Quel che c’è da vedere

31/03/2023

È quello che c’è da vedere nell’invisibile, che bisogna sforzarsi di vedere. Non costa nessuna fatica vedere quello che è già esposto alla luce del sole. Se ci limitiamo a vedere quello che già c’è da vedere, tuttavia, non abbiamo ancora cominciato a vedere il mondo. Gli occhi, com’è noto, sono presuntuosi, e pretendono di dettare al mondo come dev’essere visto. Lo sguardo, cioè, pensa d’essere uno sguardo sovrano. Ma finché si vede solo quello che gli occhi credono di vedere, o – il che è lo stesso – di non vedere, non si è appunto neanche cominciato a vedere quello che il mondo offre alla vista.

Ludwig Wittgenstein, nella seconda parte delle Ricerche filosofiche, si interroga sul concetto del vedere: «due impieghi della parola ‘vedere’. Il primo: “Che cosa vedi là?” – “Vedo questa cosa (segue una descrizione, un disegno, una copia). Il secondo: “Vedo una somiglianza fra questi due volti” – colui al quale dico queste cose può vedere i due volti tanto distintamente quanto li vedo io. Importante: la distinzione categoriale fra i due ‘oggetti’ del vedere» (Wittgenstein, Ricerche filosofiche, II, § xi). Quali sono, propriamente, questi due ‘oggetti’ della visione? In entrambi i casi, in realtà, quel che vediamo non è direttamente quel che c’è da vedere, bensì vediamo un certo oggetto, come il buco nero nella celebre immagine qui sopra. Nell’anello incandescente al centro che spicca al centro possiamo vedere un ‘buco nero’ – che per definizione è invisibile, perché da un buco nero non escono fotoni, per questo non si può vedere – perché sappiamo che un buco nero ha determinate caratteristiche. Sappiamo inoltre che l’immagine qui sopra (quella di un buco nero denominato M 87, al centro della galassia Virgo A – o M87- distante circa 55 milioni di anni luce dalla terra) non mostra direttamente l’invisibile buco nero, in effetti l’immagine mostra un anello asimmetrico di materiale molto luminoso che circonda un disco oscuro: si tratta del cosiddetto “orizzonte dell’evento” del buco nero, ovvero il punto di non ritorno oltre il quale stelle, pianeti, polveri e anche la luce sono per sempre persi alla vista. Non vediamo una cosa, allora, vediamo quello che sappiamo della cosa.

La questione che si pone, allora, è invece se è possibile vedere qualcosa in modo affatto ingenuo, senza già sapere che cos’è quel che stiamo vedendo. Quando Wittgenstein scrive che vediamo una cosa, in effetti, anche se non ce ne accorgiamo (per questo lo sguardo è presuntuoso, perché non si accorge del suo stesso pregiudizio visivo), vedere una cosa è già un modo di vedere particolare; vediamo una cosa, ma avremmo potuto vedere un momento di un evento temporale. Nel mondo non ci sono, propriamente, cose da vedere; il mondo non è fatto di cose, al contrario, come scrive Carlo Rovelli in Buchi bianchi. Dentro l’orizzonte (Adelphi 2023), «relazioni fra i tempi» (p. 36) delle diverse entità che ne fanno parte. Perché vedere, in realtà, è sempre scegliere che cosa vedere e come vederlo. Ecco perché è così importante il secondo esempio proposto da Wittgenstein, quello in cui ‘vediamo’ la somiglianza fra due volti, perché non è affatto scontato vedere una somiglianza. Così infatti prosegue Wittgenstein: «l’uno può disegnare accuratamente i due volti; l’altro può notare, in questo disegno, quella somiglianza che l’altro non ha visto». Appunto, la somiglianza non è là fuori, immediatamente evidente. In questo senso ‘vedere’ una somiglianza è come ‘vedere’ una cosa: in entrambi i casi vediamo qualcosa che non è direttamente nel mondo, bensì nella nostra inconscia decisione di vedere qualcosa come un ‘certo’ qualcosa. Il ragionamento di Wittgenstein prosegue con un esempio illuminante: «si potrebbe immaginare che l’illustrazione:

si trovi in molti luoghi di un libro, per esempio, di un trattato. Nel testo che accompagna questa figura si parla, ogni volta, di qualcosa di diverso. Una volta di un cubo di vetro, un’altra volta di una cassa aperta e capovolta; ora di un’intelaiatura di filo che ha questa forma; ora di tre tavole che formano un angolo solido. Ogni volta il testo dà un’interpretazione dell’illustrazione. Ma potremmo anche vedere quest’illustrazione ora come l’una ora come l’altra cosa. Dunque l’interpretiamo: e la vediamo come l’interpretiamo». Il caso del cubo non è eccezionale, continuamente siamo alle prese con una decisione, una decisione visiva che ha conseguenze cognitive ed etiche tanto più rilevanti quanto meno ne siamo consapevoli. Si comprende così quale sia la posta in gioco per Wittgenstein: è possibile vedere senza vedere subito qualcosa? È possibile vedere il mondo malgrado i nostri pregiudizi sul mondo? La risposta a questa domanda è negativa, non si può, evidentemente, perché in realtà non esiste uno sguardo senza pregiudizi (lo sguardo è il pregiudizio stesso). Tuttavia, il caso della visione di una somiglianza fra due volti offre un’opportunità per rispondere in modo parzialmente positivo: «osservo un volto», nota Wittgenstein, «e improvvisamente noto la sua somiglianza con un altro. Vedo che non è cambiato; e tuttavia lo vedo in modo diverso. Chiamo questa esperienza ‘il notare un aspetto’». Siamo al punto: nel passaggio da un aspetto ad un altro – un passaggio peraltro affatto istantaneo – è come se cogliessimo, in un momento senza tempo, il mondo com’è, non come il nostro inconscio pregiudizio visivo ci porta a credere di vederlo. Tra un aspetto e l’altro, lì il mondo appare per com’è. Naturalmente questo tra è invisibile, ché il nostro sguardo è sempre ‘aspettuale’, ma questo non toglie che se impariamo a sostare in quel tra potremmo per una volta abitare nel mondo in sé, e non solo nel mondo per noi.

È questo stesso bagliore il tema, in fondo, del libro di Carlo Rovelli, che parla di questo oggetto elusivo che sarebbe il buco bianco, come l’altra faccia del più noto (si fa per dire) buco nero, come quello dell’immagine che apre queste considerazioni. Perché, come scrive Rovelli, «la difficoltà quindi non è imparare, è disimparare» (p. 39). In questo senso prima ancora che essere un libro che affronta un tema scientifico particolare il libro di Rovelli è una sorta di ‘manuale’ per imparare, appunto, a disimparare quello che abbiamo già imparato (o che crediamo di avere imparato), e che ci impedisce di vedere quello che lo schema così faticosamente appreso ci impedisce di vedere. L’intento del libro è esplicito già nel titolo: se il buco nero, come non abbiamo visto, è nero perché senza luce, il buco bianco al contrario sarebbe l’abbagliante fenomeno luminoso che appare quando il buco nero si rovescia nel suo contrario: «un buco bianco è un buco nero con il tempo ribaltato» (p. 91). In questo punto fantastico potremmo allora essere «dentro l’orizzonte», cioè proprio laddove non possiamo mai essere, perché l’orizzonte sembra essere sempre e solo laggiù, lontano dal nostro sguardo:

Questo è il mio libro sui buchi bianchi. Provo a raccontare come sono fatti i buchi neri, che vediamo nel cielo a centinaia. Cosa accade sul bordo di queste strane stelle, l’orizzonte, dove il tempo appare rallentare fino a fermarsi e lo spazio sembra strapparsi. Poi giù, dentro, nelle regioni più interne, fin dove tempo e spazio si sciolgono. Fin dove è come rimbalzare indietro nel tempo. Fin dove nascono i buchi bianchi (p. 15).

