Piero Manzoni in odore di santità

20/07/2023

La più illuminante definizione della scatoletta Merda d’artista di Piero Manzoni è rinvenibile all’interno del film-documentario che Mario Martone nel 1993 dedicò a Lucio Amelio, dal titolo Lucio Amelio. Terrae Motus, e girato appena in tempo prima della scomparsa del leggendario gallerista. A un certo punto del filmato, Lucio Amelio, parlando d’arte e di morte, va a prendere l’opera di Piero Manzoni. Nel presentare la scatoletta, tenendola in mano, dopo aver sottolineato la morte dell’artista all’età cristica di 33 anni, senza infingimenti e in una lingua d’Averno (sono i momenti in cui la lingua napoletana svela la sua familiarità  con le tenebre), definisce «una scultura» la scatoletta, «tomba» la sua condizione, e «corpo» il suo contenuto (ci sono 30 grammi di merda, e sono 30 grammi del corpo dell’artista – precisa Lucio Amelio, con una risonanza, nel volto emaciato e già quasi sfinito per il sigillo finale, che non può non lasciarci attoniti e riverenti). Questa scatoletta, scultura, è il sepolcro dell’artista, e custodisce un pezzo del corpo dell’artista. Scultura, scultura e reliquia.

In primo luogo è una scultura, frutto di necessità e urgenza, di travaglio, suscitata da impellente e incontenibile impulso creativo, costata sforzo, pena, lamenti, scaturita dall’intimo e dalle viscere dell’artista, letteralmente dalla sua profonda e segreta intimità, con spinta insopprimibile e gravosa; e non a caso un sentimento di liberazione, sgravio, un respirare lungo e fiero, dopo l’apnea e la sospensione, saranno seguiti all’evento e a tale torcersi dell’animo. In primo luogo è una scultura, in cui tutti i cerimoniali, la tremenda serietà dell’infanzia, nel fare la cacca, sono messi in atto e ripristinati, tranne la presenza incalcolabile delle carezze e degli incoraggiamenti materni.

Dunque scultura solenne, ma anche reliquia, secondo la favolosa tradizione cattolica e mediterranea. Reliquia mirabile e venerabile.

La merda di Piero Manzoni rientra in tutto e per tutto nella specie delle reliquie, e della devozione che vi si lega, la sua stessa preziosità e ostentazione in bacheche e tabernacoli di musei e luoghi di culto e templi dell’arte ne confermano lo statuto d’ossequio e venerazione, non diversamente dal sangue di San Gennaro o dalla pelle di san Bartolomeo. La sua stessa realtà moltiplicata (in 90 esemplari) risponde alle esigenze e alla storia della devozione, ai bisogni dei santuari e dei fedeli, che comunque solo in parte e sempre meno può esaudire per le tante richieste e contese che, per il suo alto valore e prestigio, suscita.

Ma soprattutto è la sua sostanza, al di là dell’agiografia, che rientra perfettamente nella storia e nelle virtù del traffico e del culto delle reliquie. Senza bisogno di ricorrere, per la legittimazione, alle reliquie cosiddette regali, quali i frammenti della croce (con il fenomeno connesso della reintegrazione del legno per supplire alle troppe richieste, per cui se ne potevano staccare tutti i pezzetti che si voleva e la croce restava integra) o i chiodi o la corona di spine (per la custodia della quale è stata eretta la Sainte-Chapelle) e le tante spine disseminate tra Andria, Roma e Predappio, è sufficiente richiamare alla memoria, per identità di classe, quelle invereconde, raccapriccianti, ma umanissime, legate a corpo e visceri, quali il prepuzio di Gesù Cristo (conservato a Calcata fino al momento del suo trafugamento) o le varie gocce di sangue, tra Mantova e Bruges, scaturite dalla lancia di Longino (a Padova se ne conserva un batuffolo impregnato), o i capelli di Maria, sparsi dappertutto, o la crosticina dal latte del suo seno, o il dito di San Giovanni, o la porzione di sterco dell’asino sul quale Gesù entrò a Gerusalemme (reliquia preziosissima, custodita a Colonia e che inaugura la tradizione stercoraria), o il dente di Santa Apollonia, il molare di San Nicola, un pezzo della lingua di San Biagio, e la falange di San Rocco. E in questo sommario elenco mi sentirei di aggiungere anche il pezzetto di pane di Fra Cristoforo (si tratta del famoso «pane del perdono»), custodito in una scatoletta di legno ordinario e consegnato, alla fine dei Promessi Sposi, come reliquia a Lucia (la memoria scolastica può fare di questi scherzi e di queste vendette, tanto più trattandosi per Piero Manzoni anche di ingombrante omonimo e antenato, oltre che di indigesta cronaca milanese). Al riguardo, al retro del manifesto-omaggio stampato dalla Galleria Schwarz nel febbraio 1964, a un anno dalla morte di Piero Manzoni, con raccolti saluti e testimonianze commosse di amici e artisti e critici, proprio Arturo Schwarz scriverà che «se i Manzoni saranno ricordati, non credo sarà di certo per merito dell’Alessandro, autore del romanzo più servile e anonimo dell’ottocento, piuttosto sarà grazie alle rare qualità di Piero Manzoni». La divertita polemica era già in atto.

