Isabella Ducrot, frammenti di luce

Segnaliamo che il volume di Isabella Ducrot, Stoffe, di recente pubblicazione presso Quodlibet, sarà presentato questa sera, 21 marzo, alle ore 18.00, all’Istituto Centrale per la grafica di Roma (Sala Dante, via Poli, 54 – Fontana di Trevi). Alla presentazione interverranno lo storico dell’arte Luciano Arcangeli, la curatrice del volume Giulia Putaturo e il filosofo Emanuele Dattilo.

Nella seconda novella della ottava giornata del Decameron il prete di Varlungo lascia a monna Belcolore, quale pegno d’amore, il suo tabarro, suscitando in lei qualche perplessità sul suo valsente: «Cotesto tabarro o che vale egli? – Disse il prete: – Come, che vale? Io voglio che tu sappi che egli è di duagio infino in treagio, ed hacci di quegli nel popolo nostro che il tengon di quattragio». E Vittore Branca puntualmente chiosava nell’edizione einaudiana dell’opera del Boccaccio: «duagio» era panno fine di Douai, in Fiandra, laddove «treagio» e «quattragio» «sono nomi di immaginarie stoffe ancor più preziose, forgiati dal Boccaccio su una facile etimologia per meglio infinocchiare la Belcolore».

La quale chissà di quante burle, natte, beffe o baie sarebbe stata vittima, se solo il prevosto avesse potuto disporre delle stoffe raccolte negli anni da Isabella Ducrot – ora catalogate da Giulia Putaturo in una pregevole edizione pubblicata da Quodlibet. Più probabilmente però, a cospetto di tanta dovizia, la «fresca foresozza» si sarebbe semplicemente lasciata abbacinare dalle molteplici geometrie che gli intrecci fra trama e ordito creano in «un equilibrio delicatissimo» – ha scritto Patrizia Cavalli in uno dei testi che corredano il volume – «fra la materia che è già data in sé stessa» e la forma cui essa è destinata.

fig. 1

Certamente un lieve stordimento, un pizzico di quel che in russo si chiama vostorg e definisce una sorta di stupore misto a esaltazione, coglie noi che prendiamo a sfogliare questo «libro di immagini e non di informazioni tecnico-scientifiche», non soltanto perché ignari o quasi di quale significato più o meno ragionevole sia da attribuire a parole poco conosciute come, ad esempio, khatà (fig. 1) oppure shah us, non possedendone un concetto definito o essendone l’esperienza inadeguata, se non fuorviante, ma perché dinanzi al nostro sguardo si squaderna una serie di pezze raccolte e conservate da una raffinatissima chiffonniere che, d’accordo con il Jules Janin di Un hiver à Paris più ancora che col Baudelaire di Le vin des chiffonniers per come letto da Walter Benjamin, si fa creatrice di un archivio del dimenticato, con l’ambizione di cogliere in ogni stoffa l’eidos nel quale l’intellegibile e il sensibile possono essere concepiti insieme.

fig. 2

Nella postfazione a un precedente lavoro di Isabella Ducrot, La stoffa a quadri (Quodlibet 2018), Emanuele Dattilo ha osservato come l’intuizione dell’autrice sarebbe che gli uomini, nell’artefatto tessile che creano e indossano da millenni, non abbiano fatto altro che duplicare una struttura mentale che vede nella veste l’uscita e insieme la memoria dell’Eden. Tale sarebbe il punto di partenza del lavoro artistico e dell’ispirazione collezionistica che animerebbe la pittrice e scrittrice partenopea, la quale (esplicitando quanto Dattilo si limita ad accennare) si farebbe interprete di una sorta di laica Theologie des Kleides, di “Teologia della veste”, per riprendere un’espressione di Erik Peterson. Vi sarebbe cioè nelle sue opere (fig. 2), siccome nella sua raccolta, l’intenzione di cogliere nel simbolo rappresentato dalla veste il ritorno ad una condizione edenica. Se l’uomo è stato creato privo di vesti, ciò significa – per Peterson – che egli è destinato ad essere rivestito dell’abito soprannaturale della gloria: «come la veste presuppone il corpo che deve coprire, così la grazia presuppone la natura che deve compiere con la gloria» (fig. 3).

fig. 3

Forse nella ricerca decennale svolta dalla Ducrot vi è tuttavia anche il tentativo di riconoscere sin dal più minuto brandello, che, come tale, pure riesce, secondo Proust, a far «immaginare un’intera stoffa, dal momento che esso non è che la ripetizione degli stessi fili e degli stessi tipi di lana similmente intrecciati», un sempre nuovo possibile “inizio”. La parola tessuto, infatti, corrisponde – si ricorda nella Matassa primordiale della stessa Ducrot (nottetempo 2008) – al latino «orsus», che vale «parola», «espressione», «versi», ma pure «inizio». E tale certo appare la stoffa – suggeriva Bruno Schulz – che il drappiere dispiega, misura, avvolge e dispone, formando con le sue onde «redingote e calzoni illusori», frutto di manipolazioni irreali: un’apparenza, una commedia, che ha, ad ogni scampolo, un nuovo cominciamento capace, come ha rivelato Jean Echenoz in Ravel, di conferire una corporeità: essendo l’abito anzitutto vestizione immaginaria del corpo proprio, forma di godimento e spazio di contatto. Sicché la stoffa manifesterebbe la sua natura di organo-pelle, il suo essere étoffe du desir (l’ha efficacemente messo in luce di recente Antonio Rainone, La sartoria di Lacan, Mimesis 2022).

