Alle spalle dell’artista

02/07/2023

Quando, il 3 maggio del 1891, anno della morte di Georges Seurat, Madeleine Knobloch, sua amante, Émile Seurat, suo fratello, Paul Signac, Maximilien Luce e Félix Fénéon si ritrovarono nello studio del giovane artista, scomparso a soli 31 anni, non ebbero dubbi nell’assegnare a questo quadro il numero d’inventario 1, “panneau n.1”. Si tratta di un olio su tavola, di piccole dimensioni (16,5 x 12,4 cm), probabilmente, ma non sicuramente, ascrivibile ai cosiddetti croquetons (dipinti a olio su coperchi di scatole di sigari). La data precisa non è dato conoscerla. Forse il 1881, cioè intorno ai ventidue anni di Seurat.

Esistono alcuni disegni preparatori, uno in bianco e nero, eseguito dal giovane Seurat con tecnica inimitabile, con la sua matita Conté (grafite impastata con argilla), su carta Michallet fatta a mano, e un altro a pastelli colorati. Nel passaggio all’olio, Seurat riesce a mantenere tutto il gioco di chiaroscuro, che rende i suoi disegni unici, animando, però, la composizione di una luminosità impossibile sulla carta (nei disegni, grazie a un uso sapiente della grana del foglio, la luce irradia piuttosto dal supporto).

C’è un che di conturbante, di vertiginoso nel contrasto tra la zona d’ombra in cui si trova lo sguardo di colui che osserva la scena e la luce che si irradia dall’alto, da sopra le fronde dell’albero, su quella figura solitaria, su quell’uomo appoggiato al parapetto che affaccia sulla Senna con sullo sfondo, probabilmente, la cupola dell’Institut de France (non quella degli Invalides, come si era pensato in un primo momento, da cui il titolo spesso attribuito a questo quadro, L’invalide, poi rettificato in Homme se penchant sur un parapet).

Nello stacco tra l’umbratile dimensione di una visione ripiegata su se stessa e l’apertura dello spazio luminoso della scena pittorica, si giocherà, di lì a poco, il destino dell’arte contemporanea, di cui Seurat resta il più anarchico e precoce guetteur. Ed è certamente un guetteur quello che, affacciato al parapetto, scruta un paesaggio di cui noi intuiamo solo la possibile estensione ma che, in questa minuscola tavola, si riduce a una semplice composizione geometrica che inizia a muovere i primi passi senza avere ancora la vitalità che, di lì a poco, assumerà nella Grande Jatte. Qui, tutto si gioca nell’altalenare della luce tra i piani. Oscillazione che trova un punto di equilibrio nella figura umana, in quella figura, a sua volta irradiante, che ci dà le spalle.

Se, in fondo, Seurat ha avuto una portata dirompente nell’arte moderna è perché, paradossalmente, ha riformulato, portandola oltre se stessa, l’idea rinascimentale che “ogni dipintore dipinge se stesso”. In un processo revisionistico forte, per usare una formula bloomiana, trasporta la prassi pittorica – esasperandola attraverso una sorta di fantasmatica e ossimorica “visione scientifica” – tanto oltre i limiti di un presunto realismo quanto al di là dei confini di una soggettivistica e romantica auto-mimesis. Trasforma, detto altrimenti, la pittura nell’espressione (forse, sarebbe meglio dire l’emanazione o la proiezione) di un soggetto desoggettivato: un soggetto che non è preesistente all’opera, ma si produce nel fare stesso dell’opera, all’interno dello spazio disegnato dalle sue regole compositive, dalla texture della materia e nella ferrea griglia dettata dalle leggi della luce. Seurat è il nome proprio dell’artista in cui si è compiuto il cortocircuito tra storia della pittura, innovazione tecnica e dissoluzione e ricomposizione del soggetto, dell’artista.

Se si dà, allora, un ritratto dell’artista nell’opera è quello di un artista senza volto, di un artista che appare, spettralmente disseminato, nella sua stessa opera. E se la pittura moderna può ancora nascere o rinascere, per Seurat, è perché elle se fait un enfant dans le dos de l’artiste.

Chi sia quell’uomo, quel solitario di spalle, alle cui spalle appare la nuova pittura, un’inedita possibilità pittorica, allora, non è difficile immaginarlo. Il resto è storia – la storia dell’arte moderna e contemporanea.

Georges Seurat, Homme se penchant sur un parapet, ca. 1881 © The Metropolitan Museum of Art, New York

In copertina: Georges Seurat, Homme se penchant sur un parapet, ca. 1881 ©The Metropolitan Museum of Art, New York (particolare)

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014; 2a ed. Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).

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