Immediatismo

22/05/2023

Esattamente un anno fa, il 22 maggio del 2022, scompariva, all’età di settantasette anni, Peter Lamborn Wilson, meglio noto come Hakim Bey. Pensatore e scrittore poliedrico è stato al centro di tutto il pensiero dell’autonomia e della controcultura degli ultimi anni del Novecento e dei primi del nuovo secolo. Nato a New York nel 1945, si laurea in studi classici presso la Columbia University. Dopo la laurea, probabilmente affascinato dalle figure di René Guénon e Henry Corbin, compie una sorta di viaggio iniziatico in India, Pakistan, Afghanistan e, infine, in Iran. In quest’ultimo paese vive sino allo scoppio della Rivoluzione, nel 1979. Negli anni del suo lungo soggiorno iraniano studia a fondo la lirica persiana, che traduce anche in inglese, e, soprattutto, si dedica all’apprendimento della mistica sufi, che lo accompagnerà per sempre. Diverse fonti biografiche indicano che, sempre in quegli anni, diviene un affiliato dell’Accademia Iraniana Imperiale di Filosofia. Il resto della sua esistenza, pur essendo costellato da svariate apparizioni pubbliche e dalla partecipazione a molti progetti (Autonomedia a Brooklyn, le molte conferenze al New York Open Center, le attività dell’Institute for Anarchist Studies e i molti interventi sul web), è avvolto nelle nebbie di un turbinio di voci e informazioni senza fonti certe.

L’alone di mistero intorno alla sua vita, certamente dovuto alla sua volontaria marginalizzazione rispetto al mainstream, è del tutto coerente con una pratica di pensiero totalmente immersa nel fare, in un saper fare privo di quadri di contenimento o di strutture istituzionalmente costituite. Accusato di ogni sorta di malefatta da alcuni e osannato come un profeta da altri, Hakim Bey ha rivestito un ruolo, per certi versi, fondamentale nell’elaborazione di una cultura critica alternativa, sino ai suoi esiti cyber e cypherpunk, in costante lotta con quella egemonica e istituzionalizzata. Bey rifiutava ogni forma di intermediazione per abbandonarsi a una pratica vivente che non aveva timore del proprio statuto evanescente, quasi spettrale. Il rigetto di ogni mediazione, di ogni tentativo – anche quello mosso dalle migliori intenzioni – di creare un filtro polarizzatore nell’esperienza diretta della “cosa in carne ed ossa” (come avrebbe detto Husserl, riportando il sapere al mondo della vita), era uno dei capisaldi del suo credo intellettuale.

L’immediatismo, così aveva chiamato questo metodo, non era una dottrina definita, non istituiva nuovi canoni estetici o morali; l’immediatismo era, per lui, una spinta, un incoraggiamento, un trieb, una pulsione affinché il soggetto, ognuno di noi, si sentisse chiamato a gettarsi nell’esperienza vivente di un’esistenza che sperimenta i propri confini, al di là delle barriere in cui la società, la dimensione economica e quella utilitaria sembrano rinchiuderla. In questo senso, l’immediatismo era ed è un anarchismo ontologico, cioè una radicale assunzione dell’esistenza come infondata e sprofondata in un flusso dinamico e non mediato; un flusso, un élan vital, che non ha alcun principio regolatore – ed è, quindi, intrinsecamente an-archico.

Dall’angolo prospettico aperto sul mondo grazie a questa “visione cruda” del reale, si percepisce che nessun principio regola le nostre vite al di fuori del fluire che ci trasporta e della perenne forza metamorfica che ci abita. Un tale principio metamorficontologico (ripreso più recentemente, con altre sfumature e a partire da altri presupposti, da un pensatore, altrettanto appartato e anti-sistemico, come il filosofo bulgaro Boyan Manchev) dà vita a una perpetua trasformazione dell’esistente e di ogni identità, impedendo ogni forma di essenzialismo statico. All’interno di un quadro generale, tanto vasto nelle sue fonti intellettuali quanto sempre orientato verso la priorità fattuale, l’invenzione delle T.A.Z. (zone temporaneamente autonome), con il loro sapore piratesco o movimentist-situazionista, così come la teorizzazione di un anarchismo ontologico, che riprende e ribalta il credo dell’anarca jüngeriano, hanno aperto spazi di riflessione originali e non sempre indagati in tutte le loro più radicali potenzialità.

Se, in qualche modo, con le sue angelologie e le sue tendenze mistico-sincretiche, Hakim Bey, da una parte, sembra porsi nella deriva di certo neospiritualismo postmoderno (anche se, a ben guardare e per molti versi, anticipa e fa deragliare dai propri binari di certezze tutto l’autocompiacimento new age escatologico-masturbatorio, strombazzato, sulle testate glamour, da mindfulnessati dalla vita attiva e dai viaggi ecosostenibili nella foresta amazzonica, via Yale o Università Pegasus, a seconda delle possibilità o disponibilità), dall’altra, egli mette a disposizione di una comunità estremamente eterogenea una delle rare forme di pensiero singolare-plurale e anti-sistemico.