Nondimeno, verso le stoffe la Ducrot non nutre alcuna efefilia, alcun feticismo, inteso quale consegna della vita cosciente non già alla cosa stessa, ma alla sua seducente e mortale apparenza. Neppure sembra possibile scorgere, nell’armadio che funge da repositorio della sua collezione, qualche affinità con l’armoire d’un estenuato dandy, d’un novello Monsieur de Bougrelon, che ai rasi, ai broccati e alle sete affida il ricordo di «un abisso imprigionato in pareti di vetro». Sembra piuttosto che il raccogliere e selezionare per lustri decine di stoffe spesso policrome, animate, goffrate, sempre tessute, mai o quasi ricamate, risponda – come la stessa Ducrot ha dichiarato – a un interesse in parte metafisico, in parte edonistico. Nel tessuto – si legge ancora nella Matassa primordiale – «l’invisibile, ingabbiato tra le pareti visibili dei fili, partecipa attivamente alla sua specificità e all’articolazione fra vuoti e pieni», così da diventare pura esteriorità. In tal senso potrà considerarsi ogni tessuto alla medesima stregua di ciò che Plotino (Enneadi, III, 6, 7) definisce come «immagine in un’immagine senza forma e che per via della sua assenza di forma sembra produrre in essa delle cose visibili»: come se si trattasse d’uno specchio. Del resto la prossimità fra tessuto e specchio è attestata fin dai tempi di Achille Tazio (Leucippe e Clitofonte, I, 1); ma qui parrebbe doversi invocare soprattutto perché – come scrisse Roberto Longhi – è «nel quadro veridico dello specchio che si dà sempre l’“unità del frammento” immerso nella sua luce». Ogni tessuto, per Isabella Ducrot, è sempre e soltanto un «quasi niente», una materia sospesa sul non-essere: non un’ousia, un’esistenza, ma una parusia, una presenza come effusione o immanenza dell’«Essere» nella transitorietà delle cose.

E che un tale aver luogo dell’esteriorità della forma costituisca il carattere proprio di un tessuto e insieme la ragione per la quale al suo cospetto proviamo un piacere intellettuale che è piuttosto una sensualità dell’intelligenza, l’ebbe a testimoniare forse più d’ogni altro Gianfranco Contini quando, introducendo all’Annunciazione di Simone Martini (fig. 4), indugiò sul corredo vestimentale dell’Angelo, ed in particolare sul motivo scozzese delle tunica, per quindi ammettere con una certa lilialità infantile che «se di tanta macchina» si fosse voluto portar via «un pollice quadrato», egli non avrebbe esitato a scegliere «qualcuno di quei torti quadrangoli in cui si flettono ventilate le linee della stoffa».

Isabella Ducrot
Stoffe
a cura di Giulia Putaturo
con fotografie di Claire de Virieu e testi di Patrizia Cavalli e Claire de Virieu
Quodlibet, 2022
580 pp. ill. a col., € 60

In copertina: Caterina Cantoni, Tovaglia con personificazioni femminili dei quattro continenti, 1590-1610 (particolare)

Luigi Azzariti-Fumaroli

(Milano 1981) insegna filosofia della comunicazione e del linguaggio presso l’Università Pegaso di Napoli; ha svolto e svolge attività didattica e seminariale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e l’Università di Pavia. Studioso di filosofia moderna e contemporanea, è autore di numerosi saggi e studi monografici fra i quali: “L’oblio del linguaggio” (Guerini 2007); “Alla ricerca della fenomenologia perduta. Husserl e Proust a confronto” (Mimesis 2009); “Brice Parain-Impromptu” (ESI 2010); “Giuseppe e i suoi fratelli: dalla filosofia narrante alla rivelazione” (Editoriale Scientifica 2012); “Passaggio al vuoto. Saggio su Walter Benjamin” (Quodlibet 2015) “Monoteismo plurale. Teologia ed ecclesiologia in Schelling” (Il Pozzo di Giacobbe 2019). Ha curato l’edizione italiana di opere di Derrida, Baumgardt, Hegel, Maimon. Di prossima pubblicazione, presso Quodlibet, è “Filosofia dell’ombra. Tre saggi”. Giornalista pubblicista, collabora con diversi periodici.

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