Architettura del silenzio

Oggi, 3 aprile, Contrasto pubblica il volume fotografico di Steven Seidenberg The architecture of silence. Abandoned lives of the italian South, accompagnato da un volume gemello a cura di Carolyn L. White, Distant voices. On Steven Seidenberg’s «Architecture of silence» (con testi in inglese della curatrice e di Peter Kalb, Saverio Massaro, Frances Richard, Myles McCallum, Carmen Belmonte, Jilke Golblach, Antonio Riello, Colin Sterling, Brunella Antomarini, Fabio Benincasa, Mae Losasso e Giuliana Pieri). Durante la ricostruzione postbellica, coi fondi del Piano Marshall, il governo italiano varò un ampio programma di riforma agraria, la Riforma Fondiaria, durata dal 1950 al 1972. Questa parziale ridistribuzione delle terre (che intendeva anche sottrarre consensi al PCI) ebbe profondi effetti in tutta Italia, anche se prevalentemente nel Sud. Quasi mezzo secolo dopo, nel 2017, Seidenberg e White hanno iniziato un progetto interdisciplinare di documentazione dei resti contemporanei della Riforma. Le immagini di questi paesaggi rurali raffigurano bene le tensioni tra permanenza e temporaneità, tra spazi occupati e abbandonati: luoghi in cui le persone si trasferivano per vivere meglio e altri in cui le condizioni di vita risultavano così intollerabili da dover essere abbandonati di nuovo. Dal 28 gennaio alcune di queste immagini sono esposte anche nella «Stanza di Preghiera» del MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Roma. Per la cortesia degli autori e dell’editore proponiamo qui la versione originale italiana dei contributi, a Distant voices, di Maria Teresa Carbone e Tommaso Ottonieri.

A.C.

Tutte le case abbandonate si assomigliano

Maria Teresa Carbone

Tutte le case abbandonate si assomigliano. Non importa se sono grandi o piccole, povere o ricche, se si trovano in Europa o in America o in Asia. Tutte le case abbandonate si assomigliano, perché producono pensieri simili in chi le osserva. (Qualcuno, che non conosco e quasi sicuramente non conoscerò mai, ha camminato su questo pavimento, ha appeso una giacca a quell’attaccapanni, ha guardato il suo programma preferito sul televisore che adesso è buttato in un angolo. Questo qualcuno non abita più qui, ma io sento la sua presenza, non la posso ignorare. Anzi, la sua presenza-assenza domina la casa).

La casa abbandonata è un corpo morto.

Tutte le case abbandonate fanno pensare alla morte. Privata della vita che l’abitava, la casa abbandonata è un corpo che ha smesso di essere vivo. Forse questo corpo, la casa, potrà di nuovo essere abitato, potrà resuscitare, ma in questo momento l’abbandono che abita la casa è più forte della vita che l’ha abitata. Più forte delle persone che sono vissute qui. Più forte delle persone che qui forse vivranno.

Fotografare i fantasmi.

Fotografare una casa abbandonata è un esercizio difficile. Chi fotografa una casa abbandonata cerca, che ne sia consapevole o no, di fotografare quello che non vede. Chi fotografa una casa abbandonata cerca di fotografare i fantasmi. Il suo sguardo, prima ancora del suo apparecchio fotografico, si sforza di rintracciare i segni che situano quella casa nello spazio e nel tempo, che la rendono unica, diversa da tutte le altre case abbandonate. Un paio di pantofole logore disposte ad angolo per terra accanto a un foglio accartocciato e a uno spazzolino consunto. Lo scheletro polveroso di un vecchio passeggino per bambini. La carcassa di un divano. Oggetti che sono stati usati ogni giorno per settimane, mesi, anni. Oggetti diventati scheletri e carcasse. Come in un sito archeologico del tempo presente, la materia si oppone all’abbandono.

I fantasmi sono muti, gli oggetti parlano.