Un tal ribellismo mistico, dai toni anacronisticamente blakeiani, rende la mole dei suoi scritti un terreno fertile di confronto intellettuale, non solo per coloro che aspirano a una prassi di resistenza e sovversione sociale, ma anche per chiunque percepisca l’asfissia del dibattito cultural-universitario internazionale, totalmente modellato, a calco, sui principi produttivi del liberismo internazionale (con la sua riduzione del sapere a pura dimensione di equivalente universale indicizzabile, computabile, capitalizzabile e spendibile sul mercato culturale). L’opera in pura dépense di Hakim Bey ha un ché di straordinariamente coraggioso come anche di fatalmente fallimentare. Non si trincera dietro la retorica di un sol dell’avvenire alla luce del quale tutto sarà diverso, ma assume coraggiosamente, sino in fondo, il proprio fallimento; si pone – al di là della categoria dell’utile, dello strumentale e del fine che giustifica i mezzi – in quello spazio, senza mediazione possibile, in cui la società, riportata alla sua componente individuale, eccede se stessa. C’è un che di disturbante e vitale nella prosa di Hakim Bey, un soffio d’aria fresca in un’epoca, per tanti versi, adagiata in un confortevole sopore intellettuale. Per ricordare questa figura anomala – e, per questo, rara e preziosa -, proponiamo qui, per gentile concessione dell’editore, un estratto da uno dei suoi libri più attenti alla questione dell’arte e dell’immagine, Immediatismo.

Federico Ferrari

I

Tutta l’esperienza è mediata – dai meccanismi della percezione sensoriale, dall’attività mentale, dal linguaggio ecc. – e sicuramente tutta l’arte consiste in una ulteriore mediazione dell’esperienza.

II

La mediazione si attua, tuttavia, per gradi. Alcune esperienze, come l’olfatto, il gusto, il piacere sessuale ecc., sono meno mediate di altre, come, per esempio, leggere un libro, guardare attraverso un telescopio, ascoltare un disco. Alcuni mezzi di comunicazione, in particolare le arti “dal vivo” come la danza, il teatro, le performance musicali o poetiche, sono meno mediati di altri, come la televisione, i CD, la realtà virtuale. Anche nell’ambito dei mezzi di comunicazione solitamente chiamati me ve ne sono alcuni più mediati e altri meno mediati, a seconda del grado di intensità di immaginazione e partecipazione che richiedono. Stampa e radio richiedono più immaginazione, il cinema meno, la televisione ancora meno, la realtà virtuale meno di tutti, almeno fino ad ora.


III

Per quanto riguarda l’arte, l’intervento del Capitale segna sempre un ulteriore grado di mediazione. Affermare che l’arte è mercificata equivale a dire che è avvenuta una mediazione, che si è interposto qualcosa, e che questa interposizione porta a una frattura, la quale a sua volta porta all’“alienazione”. Una sessione di musica improvvisata in casa da amici è meno “alienata” rispetto alla musica suonata “dal vivo” al Metropolitan, o di quella che si ascolta tramite i media, siano questi la PBS, MTV o il proprio walkman. Di fatto, si potrebbe anche sostenere che la musica distribuita gratuitamente, o a prezzo di costo, tramite posta, su cassette, sia MENO alienata di quella suonata dal vivo in qualche enorme evento spettacolare tipo We Are The World o nei nightclub di Las Vegas, nonostante quest’ultima sia musica suonata dal vivo davanti ad un pubblico (o perlomeno così sembra), mentre nel primo caso si tratta di musica registrata, fruita da ascoltatori distanti ed
anonimi.


IV

Le tendenze dominanti nell’High Tech e nel Tardo capitalismo spingono le arti verso forme sempre più estreme di mediazione, aumentando la distanza tra la produzione e la fruizione dell’arte, con un corrispondente incremento dell’“alienazione”.