Francesco Gonin, illustrazione per l’edizione del 1840 dei Promessi sposi, Cap. XXXVI: Il pane del perdono.

Per quanto riguarda poi precedenti nella storia dell’arte è sufficiente ricordare il Merzbau di Kurt Schwitters con la raccolta e custodia religiosa, in nicchie e tabernacoli, di reliquie di amici (loro mozziconi di sigarette, unghie, ciocche di capelli, pezzi di matite ecc.) compreso il flacone d’urina dell’autore stesso.

Dunque la merda di Piero Manzoni (come il suo fiato, alito, o le ampolle di sangue progettate), per forma e accidenti, rientra in pieno in questa costellazione strabiliante, senza alcun tema di blasfemia e sacrilegio, se si rispetta la tradizione.  Reliquia, presto ricca di devozione intellettuale, in scatoletta di tonno  o da carne Manzotin «apri e gusta», con tutti i crismi santificatori dei tempi e della merce per presentarsi comunque come valore numinoso (il prezzo fissato da Manzoni stesso nel corrispondente del valore in oro al momento di eventuale transizione o mercificazione – dunque 30 grammi d’oro – ne fissa simbolicamente lo splendore – e le successive speculazioni e dismisure di valore appartengono alla speculazione devozionale e al fatto che ogni reliquia può cadere in mano di avidi e furbi commercianti). Inoltre, come detto, opera che ha richiesto una passione (sforzo, crampi, contorcimenti di viscere, vergogna, intimità, richiesta di grazia, liberazione e perdita).

Locandina della mostra di Manzoni alla Galleria Schwarz, Milano 1-7 febbraio 1964

Davanti a quale specie di reliquia ci troviamo? Direi, senza ombra di dubbio e con tutto il rispetto dovuto, davanti a una reliquia di speciei corpus Christi. Ancora una volta è Lucio Amelio a suggerirlo, con tremenda serietà e con una suggestione di ordine superiore e oltraggioso, nel momento in cui non solo ci ricorda la morte di Manzoni a 33 anni, ma presenta la scatoletta dicendo «questo è il corpo dell’artista», così come un officiante che rivolto al fedele, sollevando il pane dell’ostia, dica: «questo è il corpo di Cristo». L’immagine dell’artista in veste di Cristo non abbisogna di rammemorazione per quanto frequentata in infinite declinazioni, da Dürer a Gauguin, solo per fare due nomi.

Ma attenzione, perché la reliquia del Manzoni gode rispetto a ogni altra, alla stessa eucarestia, di uno statuto eccezionale e sospensivo, per grazia, senza confronti, e questo proprio e solo in virtù della sua condizione, incarnazione e sussistenza sotto forma e in forma imperitura di feci.

Ritorniamo ai ricordi del catechismo. Uno dei punti critici della transustanziazione, e cioè dell’ostia, del pezzo di pane o del vino, in corpo e sangue di Cristo reali e presenti, è la digestione e il passaggio intestinale: quanto dura la presenza, nell’ostia, di Dio nel percorso dalla bocca alla fogna? Stiamo parlando delle implicazioni teologiche della metabolizzazione della specie eucaristica e la trasformazione che subiscono il pane e il vivo assunti dal fedele per il tubo digerente. Già San Tommaso nella questione 77 della Summa Theologiae aveva affermato che l’ostia può corrompersi e in quel preciso momento il corpo e il sangue di Cristo non rimangono più nel sacramento. C’è un ritrarsi: la presenza di Cristo sotto le sacre specie si conserva e perdura, dopo la Messa, fintanto che sussistono le specie del pane e del vino, concetto ribadito da Giovanni Paolo II nell’Ecclesia de Eucharistia. Nella bolla Transiturus de hoc mundo di papa Urbano V del 1264 era già detto chiaramente che il pane è assunto ma non consumato, è mangiato ma non tramutato. Piero Manzoni non scongiura (per la santità del corpo dell’artista) la conclusione, e invece afferma la presenza del divino anche nella fase finale del processo, sotto specie di merda, che vale ed è oro. Per la Chiesa nell’ostia ingoiata dal fedele avviene una dematerializzazione senza lasciare traccia; per il Transiturus il pane dell’ostia si vanifica appena oltrepassata la faringe del credente, appena fuori dal tatto e dalla visibilità del fedele.