Prima di realizzare insieme a Carolyn White il progetto Imaging Failure. The Abandoned Lives of the Italian South, Steven Seidenberg ha pubblicato un libro di fotografie, Pipevalve: Berlin. Le immagini inquadrano vecchie valvole delle condutture idriche in un’area della capitale tedesca. Brevi testi seguono le fotografie. In uno di questi aforismi  Seidenberg scrive: “Mi attengo a un’unica regola: non attaccare mai”. Non attaccare significa restare fermi, significa rispettare. Rispettare, dal latino respicere, è guardare indietro, lasciare una cavità fra sé e l’altro, consentire un momento di attesa che possa abbracciare anche il passato. Si tratti delle valvole berlinesi o delle case abbandonate del Meridione italiano, Seidenberg si ferma, aspetta. (Aspectare, guardare attentamente). Aspetta che siano gli oggetti, le pareti, le porte e le finestre, lo spazio intorno, a guardarlo, ad accogliere la sua presenza aliena, a parlargli. E gli oggetti parlano. Là, a Berlino, erano gli arrugginiti totem metallici a ribadire la loro resistenza tenace al cambiamento. Qui, tra Puglia e Basilicata, le cose e gli spazi rimandano a una quotidianità ridotta all’essenziale: la cappa annerita dal fumo racconta di cibi cucinati e consumati accanto al fuoco, i fili tesi attraverso gli ambienti continuano a curvarsi, quasi sostenessero ancora il peso ormai svanito della biancheria e degli abiti che un tempo vi erano appesi, i materassi buttati a terra sono antiche scialuppe di salvataggio per le fatiche di una giornata smarrita nel ricordo.

Le case abbandonate sono buchi neri, ma fuori c’è il sole.

Le case abbandonate sono buchi neri. Ci si sprofonda dentro, attratti da una gigantesca energia centripeta. Le case abbandonate dai loro abitanti cercano di trattenere chi le visita, di impedire che si ripeta la tragedia dell’abbandono. Seidenberg lo sa, non si sottrae a questa pretesa. Concede e si concede tempo. Ma non dimentica che c’è un fuori, il fuori da cui lui proviene, il fuori verso cui sono andati quelli che hanno occupato questi spazi. Prova, anzi, a riprodurre il loro sguardo, quando la casa era viva. Punta il suo obiettivo in modo che i raggi del sole si riflettano nello specchio sopra il comò sbilenco, che il riquadro di un’apertura si proietti sullo schermo del vecchio televisore ingombrante, che la campitura dorata di un campo di grano penetri attraverso la cornice squadrata di una finestra. Esce, infine. Ritrova lo spazio esterno, lo sguardo esterno, il cielo.

L’abbandono è un fallimento?

C’è stato un tempo in cui qualcuno – donna, uomo, bambino – è entrato per la prima volta in questa casa e l’ha guardata proiettandosi nel futuro. Si è immaginato in questo spazio, ha disposto i suoi oggetti. C’è stato un tempo in cui qualcuno ha vissuto in questa casa nel suo presente, si è mosso fra le cose, è entrato e uscito senza guardarsi intorno, perché l’abitudine appanna lo sguardo. C’è stato un momento in cui qualcuno ha guardato questa casa, questo spazio, al passato, immaginandosi in un altrove ancora ignoto, e tuttavia potente come una calamita. È un fallimento immaginarsi altrove?

Dalla zona fondiaria

Tommaso Ottonieri

E il concreto (fantasma) dell’esistere, dall’istante in cui era venuto a cedere, poteva assorbirsi nel più indecidibile, e così nitido, grado della materia. Mummia; cristallo. Terso, di luce bianca. Punto morto della, non, memoria; che si sfalsa, secando lo sgretolio delle superfici la compattezza residua il bagliore di calce. Quanto si era già offerto in qualità di uso, invisibile tramatura dei gesti prescritti o più filiforme geometria dello spaziare abitudinario, dallo stridere rotatorio del pianeta alieno ricadeva pelle sul magnete gravitazionale, a coprirne per intero l’estensione, arrestava il suo degradarsi per il tempo solamente d’uno scatto, per il battito di un falso movimento vibrato sugli stipiti dal cuore della stasi: giaceva fisso sulla parete dell’attimo, sulla crepa dell’ombra che dall’oltrevita lo incideva adesso, come in linea di taglio il rasoio lento della luce.

