Le Macchine

13/04/2023

Riceviamo e volentieri pubblichiamo, come si dice, questo testo di presentazione scritto da Flavio Favelli per il suo «progetto speciale» presentato ieri, e visitabile sino a domenica prossima nello spazio LoroMilano (via Ugo Bassi 32), in occasione di Miart 2023. Il progetto è realizzato in collaborazione con Francesca Minini e con il supporto della Fondazione Pietro e Alberto Rossini.

Tre sculture che hanno come soggetto l’automobile, idolo e simulacro del nostro tempo, occupano i 1000 m2 dello spazio espositivo. Favelli è intervenuto su tre diversi modelli di auto, utilizzando pittura a smalto e inserti di lamiera. Spogliate dei loro attributi fino alla crudezza, “investite” e rivestite di immagini, le tre automobili si trasformano in oggetti snaturati e conturbanti, in aggregazioni di segni e di visioni. Gran Gala è una scocca dipinta di una Jaguar XJ6 x300 del 1996, rivestita di motivi razze-dazzle usati nella mimetizzazione sperimentata per la prima volta nel corso della Grande Guerra; Serravalle è una BMW 316 del 1983, la cui carrozzeria è stata ricoperta di centinaia di adesivi originali degli anni ’70, ’80 e ’90, poi asportata, le cui tracce sono state ridipinte successivamente, sicché  la pittura è la “copia dipinta” di quegli stessi adesivi; Prussia è una Fiat 500 degli anni Settanta alla quale sono stati asportati vetri, finestrini e fanali: per cui dell’auto rimane una sorta di residuato-scheletro, i cui “buchi” sono stati poi stagnati e tamponati con altre lamiere trovate.

Flavio Favelli, Le macchine, 2023, ph. Andrea Rossetti

Con quei prolungamenti delle abitazioni nei quali – per l’individuo metropolitano che vi passa parte non esigua del proprio tempo – si trasformano le automobili, Favelli si comporta dunque con lo stesso compiacimento perverso col quale “rivisita”, sottilmente stravolgendoli, gli intérieurs domestici, mobili e suppellettili, ai quali sin dall’inizio ha legato il suo lavoro. Ma in questa occasione più esplicito risulta – anche nella sua insolubile ambiguità – un risvolto “politico” in precedenza esplorato più volentieri (e, storicamente, pour cause) sperimentando supporti e tecniche in tal senso non innocenti come la pittura murale. Presentando una prima volta il suo lavoro per Miart ha scritto infatti;

«Ho un rapporto ambiguo coi motori, sono presenze fantasmagoriche.
Considerando che l’auto è cosa cruciale da più di un secolo, non sono tanti gli artisti che l’hanno usata come oggetto per un’opera d’arte.
Se si escludono il Futurismo, César, Andy Warhol… fino alla famosa serie BMW Art Cars, tutt’ora in auge, le opere d’arte che considerano l’automobile, soprattutto in Italia, dove i motori hanno una grande tradizione, non sono molte.
L’automobile è una protesi del genere umano.
Siamo nati con le auto e moriremo con le auto.
Queste scatole di lamiera sono grandi bagagli di immagini che accompagnano la nostra esistenza.
Nella lingua corrente si è sempre usato la parola “macchina”, non auto. Siamo sempre andati in macchina, nella “cosa” forse più seducente dopo le armi da guerra.»

Flavio Favelli, Le macchine, 2023, ph. Flavio Favelli

Il collegamento fra la «macchina», come metonimicamente si designa appunto l’automobile, e la macchina da guerra si fa esplicito nella livrea da camouflage applicata alla Jaguar (ambiguità connaturata all’arte, secondo una ben nota battuta di Gertrude Stein, sin all’apparizione dei primi veicoli mimetizzati nel ’15-18, da lei ricollegati alla sperimentazione cubista degli anni precedenti); ma è implicito, psichicamente, quando in questo testo connette con insistenza il senso di fisica onnipotenza, che prova ogni automobilista (maschio) al volante, alla sessualità più reificata in immagine o alla voluttà dei voyeurs da strage degli spettatori dei Gran Premi di Formula Uno (il «brivido» della chicane): tutti capitoli di un’enciclopedia «neo futurista» dove l’«automobile» (sintomaticamente al maschile), sempre, è «più bello della Vittoria di Samotracia». Persino il Roberto Roversi citato in clausola, e cantato da Lucio Dalla, nel (magnificamente) celebrare il primo e archetipico asso del volante, Tazio Nuvolari, non riusciva evitare accenti seducentemente post- (o piuttosto pre-)fascisti: «Nuvolari ha la maschera tagliente / Nuvolari ha la bocca sempre chiusa / di morire non gli importa niente».

