Hervé Guibert, frammenti di un discorso amoroso

04/04/2023

Il Museo d’Arte Contemporanea di Roma (MACRO) presenta This and More, mostra personale dedicata a Hervé Guibert (1955-1991). La mostra, curata da Anthony Huberman, è realizzata in collaborazione con il CCA Wattis Institute for Contemporary Arts di San Francisco e il KW Institute for Contemporary Art di Berlino ed è qui promossa da Roma Culture e da Azienda Speciale Palaexpo.

Noto prevalentemente come ritrattista, questa volta abbiamo l’occasione di conoscere Guibert per un’indagine che esclude la presenza umana dalla scena e dove i luoghi e gli oggetti sono l’unica testimonianza del nostro esserci. Scrittore, fotografo e critico fotografico che sulle pagine di «Le Monde» ha recensito, giovanissimo, On Photography di Susan Sontag e La chambre claire di Roland Barthes, Hervé si è imposto sulla scena europea grazie alla sua dolorosa e intensa rappresentazione del corpo, della malattia e della morte. Scomparso a soli 36 anni, nel 1991, a causa dell’Aids, ha messo la sua esperienza al centro della scrittura, raccontando la sieropositività nel romanzo À l’ami qui ne m’a pas sauvé la vie (All’amico che non mi ha salvato la vita, Gog 2022).

Table de travail avec manuscrit barré

Guibert sembra aver vissuto con la bruciante consapevolezza che la vita è in ogni momento incantevole, spietata ed effimera. Questo, avrebbe detto Hermann Hesse, è «lo straordinario memento della caducità, che ci fa rabbrividire, ma senza il quale non ci sarebbe niente di bello». E forse questa è una suggestione che potremmo usare per capire meglio l’idea di buona fotografia che ha il nostro enfant prodige, ovvero non necessariamente quella che rende visibile una persona o un luogo, ma quella che è «fedele alla memoria della mia emozione».

Resta l’individuo – solitario, inerme, affaccendato, sempre sul punto di sparire – e resta Hervé, un giovane pronto a infiammarsi che si consuma lentamente. La fotografia diventa quasi un esercizio di resistenza e di prospettiva: Guibert non era pronto a staccarsi dalle cose, ma aveva bisogno di trovare un punto di vista esterno. Alla domanda «Dove sto andando?» sembra rispondere «Sono qui», qui dove un attimo fa c’era qualcuno che fra un attimo potrebbe tornare. Come se queste due dimensioni, la presenza e l’assenza, non potessero mai coincidere, ma al più rincorrersi e sfiorarsi.

La coscienza della propria posizione rispetto agli oggetti che lo circondano, alle stanze che li ospitano e alle persone che tra quelle stanze camminano, lasciando tracce del loro passaggio, questa è la forma di coscienza più essenziale e più necessaria. Guibert cerca di riannodare il legame tra realtà ed esperienza in una serie di fotografie che ci appaiono, insieme, familiari e inafferrabili.

Lecture (livre ouvert-fenêtre), 1979

Tutto ciò che è traccia, tutto ciò che è segno diventa oggetto della sua ricerca, rinuncia a qualsiasi spiegazione o rappresentazione diretta in nome di un’interrogazione nei confronti del senso. Lettore di Barthes, come lui Guibert abbandona qualsiasi pretesa sulla verità e si dedica a un’inchiesta fotografica sull’assenza significante, da leggere con la lente della malattia. Come il testo è «uno sfogliato di senso che lascia sempre sussistere il senso precedente, come in una costruzione geologica» (Barthes) così anche nella fotografia più scabra di Guibert vediamo la connotazione, sopra la denotazione. Nelle immagini c’è sempre, evidentissima, una dimensione sensoriale ed emotiva: gli oggetti ci raccontano la storia di ciò che è appena stato e ci anticipano ciò che sta per essere. Ci fanno una domanda che è il tema di ogni singola fotografia, oltre che della mostra, e che ne fa un vero «frammento di discorso amoroso».

Il fascino per la deperibilità della materia di cui è fatto l’amore aveva spinto Barthes a cercare un luogo, non importa quanto esiguo, di affermazione del discorso amoroso, parlato da tutti, ma sostenuto da nessuno. Nei Fragments d’un discours amoureux (1977) «quello che viene proposto è, se si vuole, un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico, bensì strutturale: esso presenta una collocazione della parola: la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla».

In modo simile, i frammenti visivi di Guibert sembrano chiederci «Dove ha inizio la presenza? Dove ha inizio l’assenza? Oppure, dove comincia l’una e dove finisce l’altra?» La risposta è affidata ai piccoli oggetti del quotidiano, nugae in bianco e nero, trascurabili vestigia cariche di significato ma, soprattutto, promesse di futuro.

Vertiges

Hervé Guibert: This and More
a cura di Anthony Huberman
Roma, MACRO
Fino al 21 maggio 2023

In copertina: Hervé Guibert, Message incompréhensible, 1990

Silvia Cammertoni

È dottoressa di ricerca in Studi Comparati. La sua inclinazione per la forma breve l’ha portata ad approfondire la scrittura saggistica, studiando soprattutto letteratura italiana contemporanea, critica letteraria ed estetica della letteratura. Sempre in cerca di analogie e contatti tra diverse discipline, coltiva numerosi interessi con attenzione particolare alla fotografia e alla storia della moda. Collabora con “Alias”.

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