Dal frastuono intorno, dell’arso dei campi, da un deserto di colture, l’eco delle antiche rivolte, l’occupazione delle terre infruttuose, le conquiste le lotte campali la legge stralcio, poi, la ridistribuzione fondiaria, le disattese degli anni il seme amaro della terra la partenza dei figli verso un sogno industriale, tutto s’era stampato in fila sullo schermo scrostato di quei muri, in decalcomania, dall’ora dell’ultimo abbandono per differenti e più lontani pianeti; fluttuava invisibile dal vento penetrato dagli infissi, gelatina stesa sui solai sull’inventario ossificato degli oggetti, come da una pellicola proiettava il suo spettro di luci inanimate, risalito il corso già estinto delle generazioni. Solo un’icona, anacoreta intagliato sul cigolare d’una porta, si stampava adesso sulla soglia dei silenzi, il loro demone guardiano; e affollato, dietro, il tumulto delle molte opalescenze, dal fondo della stanza premeva per spezzare l’occlusione del diaframma, che le tratteneva indietro, nell’ombra stesa di là del velo del, più mai, visibile, del risucchiato nel profondo degli spazi.

Il ruotare sovrapposto delle lenti, stringendo, allargando, la sonda, dal punto morto di questa zona che era esploso, disintegrando il suo torno alieno di vite, disseppelliva i fossili d’un più remoto agire e assorbito nel fondo del suo tempo nucleare, affondava, lama, dentro la quiete estranea di quella luce mediterranea adesso innaturale. Così lo scavo ottico apriva tunnel nelle stratigrafie di quanto s’era accantonato; esplorandone tessuti fibre vene arredi carni suppellettili, l’ombra che ne rimase impressa, come nel lampo radio d’una sindone, il cristallo focale d’un disincarnarsi nuovo. E intera ci si schiudeva allora dalla membrana di vetro, nei suoi lacerti le sue grame essenze come un’archeologia del già scorso: che tratto via per un giro brevissimo di decadi, risucchiato indietro come in un canale latteo, per il magnete di un raggio, migrato in altri mondi da un così angusto grappolo di generazioni, collassava adesso sul suo punto di non ritorno, promanava a discontinue ondate il suo estremo, sfinito luccicore, irradiava a fasci brevi il suo ultimo carnevale di spettri.

Esploravamo così uno per uno i reperti spinti su da quel brillare, seguendo il ronzio breve degli scatti senza più distinguerne la provenienza; stampata sullo scrostarsi degli intonaci, la traccia arcana d’una detonazione mai accaduta, già risucchiata nel bolo della storia, effondeva, come in negativo, come invisibile muffa, l’apparenza rientrata di un mondo, il lontano mormorio d’un mai concluso trapassarsi. E se una congettura permaneva del tuttavia esistere, questa trapelava non dall’ingombro delle materie residue, il regredire minerale degli oggetti, o dalle pareti sfatte del suo antico delimitarsi ed abitare, ma da quell’impronta aliena rilasciata sulla porta che continuava qui a solarizzarsi, demone o feticcio, il guardiano d’ombre messo lì a sopprimere ogni, impossibilità d’una, memoria.

E sempre il giorno era terso qui come cristallo, affilato il rasoio della luce. Di quadro in quadro, perimetrando l’esiguo delle stanze il suono fossile di quel che fu deserto il relitto dunque opaco di così intenso chiarore, la sonda ottica ridirigeva, a scatti, il senso dello spaziare; così, i fotogrammi a noi trasmessi si componevano nella muta continuità d’una sequenza, che nessuna parete sarebbe giunta più a delimitare. E riemergendo, l’occhio deserto della sonda, dal fondo opalescente d’ogni disparizione che giusto qui da sempre s’era consumata, rovesciava in largo il suo punto albertiano di visione, moveva fitto dentro il reticolo di crepe di quel tempo interrotto, fuori fase da sempre, s’insinuava dentro il sussulto muto del retrogradarsi delle materie e nel prolungarsi del loro  mormorio impercettibile, come risalendo una profondità di costellazioni, il tempo stesso di quel solarizzarsi dopobomba.

