2016) di Christoph Ransmayr. Due i protagonisti: Qiánlóng, imperatore della Cina, presenza invisibile rinchiusa nella Città proibita, discreta (il suo trono è sempre vuoto, il suo volto coperto da un ventaglio) quanto onniveggente. Accompagnato da concubine (l’imperatore, quello vero della dinastia Qīng, ne ebbe tremila) che con un solo sguardo fanno invaghire gli ospiti occidentali, raffinato cultore di poesia e mecenate, è anche lo spietato governatore che dispone della vita e della morte dei suoi sudditi. Alister Cox, orologiaio, costruttore di automi e di sofisticate creature meccaniche, personaggio di finzione che porta il cognome del celebre orologiaio inglese del XVIII secolo.

Coi suoi tre aiutanti Cox s’imbarca su una nave piena di orologi che, da Londra, lo conduce alla Città proibita dove il Signore dei diecimila anni custodisce il Padiglione degli Orologi (che esiste per davvero). A unire due uomini così lontani è quell’“arte di creare mulini per seguire il corso del tempo”.

“Come passa in fretta il tempo”: sono queste le prime parole che l’imperatore rivolge a Cox, accompagnate dalla velata richiesta di costruire un orologio che misuri la diversa percezione del tempo di ogni essere umano, che si tratti di un amante o di un condannato a morte. Un fluire lento o impetuoso, sospeso o concitato a seconda che sia percepito da un bambino o da un moribondo, da chi è dedito al gioco che lo sottrae dalla morsa del tempo o da chi conta alla rovescia le ore che gli restano da vivere. Fedele alla tradizione degli orologi naturali, Cox inventa macchine del tempo azionate dal respiro e dal vento, dal fuoco, dalla brace e dalla cenere – come la cenere delle immagini bruciate utilizzata da Sophie. Alcuni ricordano orologi veri di cui ci resta solo la descrizione. Penso ai meccanismi idraulici di Ctesibio e del suo allievo Erone ad Alessandria nel II sec. a.C,. descritti da Vitruvio: “Un Cupido appoggiato alla colonna versava lacrime, come se piangesse il tempo sottratto all’amore”, ricorda Jünger. O a quell’orologio nella piazza della sua città descritto da Procopio di Gaza che “culminava in una testa di Gorgone in bronzo, che allo scadere di ogni ora cominciava a roteare gli occhi”.

Dopo aver tergiversato, l’imperatore formula finalmente il suo desiderio più recondito e folle:

un meccanismo d’orologio in grado di misurare i secondi, gli istanti, i millenni e ancora di più, gli eoni dell’eternità, e le cui ruote dentate avrebbero girato ancora quando i suoi costruttori e tutti i loro discendenti avessero abbandonato da tempo la faccia della terra. Un orologio che batteva al di fuori del tempo umano, verso lo spazio siderale, senza mai fermarsi, e i cui confini stessero solo nella durata e nel mistero della materia.

La clessidra, Qiánlóng e Cox lo sanno bene, ha un problema strutturale: va girata. Si possono aumentare le dimensioni dell’ampolla e ridurre il flusso della sabbia, come quelle clessidre che duravano un giorno intero ricordate da Jünger; si possono costruire clessidre che, con dispositivi azionati da sfere mobili, si capovolgano automaticamente. Ma inesaudito resta il sogno di Qiánlóng e di Cox: quello del perpetuum mobile, dell’orologio senza tempo, un ingranaggio che gira e gira e a forza di girare esce dal tempo per accarezzare l’eternità. Qiánlóng lo vorrebbe per sé nella Città proibita, Cox lo vorrebbe per la lapide della figlia deceduta a cinque anni.

Quale sarà la sua forza propulsiva? Cox sceglie finalmente il mercurio, dilatato e mosso dalle differenze di pressione dell’aria. Un orologio atmosferico che seguirà il capriccioso alternarsi del bello e del cattivo tempo e batterà “le sue ore dall’interno del tempo in direzione dell’atemporalità”.

