Lo sguardo gnostico di Harold Bloom

07/07/2023

Harold Bloom è arcinoto per la sua ostinata volontà di ricerca di un canone o di lavoro sul canone, da lui utilizzato per sottoporre a metodo sperimentale il giudizio critico. I più ideologicamente retrivi o semplicemente i più ottusi hanno colto nell’insistenza bloomiana un tentativo maldestro e reazionario di istituire una gerarchia (non che questo non vi fosse, ma era più una conseguenza che una causa prima o un principio regolatore), mentre quel che a Bloom interessava era dare una forma, un’immagine, una visione, una composizione a quella che per lui era una religione letteraria. Bloom sapeva bene che il montaggio delle voci dava origine a una visione del mondo e di ciò che – ed è quello a cui lui teneva – trascendeva questo mondo. Bloom era un visionario, animato da spirito profetico, non un talmudista: era un antinomista. Ironizzando, come spesso gli capitava di fare, disse: “Io sono un vero critico marxista, seguace di Groucho più che di Karl e assumo a mio motto la grande battuta di Groucho: ‘Qualsiasi cosa sia, io sono contro’”. Contro perché laddove la Legge tendeva a imporsi nella sua vuotezza, Bloom sollecitava la ricerca di un senso che andasse al di là della Legge, verso un’ulteriorità più radicale, al fondo della quale o sul fondo della quale si stagliava la faccia del nulla originario, di un Dio indefinito al di là del creato. Anche tra i migliori esegeti bloomiani questo aspetto, il suo gnosticismo cabalistico, veniva considerato poco più di un espediente metaforico (indicazione non erronea, naturalmente, ma prendendo alla lettera la parola metafora, ciò che trasporta oltre).

È del tutto evidente, per chiunque lo legga senza paraocchi ideologici, che per Bloom la letteratura era un’esperienza non dottrinale del divino, di una divinità altra e sfuggente rispetto a quella di ogni religione rivelata. Da qui la sua attrazione per la gnosi, per una modalità di conoscenza del divino (non un “semplice” atto di fede, ma una conoscenza) che passasse attraverso forme (scrittura, arte, musica) riconducibili all’affiorare di quella parte divina nell’uomo che Bloom chiamava il genio. La grande letteratura era manifestazione di un deus absconditus che, per mezzo delle parole e delle forme, lasciava trasparire scintille di senso in un mondo che di senso non ne aveva. La forma artistica come forma di senso, cioè come forma di vita che scopre dentro di sé un senso apparentemente assente.

con John Ward della Oxford University Press

Il canone era, dunque, per Bloom, l’automanifestarsi di questo Dio all’umanità, di questo Dio nell’umanità. Questo processo di automanifestazione avveniva per mezzo di figure geniali (o esseri pneumatici, con gergo gnostico) che arrivavano a liberare dalla massa informe della materia, qualunque materia, compresa quella linguistica, la scintilla divina in essa custodita. Se la scrittura era una modalità per liberare la scintilla di senso, allora leggere diveniva un modo per conoscere una luce di speranza in un mondo nel quale il male – e ancor più l’insensatezza del male – sembravano dominanti. La dimensione estetica era, per il critico gnostico, la dimensione più profondamente religiosa, quella della epifania infinita e mai conclusa di un senso, del senso dell’umano nella luce di ciò che lo trascende e lo porta oltre se stesso.

Guardandolo da questa prospettiva, assume tutto un altro significato e altro spessore il concetto critico cardine, per Bloom, dell’angoscia dell’influenza. In genere, infatti, la ricezione critica si è soffermata a sottolineare, tra i due termini, e non senza ragioni, la centralità del concetto di influenza, cioè di quella sorta di tonalità fondamentale del fare poetico-letterario che genera fenomeni di circolarità nella grande scrittura di ogni tempo. All’interno di questo circolo infinito l’opera letteraria diviene una conseguenza del tentativo, da parte del giovane autore forte, di liberarsi dell’influenza di uno o più predecessori. Concezione che dà origine all’idea che la letteratura sia una grande catena in cui ogni opera-anello rinvia ed è rinviata a un’altra opera-anello. Ogni opera si costruisce, agonicamente, nella negazione della precedente. Ogni opera è null’altro che il tentativo di scongiurare l’influenza di una precedente. L’esperienza dell’influenza diviene così un motore necessario al fine di avviare un processo creativo. Bloom credeva fermamente che per essere grandi autori si dovesse subire l’influenza di un precursore e arrivare, in qualche modo, a superarlo, attraverso un fraintendimento profondo. Solo coloro che fraintendono radicalmente il precursore diventano a loro volta autori: gli altri si destinano a soccombere all’influenza. Dell’influenza occorre, dunque, liberarsi ma l’influenza è, allo stesso tempo, necessaria per divenire autori. Non c’è arte, infatti, secondo Bloom, che non sia un ripensamento e una riscrittura di modelli precedenti: nessuna possibilità di un’arte che nasca dall’immediatezza, se non quella mediocre. Come ebbe a dire in modo definitivo Wilde, in Il critico come artista, “all bad poetry springs from genuine feeling”.

