Fassbinder e le realtà parallele

08/09/2023

Ho sognato di leggere nel dormiveglia un libro di Pessoa. Mi ricordo di aver fatto scorrere lo sguardo su questa frase:  “E se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa?” Parto da questa visione, che sovrappone il sogno, la letteratura e la vita stessa. La metto in relazione con la trama di Il mondo sul filo (1973), di Rainer Werner Fassbinder, dove l’attività onirica, il “sogno” a occhi aperti e la vita in una altra dimensione – intesi come proiezioni verso il futuro o come previsioni – sono paragonabili alla creazione di altre possibilità e esistenze parallele, rese possibili attraverso Simulacron, un dispositivo tecnologico pensato e visualizzato in simultanea nel presente, come è narrato nel romanzo scritto da Daniel Francis Galouye nel 1964.

Una buona coordinazione di parole (o circuiti informatici) che intreccia immagini, suoni, odori, sapori ed esperienze tattili nella trama di un racconto e l’invenzione di nuove idee possono creare altre possibilità potenziali del mondo, o perlomeno altre possibili interpretazioni e figurazioni del mondo.  Simulacron e la sua realtà virtuale, a prescindere dal tessuto particolare e dalla costituzione di qualsiasi sua rappresentazione, è in qualche modo paragonabile a un mondo onirico o a una dimensione parallela, anche se la programmazione attraverso il computer e le sue aperture sono più interessate a poter prevedere qualcosa che potrebbe accadere in futuro così da poter sfruttare al meglio, e in anticipo sui tempi, ogni potenziale di guadagno economico. E questa è la parte che riguarda coloro che si approcciano alla vita, reale o parallela, solo per sfruttare le occasioni secondo le ottiche dell’economia e del consumismo. Ma per quanto riguarda il dispositivo che simula o ricrea un altro tipo di vita, quale utilizzo potrebbe facilitare un esercizio filosofico nelle persone reali o nei loro avatar?  Quale è la divinità in grado di far credere di esistere alle creature individuali che presumono di vivere realmente? Per Berkeley non ci sarebbe un mondo se non ci fosse un Dio in grado di sognarlo incessantemente. E dall’altro lato non esisterebbe Dio se non ci fosse qualcuno in grado di sognare la sua esistenza? Secondo Spinoza, Dio ha bisogno delle persone e del loro amore intellettuale per potersi percepire e riamare completamente. L’idea di una vita intesa come un lungo sogno ha origini antiche, è una sensazione che ha raggiunto sempre la camera del dubbio che ospita i pensieri umani. L’esistenza agisce a prescindere che vi sia qualcuno o qualcosa in grado di sognarla? Ogni individuo è dunque nella misura in cui è sognato da qualcun altro?

E quale è invece il meccanismo che fa scattare la presa di coscienza alle persone (e anche ai doppi ologrammatici con coscienza, come quelli presenti in Blade Runner 2049) e che fa cogliere le presenze dell’assurdità e l’ipotesi che buona parte del mondo sia facilmente sostituibile dalla finzione o dalle promesse ingannevoli? Sia le interpretazioni dei filosofi, sempre in divenire e in metamorfosi, sia le finzioni immaginate da scrittori, poeti e artisti, hanno tentato di rendere tangibili anche aspetti di un ipotetico mondo reale, che può non essere necessariamente percepito o visto.  Chi non ha potuto fare a meno di escogitare spiegazioni che vadano oltre l’esperienza più immediata e realistica si è trovato a un certo punto ad aver a che fare con le insidie proposte dai dubbi e dalle domande aperte.

Con Il mondo sul filo Fassbinder presagì ciò che sta prendendo sempre più corpo nel nostro periodo storico, prendendo in esame la messa in crisi della credenza dogmatica di ogni individuo, persuaso che sia un essere unico e autentico, inimitabile. Nel 1973 la società del controllo macchinico e della realtà virtuale aumentata non aveva ancora mostrato i suoi tentacoli a livello globale, sebbene il sistema militare americano fosse già in possesso di molte tecnologie simili a quelle che ora sono in azione sviluppate ed evolute all’ennesima potenza. Eppure il regista tedesco e lo scrittore di fantascienza statunitense immaginarono un universo segnato dalla fisica quantistica e della relatività, dove la presunta realtà in cui crediamo di vivere non è l’unica esistente e dove le simulazioni tecnologiche che creano altre situazioni attraverso la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale paiono più vere del vero, così che paradossalmente molte persone confondono l’una con l’altra, sovrappongono ricordi, esperienze, fatti accaduti. Nel film, per mezzo di un avveniristico sistema di realtà virtuale denominato Simulacron viene riprodotta la vita di una comunità di individui, che rispecchia la realtà stessa. Il sistema fa in modo che anche gli abitanti virtuali siano convinti di essere vivi. Nel mondo reale, intanto, lo scienziato che era a capo del progetto muore misteriosamente, dopo aver confidato a un suo collega di essere a conoscenza di elementi che potrebbero rivelare scomodi segreti. Il programma allora viene affidato a Fred Stiller, il collaboratore dello scienziato defunto. Già dai primi giorni del suo nuovo incarico, il nuovo responsabile delle ricerche comincia a essere vittima di strani avvenimenti.  Persone scompaiono improvvisamente, ma nessuno sembra accorgersene o serbarne il ricordo, a parte lui, che però con l’andare del tempo comincia a soffrire di forti emicranie. Per il protagonista principale della storia sarà solo l’inizio di un percorso che lo vedrà al centro di un complotto ordito dai suoi stessi superiori e dai loschi uomini d’affari.

