Come possiamo dire? Brandalise e la facoltà immaginifica della parola

09/05/2023

Je ne peins pas l’être.
Je peins le passage.

Montaigne

Ho incontrato Adone Brandalise una sola volta. Credo fosse nel 2008, a Venezia, in occasione di un convegno su L’inquietudine delle immagini. Ricordo ancora il suo sguardo mentre leggevo un testo, dai toni autobiografici, sul rapporto tra il volto del morto e l’apparire della figura. Ascoltava con attenzione ma, allo stesso tempo, in modo evidente, era altrove, come immerso in un turbinio di pensieri che, forse, nasceva da ogni parola che sentiva risuonare o forse era già, in un paradossale rapporto osmotico con l’ambiente circostante, fuori e dentro la sua testa. Alla fine, con grande probabilità a causa della sua infinita delicatezza (raramente mi è capitato di incontrare una persona in cui la delicatezza sia parte così integrante del modo di essere al mondo), fece alcune osservazioni, molto efficaci e pertinenti, sulle questioni che sollevavo, sull’inquietudine perturbante che l’immagine del morto, fossilizzandosi in figura, crea proprio nella familiarità del rapporto vivente tra individui (rapporto che, per l’appunto, a causa della sua vitalità metamorfica, sfugge alla dimensione, mortuaria e mortifera, della figura). Ricordo, seppur vagamente, come avesse fatto risuonare, in modo imprevedibile e apparentemente fuori contesto, alcune note del Benn di Lo smalto sul nulla, collegandole, se non erro, a diversi temi – forse l’albero sefirotico – della qabbalah cordoverian-luriana. Quell’accostamento, decisamente non scontato, aveva creato un cortocircuito estremamente fertile, capace di far transitare il pensiero altrove, in una zona incerta nella quale i concetti e le immagini tornavano a danzare su una vorticosa e inafferrabile melodia, la cui scansione ritmica era quella di un pensiero per associazioni di immagini, di immagini di pensiero.

Ricordo ancora, questa volta in modo nitido, come Brandalise, come ogni pensatore, avesse dei tic linguistici. Una delle espressioni che ritornava con una frequenza notevole era la formula “come possiamo dire?” (non distante dal rabbinico “se così possiamo dire”, ma in lui decisamente più interrogante, aperto, indeciso, senza la certezza normativa di alcun sapere talmudico alle spalle). Ecco, direi che l’intero gesto filosofico di Brandalise – pensatore eteroclito, capace di transitare dal sindacalismo operaista alla mistica, da Alessandro Manzoni a Lacan, da Luis de León a Nietzsche, dalla musica operistica al cinema – sia racchiuso in quel cercare un modo per dire quel che è difficile dire, eppure occorre dire. In fondo, la reiterazione di quella espressione, ben lungi dall’essere un tic, era ed è il nucleo stesso di un metodo filosofico che necessita, per l’appunto, di una ripresa continua, di un continuo affinamento della domanda, in modo quasi ossessivo. Come possiamo dire quel che è così difficile dire senza dimenticare tutto il non detto che c’è in ogni proferazione?

Quel che sorprende, per chi non conosce il pensatore di origine pistoiese ma con ormai inconfondibile accento veneto (qui un sito a lui dedicato), è come questo domandare, questa pratica della domanda, si articoli in una davvero scarna mole di scritti. Direi che, probabilmente, se non fosse stato sollecitato da più parti, gli scritti di Adone Brandalise sarebbero ancora meno di quelli che, con fatica, si possono reperire. Per lui si potrebbe tranquillamente utilizzare la formula di Cristina Campo, ha scritto poco, avrebbe preferito scrivere meno (in questo la figura di Brandalise non è distante da quella di un altro illustre cattedratico dell’università di Padova, quell’Enzo Turolla che, pur essendo stato assai parco nel lasciare opere scritte, ha avuto un’influenza notevole, ad esempio, su Roberto Calasso e sulle scelte editoriali di Adelphi). A cosa è dovuta, nel suo caso, questa penuria di opere? Direi a un tenace attaccamento al desiderio di pensare. È come se Brandalise riscontrasse nell’appagamento che l’opera porta con sé un tradimento del desiderio che il pensiero è in sé. Se esiste un’esperienza del pensiero questa sta, infatti, nel silenzioso rincorrersi delle immagini e dei concetti che si illuminano gli uni con le altre, gli uni attraverso le altre, nella mente e, al limite, nel loro strabordare nella parola, in quella parola che, di quei bagliori, non cerca propriamente di tenere traccia, ma piuttosto di mostrare, fulmineamente, la dinamica sempre sfuggente e in movimento.