Così seguendo l’orma sola del ronzio, una già obliata idea di natura, fibrillata esanime natura, ecco per noi era d’un tratto rivenuta a galla: volatile ectoplasma dal putrefarsi degli oggetti dell’uso: immota aggettava dallo sfarsi delle cornici, per spingerci su dallo sfiato di quella improvvisa estinzione. Come per nascere, nascere ancora nascere per ancora ecco disertarsi, come per nascerci risalendo la coda del suo baleno d’annoluce. E avremmo bevuto, allora, il latte della luce, succhiato dalla sonda di cristallo come se il suo occhio fosse a noi capezzolo: e che a scatti effondesse qui, fino a noi fino al deserto che nel midollo tutti ci aveva prosciugati oltre ogni sempre, qui effondesse allora il suo svanire abbagliante: perché esauste le nostre fibre potessero cibarsi, fino al più esile nervo, di quella carne d’anime, fino al più esile nervo: la carne da cui avevamo dovuto congedarci, dentro il giorno affilato del cristallo, e risucchiarci nello strepito assordante delle campagne.

Steven Seidenberg

artista visivo, poeta e filosofo di San Francisco, ha esposto il suo lavoro in Italia, Germania, Giappone, Messico e negli Stati Uniti. La sua collezione di fotografie, “The Architecture of Silence: Abandoned Lives of the Italian South” è appena stata pubblicata da Contrasto, e una raccolta precedente, “Pipevalve: Berlin”, è stata pubblicata da Lodima Press nel 2017. È autore di numerose prose filosofiche, poesie e aforismi, fra le quali “Anon” (Omnidawn 2022), “Plain Sight” (Roof Books 2020), “Situ” (Black Sun Lit 2018) e “Itch” (Raw Art Press 2014). “Situ” è stata pubblicata anche nella traduzione italiana di Pietro Traversa, con introduzione di Lidia Riviello (Arcipelago Itaca 2021).

Maria Teresa Carbone

Giornalista, autrice e traduttrice, ha coordinato la redazione della rivista online «alfabeta2» dal 2014 fino alla sua chiusura, nel settembre 2019. In precedenza ha diretto la sezione Arti del settimanale «pagina99», ha lavorato alle pagine culturali del quotidiano «il manifesto» e ha curato alcune edizioni del festival romapoesia. Da diversi anni si occupa di promozione della lettura in Italia e all’estero. Il suo libro più recente, “111 cani e le loro strane storie”, è uscito nel 2017 per Emons e l'anno successivo è stato tradotto in tedesco.

Tommaso Ottonieri

(1958), dopo l’esordio di "Dalle memorie di un piccolo ipertrofico" (Feltrinelli 1980, prefazione di Edoardo Sanguineti), ha pubblicato, ancora in prosa: "Coniugativo" (Corpo10 1984), "Crema acida" (Lupelli e Manni 1997), "L’album crèmisi" (Empirìa 2000), "Le strade che portano al Fùcino" ( Le Lettere – Furi Formato 2007); in versi, "Elegia Sanremese" (Bompiani 1998, prefazione di Manlio Sgalambro), "Contatto" (Cronopio 2002), "Geodi" (Aragno 2015); in critica-teoria, "La plastica della lingua: stili in fuga lungo un’età postrema" (Bollati Boringhieri 2000). Numerosi, a partire dagli anni degli’esordi, i contributi su riviste, plaquettes varie, cataloghi, siti web, volumi antologici e altre opere collettive, di cui diverse a sua cura (fra queste, "Bassa Fedeltà: l’arte nell’epoca della riproduzione tecnica totale", Bollati Boringhieri 2000), e in radiofonia. Nell'ortònimo (Pomilio), è docente di contemporaneistica presso La Sapienza, autore di diversi contributi otto-novecenteschi, su tematiche letterarie e intermediali.

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