Uno dei temi più interessanti indagati da Fassbinder nel film si fonda infatti sul legame della politica con l’industria e i lobbisti. La tecnologia informatica e la creazione di altre realtà e modelli comportamentali simili a quello che pensiamo di vivere nel nostro quotidiano servivano e continuano a servire alla società del controllo per ottenere informazioni, dati utili per creare nuovi guadagni e per rafforzare gli obiettivi di chi sta detenendo il potere. Come è noto, la creazione del cyberspazio (e ora del metaverso) è servita per vendere nuovi e ulteriori spazi, entro cui la ricerca di mercato è stato un mezzo pratico per generare informazioni per l’analisi del comportamento umano. In Il mondo sul filo il macchinico sostituisce tutto, la tecnologia facilita la ricerca di mercato, i presunti individui reali sono cavie il cui comportamento funge alla stessa maniera dell’attuale machine learning: è possibile programmare, manipolare il comportamento delle persone e dei loro simulacri con le conoscenze che vengono sviluppate nel sistema di simulazione. Si plasma il comportamento e si fa lavorare la macchina, per esempio per raccogliere informazioni aggiornate o preferenze in ambito politico. Il sistema tecnologico è elemento di congiunzione tra le fasi di analisi e di sintesi, così che alla fine non c’è più bisogno nemmeno di persone reali, poiché nella ricerca di mercato tutto viene automatizzato e si tiene costantemente sotto osservazione le realtà parallele.

Simulacron è un sistema in grado di creare raddoppiamenti del mondo, capace di alterare la nozione tradizionale di spazio, tempo e identità fisica. All’inizio degli anni Settanta, la società era lontana dalla diffusione del digitale come avrebbe preso corpo in seguito, dalla informazione compressa nella quale gli individui del mondo globalizzato sono schiacciati entro flussi di dati cibernetici che affollano la quotidianità. Ora l’empatia e l’egoismo, la falsità e il dato concreto si confondono, le notizie di rilevanza più ampia hanno la stessa autonomia dei flussi di pensiero individuali. Pubblico e privato, tutto si altera senza soluzione di continuità. Il concetto di privacy viene rinegoziato continuamente. Nella trama del romanzo e del film, la fisicità e la sensazione di esistere fisicamente anche in un’altra realtà è resa tangibile anche attraverso il dispositivo di simulazione virtuale. La comunicazione tra le varie realtà avviene grazie ad apposite persone in grado di passare da una realtà all’altra perché dipendenti del potere.

Fassbinder ha chiesto ai suoi attori di recitare come se i personaggi avessero un modo di fare totalmente straniato, come se incarnassero una forma di merce sottoposta all’alienazione del XX secolo. Si comprende alla fine perché la maggior parte dei personaggi sia strana, incoerente, a volte incantata, con gli sguardi altrove. A noi sembra di assistere alla trama che si svolge in un determinato luogo reale e invece probabilmente quello che stiamo vedendo è vissuto in un mondo parallelo, quello macchinico del Simulacron. Fassbinder traduce formalmente questo stato di ambiguità attraverso piano-sequenze stranianti, che si affidano alle immagini deformanti degli specchi, presenti in tutti gli interni, così che i personaggi appaiano sotto luci diverse, raddoppiati o moltiplicati. Il gioco delle riflessioni è una prima pista da seguire per cercare di comprendere cosa stia accadendo veramente nella complessità del racconto. Realtà parallele e specchi del presunto reale sono anche metafore del cinema stesso, che è una illusione, contenitore di storie in bilico tra ciò che è vita e ciò che non lo è, ma che è in grado a volte di destrutturare ogni certezza accumulata dallo spettatore e a volte a ricreare una convincente aderenza con la realtà[1].

