Visitare le pagine

03/05/2023

Di pietra o di parole, il museo è ciò che Deleuze definiva un dispositivo, “una matassa, un insieme multilineare, composto di linee di natura diverse”, che attiva processi. Macchina tutt’altro che celibe in grado di produrre memorie e generare illusioni, specchio concavo che insieme rivela e deforma, il museo è una sfida irresistibile per gli artisti, che non smettono di farne oggetto di decostruzione e di costruzione (risale all’ormai lontano 1999 la mostra The Museum as Muse. Artists reflect curata dal Kynaston Mc Shine per il MoMA) e uno spazio costante d’indagine e d’invenzione per gli scrittori. Ben prima che fosse il cinema a cercare nel museo le proprie stesse ragioni, individuando una comune matrice nell’archivio, che conserva e tradisce (la domanda, hanno suggerito Barbara Le Maitre e Jennifer Verraes, curatrici nel 2013 del volume Cinéma muséum. Le musée d’après le cinéma, è “ce que le cinéma fait au musée et, réciproquement, ce que le musée fait au cinéma”) è stata infatti la letteratura a riconoscere immediatamente nel museo non solo un oggetto (un tema, un motivo) ma anche un modello narrativo. Una relazione comunque obliqua di cui Callum Stoiries ha mostrato la potenza nelle tappe del suo Delirious Museum (2006), un viaggio – una deriva situazionista e una scrupolosa visita guidata – attraverso musei e città. La gita al Louvre degli sposini dell’Assommoir rappresenta uno snodo cruciale del suo delirante percorso: lo smarrimento, l’inadeguatezza e lo stupore, la ricerca di una via d’uscita segnavano quelle celebri pagine di Zola, le stesse che non a caso sono riprese ad apertura (primi intrecci, appunto) del recente saggio di Corinne Pontillo, Musei di carta. Esposizioni e collezioni d’arte nella letteratura contemporanea.

Il volume, primo titolo della serie Visioni periferiche, è frutto di un interesse che dichiaratamente si muove tra letteratura e cultura visuale: Corinne Pontillo, studiosa di letterature comparate e autrice qualche anno fa di un volume che della rivista “Il Politecnico” ha indagato la narrazione visiva, si muove infatti nella zona intermedia e feconda tra scrittura e immagine,  un campo di studi che Michele Cometa, tra gli autori più spesso convocati nelle pagine della Pontillo, ha ampiamente dissodato e che nel museo trova occasione privilegiata di verifica e di discussione. L’itinerario critico che viene proposto è organizzato in due parti – Letterature e musei, Musei narrati, per altri confronti – ulteriormente articolate secondo distinzioni più o meno sottili, ora definite dalla natura, reale o immaginaria, del museo, ora dalla sua funzione narrativa (Visitare le pagine: il museo come spazio di ambientazione ne è esempio). A di là però della sua studiata architettura, il saggio si offre come una mappa, talvolta dettagliata più spesso d’insieme, con cui orientarsi nelle forme che il museo e, per estensione, la collezione assume e determina nella narrativa del XX e XXI secolo, con qualche cenno, si è detto, alle premesse ottocentesche.