V

Con la scomparsa di un genere “di massa” e di un genere “di avanguardia” nelle arti, si è assistito ad un fenomeno per cui tutte le esperienze artistiche più avanzate e più intense vengono quasi immediatamente inglobate dai media e, in questo modo, trasformate in spazzatura, in trash, al pari di tutta l’altra spazzatura di cui è ricolmo il mondo spettrale delle merci. Il trash, inteso nel significato con cui il termine venne ridefinito, per esempio, a Baltimora negli anni Settanta, può anche essere divertente: uno sguardo ironico su una sorta di “folkkultur” involontaria che circonda e pervade le regioni più inconsce della sensibilità “popolare”, la quale, a sua volta, è in parte prodotta dallo Spettacolo. Una volta il trash era un concetto fresco, autentico, e potenzialmente radicale. Ora, invece, tra le rovine del Postmodernismo, comincia a puzzare di marcio. La frivolezza ironica diventa, alla fine, disgustosa. È possibile, ora, ESSERE SERI MA NON SOBRI? (Nota: la Nuova sobrietà è naturalmente il rovescio della medaglia della Nuova frivolezza. Il neo-puritanesimo chic porta su di sé il marchio della Reazione, nello stesso in modo in cui l’ironia e la disperazione filosofica postmoderne conducono alla Reazione. La società “epurata” è la stessa società dei bagordi. Dopo i “dodici passi della rinuncia”, di moda negli anni Novanta, tutto ciò che rimane è il tredicesimo scalino del patibolo. L’ironia è diventata noiosa, ma l’auto-mutilazione non è mai stata altro che un abisso. Abbasso la frivolezza, e abbasso la sobrietà.) Ogni cosa bella e delicata, dal Surrealismo alla break-dance, finisce come pastoia per le pubblicità di McDeath; nel giro di un quarto d’ora se ne è risucchiata tutta la magia, e l’arte stessa giace morta stecchita, secca come una locusta. I maghi dei media, intrinsecamente e fondamentalmente post-modernisti, hanno cominciato a nutrirsi della vitalità del trash, come avvoltoi che rigurgitano e rimangiano la stessa carogna, in un’oscena estasi di autoreferenzialità.
Qual è, allora, la via d’uscita?


VI

La vera arte è gioco, e il gioco è una delle esperienze più immediate che esistano al mondo. Non si può pensare che chi ha sperimentato il piacere del gioco smetta di giocare solo perché deve sostenere una posizione politica (come nel movimento Art Strike o nella “soppressione senza realizzazione” dell’arte,
ecc.). L’arte continuerà ad esistere e ad essere prodotta, così come si continuerà a respirare, a mangiare e far l’amore.


VII

Ciononostante, proviamo repulsione per l’alienazione estrema delle arti, soprattutto nei media, nell’editoria
e nelle gallerie commerciali, nell’“industria” discografica ecc. Inoltre, talvolta ci interroghiamo su quanto il nostro stesso coinvolgimento nelle arti della scrittura, della pittura e della musica ci renda complici di questa sinistra operazione di astrazione, di allontanamento dall’esperienza immediata.
Sentiamo la mancanza dell’immediatezza del gioco (ossia di ciò che, in primo luogo, ci ha spinto a fare arte), dell’odore, del gusto, del contatto, della sensazione fisica dei corpi in movimento.


VIII

Computer, video, radio, stampanti, sintetizzatori, fax, registratori, fotocopiatrici: tutti questi oggetti sono bellissimi giocattoli, ma possono creare terribile dipendenza. Alla fine, ci si rende conto che non si può “toccare” qualcuno che non sia presente in carne ed ossa. Tali mezzi possono essere utili alla nostra arte, ma non devono possederci, né frapporsi, mediare o separarci dal nostro sé animale/animato. Vogliamo controllare i nostri mezzi, non essere controllati da essi. Vorremmo inoltre ricordare, a questo proposito, una certa arte marziale, con una forte componente psicologica, nella quale si sottolinea il concetto che il corpo stesso è il meno mediato di tutti i mezzi.


IX

Dunque, come artisti e “operatori culturali”, pur non avendo alcuna intenzione di cessare l’attività che svolgiamo tramite i nostri rispettivi mezzi, intendiamo mantenere alta l’attenzione sulla consapevolezza dell’“immediatezza”, e ci proponiamo altresì di sviluppare modalità atte ad aumentare tale consapevolezza, quali, ad esempio, il gioco, immediatamente (subito/senza mediazione).


X

Pienamente consapevoli che qualsiasi “manifesto” artistico si possa oggi scrivere sarà inevitabilmente intriso della stessa ironia amara a cui tenta di opporsi, annunciamo tuttavia senza esitazioni (e senza pensarci troppo) la nascita di un “movimento”, l’IMMEDIATISMO. Ci prendiamo la libertà di farlo perché intendiamo praticare l’Immediatismo in segreto, in modo tale da evitare qualsiasi contaminazione da mediazione. Ufficialmente porteremo avanti il nostro lavoro, continuando a pubblicare, a trasmettere alla radio, a stampare, a fare musica ecc.; privatamente, però, creeremo qualcosa di altro, qualcosa che possa essere condiviso liberamente ma mai consumato passivamente, qualcosa che possa essere discusso apertamente ma mai compreso dagli agenti dell’alienazione, qualcosa senza alcun potenziale commerciale ma con un valore che va al di là di ogni prezzo, qualcosa di occulto, eppure intimamente e completamene intrecciato alla trama delle nostre vite quotidiane.