Brandalise è, se così possiamo dire, sperando mi perdoni l’espressione, un erotomane del pensiero.  Il suo desiderio inappagabile è quello di permanere nella pratica del pensiero senza incontrarne la fine, senza sfociare in quella inevitabile fine che è, per lui, l’opera. Per lui, conta esclusivamente il movimento pratico del pensiero o la pratica in movimento del pensiero, di un pensiero o di una costellazione di pensieri che si articolano, si danno una forma metamorfica, in una sorta di dialettica hegeliana senza sintesi possibile. Il pensiero non trova appagamento nella sua rappresentazione, ma solo nel suo fare, nella sua praxis, nel suo esercizio. È solo in quella praxis che il filosofo si costituisce in quanto soggetto. In questo il procedere filosofico di Brandalise ricorda alcune figure filosofiche che emergono in un testo, per certi versi emblematico, di Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica. Ma è estremamente difficile incasellare Brandalise, affibbiargli un’etichetta, una affiliazione, un’identità. La sua identità filosofica è costantemente in movimento; è all’interno, al centro di quel movimento senza fine, di quel desiderio mai appagato che è, per lui, il discorso filosofico: affabulazione, ripresa, rammemorazione. Di sicuro, la sua identità non la si troverà nel nome apposto sui frontespizi delle sue scarne opere scritte. Se si dà una sua identità, è nella differenza, nel differenziarsi infinito di sfumature che la parola vivente porta con sé, senza mai potersi dire conclusa. Il discorso della lingua vivente e orale, infatti, ha semplicemente una conclusione, ma non una fine e nemmeno un fine. Una volta concluso, le parole del discorso restano solo nel ricordo e in una rammemorazione vivente e, quindi, sempre riprendente e ripresa in nuove parole, altrettanto inafferrabili. L’opera, nella sua fissità, è un resto del tutto marginale.

Grazie a questo suo gesto di pensiero così radicale – gesto che sembra portarlo nella direzione di un sapere socratico o di certa tradizione orale cabalistica – Brandalise, destinandosi alla marginalità, proprio per l’assenza di un’opera pubblica e fruibile, è forse il più filosofo di tutti i filosofi contemporanei, perché, in qualche modo (altro suo tic linguistico), si pone al di là o al di qua o sulla linea di frontiera di oltre duemila anni di tradizione filosofica, nella quale l’esperienza del pensiero è coincidente con la storia della scrittura, con la sua oggettività universalizzante (su questo rapporto tra scrittura e filosofia ha scritto pagine illuminanti Carlo Sini).

Brandalise ama il pensiero, lo desidera e si abbandona al suo (di Adone e di Sofia) desiderio. A chiunque sia capitata la fortuna di ascoltarlo sarà successo di provare una sorta di vertigine e di trasporto che, più che verso una chiarezza concettuale, sospinge nei meandri perturbanti di un pensiero vivente e famelico. È spesso l’apparizione improvvisa di immagini a colpire nelle sue affabulazioni. Ma, anche in questo caso, le sue non sono tanto immagini fisse, immagini di riferimento, quasi fossero concrezioni o traduzioni visive di concetti. Brandalise compie, in un certo senso, un percorso inverso a quello descritto da Italo Calvino quando, nelle sue Lezioni americane, introduce la nozione di “pensiero per immagini”, nella quale ripone il primato dell’immagine sul pensiero e, non a caso, sulla scrittura. All’origine della scrittura è, per Calvino, che qui si rifà a Dante, sempre un’immagine. La scrittura, après-coup, interviene come l’articolazione compiuta della ricerca di “un equivalente dell’immagine”. La scrittura è il fine: “sarà la scrittura a guidare il racconto nella direzione in cui l’espressione verbale scorre più felicemente, e all’immaginazione visuale non resta che tenerle dietro”. Brandalise, al contrario, rende alle immagini a cui si affida la loro indipendenza, la loro resistenza alla fissità concettuale, percependone la loro intraducibilità nell’immobilità della scrittura. In qualche modo, il filosofo Brandalise, a differenza dello scrittore Calvino, in una sorta di cammino a ritroso, parte dai testi nel tentativo di portare il linguaggio, attraverso il più grande rigore, al suo punto estremo di rottura e lì lo abbandona all’immaginazione, mobile e svincolata da ogni fissità scritturale, del suo ascoltatore. È in quell’attimo, forse solo per un istante, presto perso nel silenzio o nella ripresa della parola, che il pensiero è esposto al perturbante, a quella dimensione di spaesamento che l’immagine porta con sé. Attraverso la facoltà immaginifica, egli mostra il limite del concetto. Il che non vuole affatto dire che abdichi alla ragione, per pescare nel torbido dell’irrazionalismo. No, semplicemente, questa fluidità icono-verbale mostra come la ragione sia molto più vasta e complessa di quel che il concetto indichi, di quel di cui il concetto è indice; mostra come la ragione sia totalmente immersa nella dimensione dell’immaginazione: guscio di noce, dentro al quale navighiamo in un mare di immagini, intraducibili nella maggior parte delle parole.

Quel che Brandalise fa, da molti decenni ormai, è cercare di dire il limite del linguaggio, il limite del pensiero. Non rinuncia a dire quel che, come minimo, non è semplice dire o che, forse, non può nemmeno davvero essere detto. Ma c’è un piacere, un eros, un desiderio di dire al cuore stesso dell’umano, del zoon logon echon, a cui Brandalise non vuole rinunciare, di cui non vuole smettere di godere. Una mania, potremmo forse chiamarla. La mania di cercare – e tavolta trovare – la giusta parola, la parola che renda giustizia alla complessità del pensiero, alla sua differenza interna, al suo differenziarsi senza fine. Una mania? un tic? un’ossessione? un fantasma? un metodo? una praxis? una ricerca di forme estatiche? come potremmo dire? La posta filosofica – se si dà la possibilità di vincere o di perdere qualcosa nell’esercizio del pensiero – sta tutta nel reiterato riproporsi di questa domanda, nel dire, nel cercare di dire altrimenti quel che si è già detto e pensato. O, per dirla con altre parole ancora, le parole di Samuel Beckett, how try say?

In copertina: Francisco de Goya y Lucientes, La Gloria o l’adorazione del nome di Dio, 1772. Affresco, 700 x 1500 cm, Saragozza, Basílica del Pilar (particolare).

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014; 2a ed. Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).

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