con Jacques Derrida

Più in ombra, invece, è, quasi sempre, rimasta la dimensione dell’angoscia che Bloom ha sempre tenuto a sottolineare non andasse interpretata come scaturente da un desiderio rimosso ma semmai andasse avvertita come un segnale di pericolo o, ancor più, di impotenza nei confronti di una realtà percepita superiore o incomprensibile. In questo senso, ogni grande autore, ai suoi occhi, viveva l’opera dei precursori, e la sua influenza, come un pericolo angosciante che rischiava sempre di spingere ogni entusiasmo e slancio creativo negli sterili territori dell’impotenza. È del tutto ovvio che questo pericolo fosse, per ogni autore, tanto più grande quanto più era accompagnato da un sentimento di amore e ammirazione per il precursore, per il Padre o la Madre che l’autore aveva individuato come propri genitori, cioè come coloro che lo avevano generato in quanto autore. Ed è proprio per scongiurare che questo eccesso di amore e gratitudine verso i Genitori porti alla paralisi che l’autore forte è costretto, come atto di difesa, a negare l’oggetto del proprio amore, negare colui o colei che gli ha aperto la possibilità di entrare realmente nel mondo, in un mondo di senso. Solo attraverso questa negazione del nome del precursore, il giovane autore può darsi un proprio nome, tornando a nascere una seconda volta, questa volta come autore della propria forma di vita e della propria opera. La letteratura, come tutte le arti, diviene così anche un prolungato e sempre ripreso atto di gratitudine e amore, nato e temprato nell’angoscia, verso coloro che ci hanno preceduti. Tentativo, forse impossibile a compiersi del tutto, di mettere a distanza, alla giusta distanza, attraverso un’arte della distanza, poetica e critica, coloro che ci hanno permesso, grazie alla propria arte, di creare e dare un senso alla vita. Circolo virtuoso infinito che dà origine al Libro senza fine dell’umanità, di cui il canone non è che l’indice provvisorio.

Eppure, c’è qualcosa che – se si guardano attentamente le fotografie di questo pensatore, che si definiva uno gnostico ebreo – lascia trasparire un enigma; c’è qualcosa che non torna e che, anzi, torna a intorbidire la superficie riflettente di questa luminosa e illuminante teoria della letteratura e della critica. C’è qualcosa negli occhi di Bloom che lascia trasparire un’angoscia profonda, non legata all’influenza di un precursore ma, forse, a una discendenza, a quel figlio schizofrenico il cui dolore restò, penso per l’arco della sua intera esistenza, come il vero inspiegabile che rende impotenti e che ritorna, senza tregua e all’improvviso, a distruggere tutte le forme.

La letteratura – ed è forse davvero questa l’ultima verità del gesto critico bloomiano – era un modo, il solo modo, per dare un senso al dolore di quel figlio, a “quell’atroce offesa che è la vita”, come ebbe a definirla Ingeborg Bachmann, all’angoscia che quel dolore generava dentro al critico infaticabile e coraggioso che Bloom fu per la sua intera esistenza. La letteratura, per usare una bellissima espressione di Kafka, era forse un’ascia per rompere il mare ghiacciato che egli aveva dentro di sé. Non un libro ma il mondo, l’impenetrabile realtà del mondo, era, in fondo, alla base e all’origine del suo amore per la letteratura. E alla letteratura, alla letteratura come religione della contemporaneità, Bloom, con gratitudine infinita, si rivolse, cercando in essa, angosciosamente, un senso all’impotenza del proprio dolore.

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014; 2a ed. Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).

English
Go toTop