XI

L’Immediatismo non è un movimento nel senso di un programma estetico. Dipende dalla situazione, non dallo stile o dal contenuto, dal messaggio o dalla Scuola. Può assumere la forma di qualsiasi tipo di interazione creativa, a cui partecipino due o più individui, da se stessi e per se stessi, faccia a faccia e insieme.
In questo senso è simile al gioco, e, di conseguenza, esige il rispetto di alcune “regole”.


XII

Tutti gli spettatori devono essere anche partecipanti. Si devono condividere tutte le spese, così come anche devono essere condivisi tra i soli partecipanti tutti i prodotti che possano avere origine dall’azione giocosa (i partecipanti potranno decidere di tenere o regalare questi prodotti, ma non di venderli). I giochi migliori faranno poco o nessun uso di evidenti forme di mediazione quali fotografia, registrazione, stampa ecc. e tenderanno piuttosto ad utilizzare tecniche immediate, che implicano un coinvolgimento della presenza fisica, della comunicazione diretta e dei sensi.


XIII

Una ovvia matrice per l’Immediatismo è la festa. In questo senso, un buon banchetto potrà essere un progetto
artistico immediatista, specialmente nel caso in cui tutti presenti abbiano contribuito, non solo alla consumazione del pasto, ma anche alla sua preparazione. Anticamente, cinesi e giapponesi organizzavano,
nelle nebbiose giornate autunnali, feste di profumi, nelle quali ogni invitato portava un profumo o un incenso fatto in casa. Alle feste di poesia, sbagliare un distico comportava, come penalità, dover bere una coppa di vino. Quilting bees, tableaux vivants, cadavre exquis, riti conviviali come “l’orgia da museo” di Fourier (erotismo esibito tramite costumi, pose e scenette), musica e danza dal vivo: dal passato si possono saccheggiare le forme che si ritengono più appropriate, mentre l’immaginazione ne fornirà di nuove.


XIV

La differenza fra un quilting bee del diciannovesimo secolo e, per esempio, un quilting bee immediatista sta nella nostra consapevolezza della pratica dell’Immediatismo come risposta ai mali dell’alienazione e della “morte dell’arte”.


XV

La Mail Art degli anni Settanta e la scena delle fanzine degli anni Ottanta sono stati tentativi di andare oltre la mediazione dell’arte commerciale, e possono essere viste come forme antesignane dell’Immediatismo. Queste mantenevano, tuttavia, la struttura di mediazione, costituita, rispettivamente, dal sistema postale e dalla xerografia e, di conseguenza, fallirono nel loro tentativo di superare l’isolamento dei giocatori, i quali rimasero, letteralmente, esclusi dal contatto. Desideriamo condurre le ragioni e le scoperte di questi movimenti pionieristici alle loro logica conclusione verso un’arte che bandisca ogni forma di mediazione e di alienazione, per lo meno nella misura in cui ciò possa essere concesso alla condizione umana.


XVI

Il semplice fatto che l’Immediatismo eviti di farsi pubblicità sul mercato non significa che esso sia condannato
ad essere impotente nel mondo. Fenomeni come il “terrorismo poetico” (Poetic Terrorism) e il “sabotaggio dell’arte” (Art Sabotage) sono manifestazioni perfettamente logiche dell’Immediatismo.


XVII

Infine, prevediamo che la pratica dell’Immediatismo libererà in noi vaste aree di potere dimenticato, che non solo trasformeranno le nostre vite attraverso la segreta realizzazione di forme di gioco immediate, ma che anche, e inevitabilmente, sgorgheranno, esploderanno e impregneranno l’arte altra che creeremo, quella più pubblica e più mediata.
La nostra speranza è che le due forme di arte si avvicinino sempre di più, e che diventino, alla fine, una cosa sola.

Peter Lamborn Wilson / Hakim Bey, 2017

Hakim Bey
Immediatismo
Introduzione di Federico Ferrari, traduzione di Alessandra Salvini
Lanfranchi Editore, 2014
90 pp., 18 €

Hakim Bey

Hakim Bey è lo pseudonimo che Peter Lamborn Wilson (Baltimora, 1945 – Saugerties, 2022) ha assunto molti anni or sono e che appare e scompare nella sua vasta produzione. È stato un filosofo, saggista, poeta e anarchico, conosciuto principalmente come primo propositore delle Zone Temporaneamente Autonome (T.A.Z.). Personaggio controverso, anche nello stesso ambiente anarchico. Tra i suoi libri più noti tradotti in italiano: "T.A.Z. Zone Temporaneamente Autonome", "Millenium", "Le repubbliche dei pirati", "Il giardino dei cannibali" e "Immediatismo".

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