Nel buco bianco il tempo, improvvisamente, comincia a correre in un’altra direzione; che cosa possa significare questa inversione lo può provare a comprendere anche chi non è uno scienziato (Rovelli ci perdonerà questa spericolata interpretazione del suo libro) tornando all’esempio di Wittgenstein: il punto decisivo non è scegliere uno dei due aspetti del volto, quello in cui cogliamo la somiglianza con qualcun altro oppure quello in cui non la cogliamo. Si tratta piuttosto di ‘sostare’ nel punto dove i due aspetti, per così dire, si incontrano e si separano e quindi dove il visibile non è stato ancora costretto dal nostro sguardo prepotente a ‘scegliere’ un aspetto rispetto ad un altro. In quella regione dello spazio-tempo il visibile è fluido, aperto, libero. In questo senso dietro ogni buco nero – ossia dietro ogni buio assoluto che vorrebbe per sempre impedire lo sguardo – c’è la possibilità che si apra un buco bianco, cioè luminoso e quindi visibile:

Abbiamo visto che la zona singolare del buco nero non è “al centro”: è alla fine della caduta [nel buco nero]. Nel momento in cui il buco nero arriva al fondo della sua caduta […] non potrebbe, semplicemente, rimbalzare e tornare indietro come un pallone: come se il tempo tornasse indietro? La traiettoria di caduta era un buco nero: che cosa vedo se immagino di filmare la vita di un buco nero e proiettare il film al contrario? Vedo un buco bianco (p. 64).

Come possa accadere questo passaggio dal buio alla luce è spiegato nel libro, ma come sempre il come è meno importante del che, la spiegazione meno appassionante dell’ipotesi che libera la nostra immaginazione dalla tirannia del già visto che ci obbliga a continuare a vedere (in questo caso a non vedere) quello che si è già visto. Il libro di Rovelli punta infatti a liberare i pensieri, a spingerci a cercare di vedere quello che non riusciamo a immaginare, così come – per Wittgenstein – la visione fra gli aspetti serve a liberarci dell’illusione di uno sguardo neutrale sul mondo. In entrambi i casi si tratta di rimettere in movimento quello che sembrava ormai immobilizzato: «nei buchi neri si può entrare, e non uscire. Dai buchi bianchi, al contrario, si può uscire, e non entrare. (Se filmo cose che entrano in un buco e poi proietto il film all’indietro, vedo cose che escono dal buco)» (p. 66). In questo senso Buchi bianchi è un libro sulla libertà.

Una libertà che non consiste, e questo è forse il punto più interessante del libro, nell’accedere ad un mondo diverso da quello usuale, come pensa che la salvezza sia fuori di questo mondo; per liberare i pensieri non è necessario andare altrove (come fa chi la cerca nella natura incontaminata o nei monasteri sperduti in Tibet), al contrario, la possibilità di liberare lo sguardo – cioè di disimparare quello che abbiamo inconsciamente imparato a vedere – è sempre stata accanto a noi. La libertà non è scegliere un aspetto del mondo, quanto intravvedere il tra che separa e unisce i diversi aspetti del mondo; per questo, come scrive Rovelli, «dal di fuori, un buco bianco è indistinguibile da un buco nero» (p. 80). Quello che conta è permettere a questo tra di mostrarsi, e questo non significa altro che impedire al nostro sguardo di vedere – che in realtà è piuttosto un pre-vedere – qualcosa di già visto, e quindi già vecchio. Fare un passo indietro alla tirannia del nostro stesso sguardo. Ma che cos’è, propriamente, questo tra?

Cosa succede esattamente allo spazio e al tempo nel momento del rimbalzo? La teoria quantistica ci dice che quello che succede durante il salto non esiste, non ha forma, dimensione, proprietà. […] [L]a la realtà è che in quella transizione spazio e tempo si dissolvono in una nuvola di probabilità, al di là della quale riprendono la loro struttura. Il pezzo del puzzle da buttare via è l’idea che gli eventi della natura siano sempre immaginabili come immersi nello spazio e nel tempo (p. 84).

In quell’istante che non è un istante perché al di là del tempo, e che quindi non accade nemmeno in qualche luogo dello spazio, lì il nostro sguardo finalmente si apre al mondo, perché «non bisogna avere paura dei buchi neri […] prima o poi se ne esce. Se ne esce, passando per un buco bianco» (p. 100). Allora il mondo risplenderà.

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attesa, 1960

Carlo Rovelli
Buchi bianchi. Dentro l’orizzonte
Adelphi, 2023
pp. 144, 25 ill. a colori, € 14

In copertina: immagine del buco nero M87 al centro della galassia Virgo A 

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