Orhan Pamuk, Museo dell’Innocenza, 2008

Lasciando fuori la poesia, che pure spesso si è incontrata con il museo condividendone stanze e retoriche, Pontillo ci accompagna in un percorso scandito da incontri più consueti e da presenze meno prevedibili. Certo non stupisce l’attenzione opportunamente data a Calvino, alla raccolta Collezione di sabbia (1984), a Palomar (1983) e soprattutto alle Città invisibili (1972): dove si mostra il museo delle sfere di vetro della città di Fedora che raccoglie, in un vertiginoso sprofondamento di tempi passati e futuri, le infinite possibilità della stessa città secondo desideri che hanno dato vita a visioni accolte ed esposte nelle sfere. Così come d’obbligo è il riferimento al racconto di Daniele Del Giudice, Nel museo di Reims (1988) di cui Pontillo ci offre attraverso la chiave della cura della memoria un’analisi estesa e speculare rispetto al romanzo Le madonne dell’Ermitage (2006) di Debra Dean. Altrettanto necessarie le riflessioni sul Museo dell’Innocenza (2008) di Orhan Pamuk, un caso estremo di ibridazione fra letteratura e museo che ha prodotto ampia riflessione anche in ambito museologico, grazie soprattutto al Modesto manifesto per il museo in cui lo scrittore turco suggeriva per tempo una riflessione sui piccoli musei, che meglio dei musei nazionali sanno creare legami e raccontare storie. Ne è esempio, più volte ricordato dallo stesso Pamuk e ampiamente discusso da Pontillo, il museo Praz a Roma, una casa museo prefigurata dalle pagine autobiografiche e collezionistiche della Casa della vita, dove il rapporto tra le parole e le cose, tra i ricordi e i souvenir – che secondo Benjamin sono laiche reliquie – trovava un immediato riscontro nella prima edizione del libro, dove l’apparato iconografico si muoveva parallelamente al testo letterario creando quella tensione intermediale che l’autrice mostra di privilegiare nelle sue letture.

Museo Praz, Roma

Così, particolarmente interessante è il commento al volume Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città, un saggio della scrittrice romana di origini somale Igiaba Scego accompagnato dalle fotografie di Rino Bianchi. Un percorso urbano (e di nuovo il museo s’inquadra nella dimensione della città, di cui è monumento e porta d’accesso) condotto sulle tracce di un (forse) rimosso coloniale, nei luoghi dove il cambio di denominazione copre, senza veramente risolvere, il gesto violento che sta dietro alla costruzione delle collezioni coloniali che oggi definiamo, non senza qualche difficoltà, etnografiche, finalmente oggetto di radicale ripensamento anche in Italia grazie al grande cantiere epistemologico del Museo delle Civiltà. Questo perché le tassonomie fintamente anodine del museo ancora occultano l’inganno e la brutalità con cui gli oggetti venivano sottratti all’uso e al rito in nome della scienza secondo logiche predatorie di cui ha testimoniato con insuperata lucidità proprio un poeta, Michel Leiris nello scandaloso diario L’Africa fantasma (1934). Una guida insuperabile, quella che ci ha offerto con le sue notazioni lo scrittore surrealista che fu fra i fondatori del Musée de l’Homme a Parigi, per affrontare il difficile compito di restituire sguardi storicamente consapevoli, veramente decolonizzati, sul museo. Anche di questo ambizioso obiettivo, così come dell’urgenza di rivedere categorie e canoni letterari ed espositivi, si sono fatti carico alcuni degli scrittori interpellati da Corinne Pontillo nel suo saggio: un viatico per future, sempre più indisciplinate, ricerche. Nuove collezioni di idee da mostrare dentro e fuori il recinto, comunque permeabile, del museo.

Corinne Pontillo
Musei di carta. Esposizioni e collezioni nella letteratura contemporanea
Carocci, 2023
pp.136, € 16

In copertina: Étienne-Louis Boullée, Projet pour le Muséum, 1783

Stefania Zuliani

(1968) è docente di Teoria della critica d’arte e di Teoria del museo e delle esposizioni in età contemporanea all’Università di Salerno. Da sempre attenta al contributo che le scritture dei poeti e degli artisti offrono al dibattito critico contemporaneo, negli ultimi decenni ha orientato la sua riflessione all’analisi delle dinamiche che caratterizzano il Global Art World occupandosi in particolare delle relazioni che legano la produzione artistica e critica alla forma-museo e al sistema espositivo. Su questi temi ha pubblicato numerosi saggi e volumi e organizzato convegni e seminari internazionali. Giornalisti pubblicista e critico d’arte, ha curato mostre e cataloghi. Dal 2018 fa parte del comitato scientifico della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma.

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