Exploit impareggiabile e sortilegio diabolico, opera sublime di magia e di tecnologia, è il compimento dell’arte dell’orologeria ma anche il funerale dell’orologiaio. “Lo costruiamo in modo tale che non abbia più bisogno dell’uomo. Di nessuno. Nemmeno di noi”, così Cox esorta i suoi assistenti. Che, senza rendersene conto, stia mettendo a repentaglio la sua esistenza? Un orologio che rintocca la vita dei nati e dei non nati, e che, fermandosi, decreterà la fine del tempo: non c’è il rischio che tale diavoleria sia presa dall’imperatore come una minaccia al suo potere, al suo regno e alla sua persona? Come uscire vincenti dalla sfida con l’eternità?

Sophie Ko, Geografia temporale. Una stella, frammento V, 2023. Pigmento puro, frammenti di ali di farfalla, ceneri di immagini bruciate, 91×233 cm. Courtesy l’artista e Renata Fabbri. Ph. Mattia Mognetti.

Desiderare

Una stella esplosa o un astro nascente, col cuore luminoso a forma di pentagono e cinque punte nere e azzurre disseminate nello spazio. Una forma geometrica ma non perfetta, che tradisce la mano di Sophie Ko.

Ripresa

Sophie conosce i rischi di chi vuole fare del tempo la sua sostanza, di chi vuole mapparlo con le cromie delle sue geografie. Disporre il pigmento colorato senza leganti, metterlo sotto vetro, incorniciarlo assieme ad ali di farfalla e immediatamente sospendere il gesto, non fissar nulla. E adesso? Lasciare che l’opera si apra al tempo generando le sue increspature, le sue scheggiature come quelle del corpo celeste ora in Prima che la notte cada. Lasciare che l’opera si apra all’astronomico, come se fosse un astro nascente o una stella esplosa nella galassia, ma anche al geologico come se fosse un corpo di frana. Lasciare che il tempo sia mostrato e non solo subìto dalle immagini. Lasciare che, al di là delle clessidre e del moto continuo, il tempo si apra al desiderio.

E “al desiderio non si deve rinunciare mai”, scrive Rilke in un passaggio de I quaderni di Malte Laurids Brigge che Sophie mi legge quando della mostra non ci sono ancora le opere. A seconda di come si intende il prefisso, de-siderare ha una doppia etimologia e indica il fissare attentamente le stelle o il distogliere lo sguardo dalle stelle. L’opposizione è solo apparente. La stella polare guida il nostro cammino attraverso la notte, la stella cadente sollecita i nostri desideri. Allo stesso modo Sophie fabbrica stelle ma confessa di essere attratta dal suolo e di camminare spesso a testa bassa, alla ricerca di foglie cadute e forse anche di tracce celesti.

Sporgersi nella notte – così recitava il titolo della personale di Sophie Ko nel 2018 – ma fermarsi prima che la notte cada. Restare nella tensione dell’attesa, una tensione per cui non sembrano esserci segnatempo.

Sophie Ko, Prima che la notte cada, 2023. Stampa Giclée, inchiostro a base di pigmenti su carta in cotone puro montato su Dibond, 54×74 cm. Courtesy l’artista e Renata Fabbri. Ph. Mattia Mognetti.

Sophie Ko. Prima che la notte cada
Galleria Renata Fabbri, Milano
27 settembre – 18 novembre 2023

NOTE

Ernst Jünger, Il libro dell’orologio a polvere [1954], tr. it. e note di Alvise La Rocca e Giancarlo Russo, Adelphi, Milano 1994
Christoph Ransmayr, Cox o Il corso del tempo [2016], tr. it. Margherita Carbonaro, Feltrinelli, Milano 2018

In copertina: Sophie Ko, Il cuore di una stella, 2023. Pigmento puro, frammenti di ali di farfalla, ceneri di immagini bruciate (dettaglio). Courtesy l’artista e Renata Fabbri. Ph. Mattia Mognetti.

Riccardo Venturi

insegna Teoria e storia dell'arte all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.

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