Nel film gli oscuri uomini del potere si chiedono se i prodotti del Simulacron (i doppi o le copie) possano essere migliori e più performanti degli originali, secondo i programmi sempre più performativi del capitalismo tecnologico.  I simulacri di Fassbinder apparentemente cercano di rivaleggiare col creatore delle trame – che sia un essere immanente o un programma computerizzato – ma alla fine sono segni di assenza, di condanna, di manipolazione, sono come ologrammi che trascolorano in vite parallele, dentro l’ambiguità di un mondo al confine tra due possibilità[2]. I personaggi di questa trama appartengono alla stessa genia presente negli altri film di Fassbinder, sono marionette inermi dagli sguardi persi nel vuoto, ma mosse da marionettisti tecnologici dentro le storie programmate a priori, all’interno di una fatalità straziante, dove i capitalisti soggiogano come sempre i loro sottoposti.

Nella scena della fucilazione finale, quando Stiller è in piedi sull’auto, Fassbinder fa in modo che risulti una breve scena insoddisfacente, che lasci aperte molte domande. Come nel finale del libro di Galouye anche nella versione di Fassbinder rimane il dubbio se quel mondo sia quello vero o altro. Il protagonista sta in due luoghi contemporaneamente: sulla capotte dell’auto, morto crivellato; nella stanza con le serrande abbassate, con i tendaggi blu alle finestre chiuse, apparentemente vivo e con Eva. Stille indossa un anonimo e trasandato pullover grigio, e si muove in modo goffo. Vorrebbe aprire le finestre per vedere come è fatta fuori la nuova realtà. Ma non riesce. Ogni spettatore, mentre vede Stiller chiuso dentro un’altra prigione si chiede: E ora che cosa accade? In quale mondo è andato a finire? È ancora un’altra dimensione illusoria? E guardando quella vita immaginata nella fiction ci chiediamo: noi in quale realtà stiamo esistendo?

Poi, nel film, le persiane elettriche si alzano, e così Stiller corre per la stanza e guarda fuori attraverso i vetri delle finestre. Fassbinder non ci mostra ciò che c’è fuori, ovvero quello che vede Stiller. L’uomo guarda eccitato da ogni finestra, abbraccia Eva, la stringe, la bacia calorosamente, e rotola con lei sul pavimento affermando: “Io esisto”, “ora sono vivo, prima ero solo un’informazione in un computer, mentre ora sono una persona reale”. Ma l’ultima immagine del film prima della fine mostra ancora il corpo crivellato, visto dall’alto, morto e adagiato sul tetto dell’auto. La nuova realtà non è affatto diversa da quella che è stata lasciata? È ancora quella di una grigia città tedesca? Nel romanzo di Galouye, il protagonista scopre che il mondo reale è in realtà più grigio e meno emozionante del mondo simulato da cui viene. Non si tratta della rivelazione di un mondo futurista, bensì di una incredibile normalità. La rappresentazione che Fassbinder fa del mondo reale rivelato nella scena finale è molto interessante, perché non è tipica della fantascienza, e inocula in tutti gli spettatori il dubbio che forse anche noi viviamo in una realtà simulata che ci ha obnubilato la coscienza[3]. La enigmatica sequenza finale del film apre altri mondi entro cui soffermarsi per indagare numerose questioni che fino alla chiosa del racconto sono rimaste oscure.

Tutte le immagini che accompagnano l’articolo sono tratte dal film Il mondo sul filo, di Rainer Werner Fassbinder (1973)


[1] Non è improbabile che i fratelli Wachowski, nel realizzare Matrix, abbiano ripreso dal film di Fassbinder l’uso delle cabine telefoniche come sistema di trasporto da una realtà all’altra, dove i protagonisti si ritrovano a viaggiare nel mondo virtuale, fatto a immagine di quello reale.

[2] Forse Il mondo sul filo s’ispira anche al film di Jean-Luc Godard, Agente Lemmy Caution: missione Alphaville (1965), dove i computer limitano la creatività degli abitanti di Alpha 60, nucleo abitativo di un’altra galassia, impedendo loro di uscire dalla prigione invisibile in cui sono rinchiusi.

[3] Nel 1973 Fassbinder aveva già realizzato una decina di opere cinematografiche. Il mondo sul filo (Welt am Draht) adattamento basato sul romanzo Simulacron 3 di Daniel Francis Galouye del 1964 e girato in 16mm, venne prodotto come miniserie e trasmesso in due puntate dalla tv tedesca WDR. Il film fu trasmesso in Italia nel settembre del 1979.

Mauro Zanchi

è critico d’arte, curatore e saggista. Dirige il museo temporaneo BACO (Base Arte Contemporanea Odierna), a Bergamo, dal 2011. Suoi saggi e testi critici sono apparsi in varie pubblicazioni edite, tra le altre, da Giunti, Silvana Editoriale, Electa, Mousse, CURA, Skinnerboox, Moretti & Vitali e Corriere della Sera. Scrive per Art e Dossier, Doppiozero e Atpdiary.

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