Il vuoto non è il nulla

Nell’ottobre 1991, invitato dalla Library of Congress, di fronte al pubblico che l’aveva appena designato quale quinto «Poet Laureate» di quell’istituzione, così esordì Iosif Brodskij: «Un’ora fa, più o meno, era vuoto il palcoscenico sul quale mi trovo, e vuoti tutti gli scanni che voi occupate. Tra un’ora saranno vuoti di nuovo. Questo posto rimane deserto, immagino, quasi tutto il giorno; il vuoto è il suo stato naturale». Che il vuoto possa essere la condizione spontanea d’un luogo parrebbe essere convinzione che Brodskij eredita dalla sua lunga frequentazione di Venezia, la cui laguna sembra rivelare che «là, oltre il nulla, oltre il confine estremo, / – nero, incolore, ma chissà, forse bianco – / c’è qualcosa»: un oggetto vuoto, un nihil negativum, il quale non è un’assenza, una mancanza, ma l’espressione di un qualcosa d’impossibile. Non già tuttavia dal punto di vista logico, quanto sotto il profilo dell’esperienza.

Se infatti, seguendo Kant, ciò che si accorda con le condizioni formali dell’esperienza è «il possibile», il concepire un oggetto vuoto imporrebbe di considerare l’evenienza d’un oggetto che abolisce per opposizione le condizioni formali che regolano l’esperienza stessa, e che non può pertanto ascriversi all’ambito di «ciò che c’è», a meno di fare dell’ontologia, come proposto da Alain Badiou, una teoria del vuoto. Con ciò facendo nuovamente correre l’avventura a quel pensiero dell’ex nihilo che muove dalla teologia giudaica, islamica e cristiana e arriva fino ad Hannah Arendt – secondo quanto ha mostrato Gabriele Guercio in uno studio recente, insistendo sul modo in cui tale modello archetipico si ritrovi nella pratica artistica, portata ad adattare e provocare ad ogni suo inizio dei vuoti d’origine. Quegli stessi che Robert Fludd, nel 1617, all’inizio del suo monumentale trattato Utriusque Cosmi Maioris scilicet et Minoris Metaphysica, Physica atque Technica Historia, ha inteso raffigurare in un quadrato maleviciano ante litteram (fig. 1), affinché il lettore, irretito dall’oscurità enigmatica che da esso promana, possa lasciarsi vincere dalla serie di allusioni che, senza esaurirsi in alcuna rappresentazione, costringe quest’ultima a rinnovarsi «in infinitum».

fig. 1

Come si ricorda nel Dizionario dei simboli di Juan Eduardo Cirlot, si è qui a cospetto di una tipica «immagine ignota», dove si ritrova, immersa in un’oscurità senza dimensioni, l’inconsistenza d’uno spazio distinto dal mondo e che perciò s’impone in quanto tale, vuoto e senza limiti, sorta d’epifania di quel nulla che è consustanziale al nostro campo visuale. Il quale si estende sempre fino a un certo punto, perché – come ha scritto Italo Calvino sul margine dei versi montaliani di Forse un mattino andando in un’aria di vetro – per quanto noi si ruoti «su noi stessi spingendo[lo] davanti ai nostri occhi, non riusciamo mai a vedere com’è lo spazio in cui il nostro campo visuale non arriva». A questa totalità dagl’indistinti confini sembra dar corpo lo Hide-behind di cui scrive Borges nel Libro degli esseri immaginari e che il Palomar calviniano vede a sua volta saltar fuori «da un pulviscolo di vibrazioni fredde e informi». Creatura teratologica che sta sempre dietro qualcosa, lo Hide-behind è il vacuum che sfida ad essere veloci, a compiere la vertiginosa giravolta su sé stessi che invera l’incontro della mente che intuisce con il mondo che scorre. O ne suggella l’impossibilità, lo scacco definitivo che, per dirla con i versi di Alfredo Giuliani, ci fa fiutare delusi «quel veloce nulla che distrae».

Proprio questa dimensione di completa insensibilità ontologica hanno tentato di abbordare, ovvero di interpellare in una «sospensione di prossimità allontanante», diverse esperienze artistiche novecentesche ora raccolte presso la GAMeC di Bergamo, in un ampio allestimento dedicato all’immateriale. Dopo aver indagato nel 2018 l’essenza della composizione materiale e la sua sostanza energetica con la mostra Black Hole, e nel 2021 la mutazione come dimensione costitutiva dell’universo visibile con l’esposizione Nulla è perduto, Lorenzo Giusti e Domenico Quaranta propongono ora l’ultimo atto d’un ciclo dedicato all’illustrazione delle prove artistiche che, a cavaliere fra XX e XXI secolo, hanno posto al centro la questione della materia, in un tempo nel quale si pongono le premesse per un suo definitivo superamento, in quanto «il nostro sistema di realtà arriva a privilegiare l’essenza sull’esistenza», assecondando – rilevava Calvino nella conferenza del 1967 Cibernetica e fantasmi, opportunamente riportata in appendice al catalogo della mostra – il rapidissimo «passaggio di segnali sugli intricati circuiti che collegano i relé, i diodi, i transistor di cui la nostra calotta cranica è stipata».