E anche qui se Manzoni, non facendo vedere né toccare il suo corpo inscatolato, si attiene allo statuto intangibile e invisibile del corpo di Cristo dopo la bocca, pure il suo viaggio dalla bocca all’esofago non scalfisce la natura prestigiosa del corpo dell’artista, anzi, persiste anche dopo l’espulsione, è imperituro e reliquia summa e sacrosanta. L’ostia defecata “era” il corpo di Dio, la merda d’artista “è” ancora il corpo dell’artista, non ha cessato di essere, anzi in un certo senso confermerà al mondo del culto e dell’economia il suo intatto stratosferico valore. Se noi assimiliamo il corpo di Cristo fino a un attimo prima di giungere all’intestino, al contrario la merda di Manzoni ha sopportato e attraversato l’intera assimilazione, la attesta, chilo o polpa, in forma vile e sublime allo stesso tempo: conduce, come deve essere per ogni artista, l’incarnazione fino al suo fondo. Anzi la Chiesa ha provato addirittura a fissare, per tradizione, la durata dell’ostia in circa venti minuti (prima dei quali è auspicabile non si esca dalla chiesa). Inoltre la prima digestione avviene in bocca (prima digestio fit in ore) e anche qui ricordiamo che non va masticata, ma sciolta o ingoiata; Zoppoli, nel Manuale di teologia cristiana, precisa che le specie restano consacrate fino a quando non si alterano e dunque già in bocca (il problema dell’alterazione è altro nodo, riguardante anche le ostie consacrate in tabernacoli o pissidi che ingialliscono o fanno la muffa, o nel caso di vino che inacidisca).

Manzoni attraversa ogni alterazione, conservando inalterato il cuore sacrosanto e prezioso del suo corpo: è il valore in oro puro ad attestare il valore inalterato: anche dopo l’evacuazione e il travaglio ignominioso di intestini e budella e sacchi dove si fa merda ciò che si trulla. Le alterazioni radicali per intestino non alterano il valore, anzi: percorso dolcissimo da poltiglia maleolente a bolo, chimo e chilo gastrointestinali fino a feci, per proclamare il proprio splendore. Ricordiamo che l’ostia addirittura necessita di un digiuno per la comunione dalla mezzanotte (dal 1957 ridotto a tre ore e a un’ora dal 1965) e ciò serve per apparecchiarle un tabernacolo corporeo il più possibile di una certa purezza. Se l’ostia già si altera e corrompe nel contatto con la lingua e la saliva, in Manzoni tutto è sacro: dalla bocca all’orifizio sfinterico.

Ugo Mulas, Piero Manzoni e la sua Merda d’artista, 1961

Ecco perché è un’opera santissima e preziosissima. Il corpo di Manzoni, la sostanza divina dell’artista non abbandona mai l’incarnazione, per transustanziazione perenne e duratura, dalla bocca e dalla lingua, fino allo sfintere, al buco del culo e all’evacuazione. La merda è merda d’artista, per questo possiede un’identità speciale e si colloca al di sopra dell’ostia stessa e della temporanea transustanziazione di Cristo, garantendo con i fedeli una comunione speciale e commovente. Il corpo, la tomba dell’artista, come diceva Lucio Amelio, si pone in un piano salvifico senza tramonti.

In copertina: Piero Manzoni, photo © Giovanni Ricci Milano (Archivio Annalisa Guidetti e Giovanni Ricci)

L’articolo è uscito sulla rivista «Container. Osservatorio intermodale» (secondo numero B, luglio 2022). Un ringraziamento dunque a Daniele Poletti e a Luigi Severi. Un ringraziamento particolare a Gianni Garrera per i riferimenti dottrinali e teologici.

Giuseppe Garrera

nato a Roma il 21 dicembre 1962, collezionista e storico dell’arte, insegna al Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali della Business School de "Il Sole 24 Ore" di Roma e Milano.

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