Perché l’automobile, anzi «la macchina», è un acceleratore dei nostri istinti più basici, dell’individualismo più sfrenato, della nostra volontà di potenza. Basta saperlo.

Andrea Cortellessa

Flavio Favelli, Le macchine, 2023, ph. Andrea Rossetti

Vado a fare un giro in macchina diceva mio padre. Mio nonno andava in macchina ogni tanto per muoverla, perché la macchina, se sta ferma, si rovina. La macchina, insieme al denaro e alle armi, si possiede, è una realtà della psiche, una ragione di esistenza.

La potenza è nulla senza il controllo diceva una pubblicità, ma non c’è nessun controllo, perché la macchina si mangia tutto, divora in poco tempo pensieri, immagini e costumi. La macchina, più potente della rivoluzione, seduce ogni classe; è un processo epico inarrestabile, dove il mito-traguardo è come la luce dei suoi fari, illumina sempre il prossimo chilometro. La tecnologia della macchina continua il suo cammino verso la tecnologia della macchina e la sorpassa, anche se si chiama ancora ferro.

La potenza, anima della macchina, è indissolubilmente legata al potere e così all’idea di felicità. E a quello della morte; la macchina funebre deve essere ancora più bella, Jaguar e Maserati, il lusso che redime il cadavere che ha nel bagagliaio. Sulla macchina si investe la più alta ricerca per dare benessere e velocità, sfida e ostilità. La macchina è la progettazione del posto di comando alla consolle, casamatta in lamiera, che difende e offende. Questi sono gli anni del carro col pianale rialzato col muso guerriero, coi fari bianchi e gelidi, segno di esclusività accessibile, per una figura di assoluta ostilità, che domina dalla sua altezza, verso un neo futurismo col sedile riscaldabile. Nemico e preda danzano sull’autostrada contro le avversità delle regole e del clima; danza sguaiata che beffa il tutore.

Nelle nebbie di giorno, quelle bianche e abbacinanti, si ascende con brama verso il supremo sacrificio, lamiere e sangue rosso sull’asfalto nero drenante. In macchina va in scena la più grande sfida all’autorità: una perpetua e quotidiana lotta alla legge. La macchina sempre più sicura sfida la sicurezza. La macchina regina su Playmen, con le ragazze, le sigarette e il più regale dei whisky.

E il Gran Premio, spettacolo puro con il latte da campioni, Gran Turismo e la chicane,che dà brivido solo a pronunciarla.

La macchina segna il tempo che passa, i modelli scadono, desueti e superati e così il retro, il bagagliaio e le luci posteriori, figure ubique del moderno quotidiano – l’epoca della fila e del semaforo – sono i veri metri dell’immagine del tempo. Il padre della Repubblica Italiana è un designer che ha consacrato, ingiunto e indotto la macchina. In piena crisi economica, nel 1993, uscì la Punto. Mai nessuno aveva osato mettere i fari posteriori così in alto. Diceva il verbo: Fiat Punto. La risposta. Perché la macchina dà il responso. Poco prima qualcuno aveva cantato:

il motore del 2000 sarà bello e lucente
sarà veloce e silenzioso sarà un motore delicato
avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina.

Flavio Favelli, Le macchine, 2023, ph. Andrea Rossetti

In copertina: Flavio Favelli, Le macchine, 2023, ph. Flavio Favelli

Flavio Favelli

(Firenze, 1967), dopo la Laurea in Storia Orientale all’Università di Bologna, prende parte al Link Project (1995-2001). Ha esposto con progetti personali al MAXXI di Roma, al Centro per l’Arte Pecci di Prato, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, alla Maison Rouge di Parigi e al 176 Projectspace di Londra. Partecipa alla mostra “Italics” a Palazzo Grassi nel 2008 e a due Biennali di Venezia: la 50a (“Clandestini”, a cura di Francesco Bonami) e la 55a (Padiglione Italia a cura di Bartolomeo Pietromarchi). Nel 2008 realizza “Sala d’Attesa”, ambiente permanente nel Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna che accoglie la celebrazione di funerali laici. Nel 2015 l’opera “Gli Angeli degli Eroi” viene scelta dal Quirinale per commemorare i militari caduti nella ricorrenza del 4 Novembre. Tra i suoi ultimi progetti “Senso 80” (Albergo Diurno Venezia di Milano, 2017); “UNIVERS. Un negozio metafisico” (Venezia, 2017); “Serie Imperiale” (Casa del Popolo ed ex miniCoop di Bazzano, 2018), vincitore della seconda edizione di Italian Council; “Il bello inverso” (Ca’ Rezzonico, Venezia, 2019). Il suo ultimo libro è “Bologna la Rossa” (Corraini 2019).

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