fig. 2

Diviso in sezioni (di cui la prima, «Vuoto», è premessa alle successive, «Flusso» e «Simulazione», che di essa sono specificazioni) l’allestimento della GAMeC, labirintico e sottilmente dispersivo, ricalca per certi versi l’estetica della Exposition «le Vide» organizzata da Yves Klein a Parigi, nella primavera del 1958, alla Galerie Iris Clert, le cui pareti smaltate di bianco e le porte a vetri dipinte di blu oltremare sembrano dare il tono cromatico a molte delle opere esposte: dalle estroflessioni bianche di Agostino Bonalumi (fig. 2) a quelle di Enrico Castellani, passando per gli Infinity Nets di Yayoi Kusama, la quale si concentra sullo spazio intermedio fra i punti della pittura, come a volere cogliere la chora, il «dove» che permette di pensare insieme intellegibile e sensibile. Ma è soprattutto Josef Albers (fig. 3) a voler dar forma, ricorrendo alla giustapposizione di colori opachi, all’idea del vuoto, non diversamente da quanto accada con i Worldometers di Aleksandra Domanović, serie di sculture composte da proiettori Led, che per mezzo di un’illusione ottica creano immagini che sembrano fluttuare nell’aria, come se ciò di cui potesse offrirsi rappresentazione, d’accordo pure con i conseguimenti della fisica quantistica così come di quelli di una ontologia materialistica, fosse soltanto un «vuoto pneumatico di vitalità» entro cui la materia si trova a fluttuare.

fig. 3

Non diversamente da quanto possa notarsi osservando le (troppo spesso, e anche qui, trascurate) sculture di Jorge Oteiza (fig. 4), in cui – come ha notato Renato Bocchi – lo spazio vuoto non è che uno spazio immobile, ottenuto per costruzione (geometrica e astratta) attraverso un processo di «disoccupazione spaziale» per mezzo della quale il vuoto si ottiene come presenza d’un’assenza, nelle opere esposte alla GAMeC il vuoto viene reso visibile facendo rimando a un’assenza determinata, a «ciò che, in qualcosa, non c’è».

fig. 4

In tal modo si trascurano però altre possibilità di far segno al vuoto: riconoscendolo come l’irrappresentabile al quale pertiene un guardare introflesso fino al grado zero della visibilità, come esemplarmente mostrava già la tela di Caspar David Friedrich, Frau am Fenster (1818-22); ovvero come il punto finale di una «delocazione», d’un procedimento in forza del quale la materia fisica si trasfigura in materia immateriale, nella materia dell’ombra. Questa non ha nulla di camolato, non trattandosi d’un ritaglio nella materia, quanto d’uno spazio contraddistinto da un’assoluta evanescenza. Come quello nel quale ci si trova d’improvviso a scoprire, sviandosi nell’anfratto d’un museo, in un andito nel quale le uniche presenze sono le impronte degli oggetti rimossi. «Un ambiente – si legge in Una fede in niente ma totale di Claudio Parmiggiani – d’ombre di tele scostate dalle pareti: ombre di ombre», che lasciano vedere «dietro un velo un’altra realtà velata e dietro quest’altra realtà velata un’altra ancora e altri veli e così via perdendosi all’infinito», in un vuoto saturo di vuoto.

Salto nel vuoto. Arte al di là della materia
a cura di Lorenzo Giusti e Domenico Quaranta
GAMeC, Bergamo
catalogo edito da Officina Libraria e GAMeC Books
Fino al 28 maggio 2023

In copertina: Claudio Parmiggiani, Delocazione, 2002, courtesy of the artist and Simon Lee Gallery, photo Prudence Cuming

Luigi Azzariti-Fumaroli

(Milano 1981) insegna filosofia della comunicazione e del linguaggio presso l’Università Pegaso di Napoli; ha svolto e svolge attività didattica e seminariale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e l’Università di Pavia. Studioso di filosofia moderna e contemporanea, è autore di numerosi saggi e studi monografici fra i quali: “L’oblio del linguaggio” (Guerini 2007); “Alla ricerca della fenomenologia perduta. Husserl e Proust a confronto” (Mimesis 2009); “Brice Parain-Impromptu” (ESI 2010); “Giuseppe e i suoi fratelli: dalla filosofia narrante alla rivelazione” (Editoriale Scientifica 2012); “Passaggio al vuoto. Saggio su Walter Benjamin” (Quodlibet 2015) “Monoteismo plurale. Teologia ed ecclesiologia in Schelling” (Il Pozzo di Giacobbe 2019). Ha curato l’edizione italiana di opere di Derrida, Baumgardt, Hegel, Maimon. Di prossima pubblicazione, presso Quodlibet, è “Filosofia dell’ombra. Tre saggi”. Giornalista pubblicista, collabora con diversi periodici.

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