Là dove muore, canta

Il multiforme ingegno di Rä di Martino si è misurato col Multiforme per antonomasia del secolo che la precede. L’Archivio Carmelo Bene le aveva proposto di immaginare un’opera a partire dai materiali ivi conservati, e l’artista si è concentrata su un paio di taccuini del 1981 nel quale il Fenomeno aveva vagheggiato un progetto di opera lirica, poi mai realizzata (anche se alcune frasi del testo sono trasmigrate in altri suoi lavori), sul mito del «Vampiro».

Là dove muore, canta è anzitutto una videoinstallazione multicanale di sedici minuti, inaugurata il 30 agosto 2022, prodotta dal Polo Biblio-museale di Lecce, dall’Archivio Carmelo Bene e dal Teatro Pubblico Pugliese e realizzata da Rä di Martino (VFX di Giovanni Caratelli) animando in 3D una foto di Bene con software CGI; la voce è di Lino Musella, alla quale mediante un ulteriore software è stata aggiunta la musica di Simone Pappalardo: le note sono desunte dalle cadenze del parlato, sottoposte a un’analisi spettrale che ne ha individuato e isolato le componenti armoniche. Come scrive Brizia Minerva, «l’esito è una musicalità strettamente collegata al corpo del suono, un processo connesso con le ricerche condotte da Carmelo Vene sulla propria voce attraverso sofisticate strumentazioni di amplificazione e il playback». Il risultato è straniante, raggelante e insieme misteriosamente seducente: proprio come si può immaginare un non-morto tecnologicamente negromantizzato.

Là dove muore, canta (titolo desunto da uno degli appunti di Bene) è ora anche un libro, pubblicato col consueto fasto tipografico da Humboldt Books (144 pp. ill. col., € 18) in occasione della mostra omonima tenutasi alla Torre Matta di Otranto dal 2 settembre al 2 novembre dell’anno scorso, e curato da Brizia Minerva e Luigi De Luca dell’Archivio Carmelo Bene. Il libro riproduce le pagine dei taccuini in questione e una selezione di aperture di pagina dei libri posseduti, post-ittati e postillati da Bene (da Van Gogh il suicidato della società di Artaud a Le parole dell’estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi, da Schopenhauer a Lacan passando per Nietzsche), e riporta lo script tratto da Rä di Martino dagli appunti del taccuino (il volume contiene anche testi di Brizia Minerva e Chiara Valerio).

Per la cortesia dell’autrice, dell’Archivio Carmelo Bene e di Humboldt Books riportiamo qui un estratto dalla videoinstallazione, una selezione delle immagini del taccuino e il testo “vampirizzato” dal Vampiro di Oggi da quello di Ieri. Perché, diciamolo, Chi La Fa L’Aspetti.

A.C.

IL VAMPIRO
Progetto per un’opera lirica in 2 atti, situazioni
Una voce maschile (recitante)
Più voci femminili (recitanti)
Coro femminile e orchestra
Scaletta, annotazioni per stesura
Roma lì 25 aprile 1981
Carmelo Bene

Esistono due ruoli principali in questo “Vampiro”: Il vampiro e la sua vittima per eccellenza. Ma in realtà si tratta di 4 ruoli in 2: il personaggio-vampiro e il suo autore, la sua vittima fondamentale e l’attrice.

L’attrice (tacitamente retribuita in pellicce e belle vesti dal suo autore) capricciosamente, a intervalli lampeggianti di gratuito, disattende la continuità. Sono in due e par che facciano per quattro. Questo entrare e uscire d’improvviso dai propri ruoli, e cioè dalla rappresentazione ortodossa e sempre squallida, costituisce il fascino dell’argomento, dell’intreccio, non per questo complicando la comprensione dello spettatore, ma al contrario, esaltandola, poiché qui l’argomento per eccellenza è appunto: il Fascino. 

Impetuosa la pioggia cadeva sul vetro della finestra. La grandine scagliata dal vento.
Una terra di fate per te e me.
Una magica schiuma, un mare periglioso.
La nostra finestra di fronte alla pericolosa spuma. La nostra finestra aperta di fronte a desolati mari. E la spuma perlata d’una terra fatata…

La dottrina dei morti mi comanda i miei abituali esercizi che osceni, soli mi dispensano dalla umana energia volitiva, mi salvaguardano dalla Logica Vanità delle occasioni d’amore, dal mondo in quanto rappresentazione.
Eppure mi domando, nella veglia assonnata della mia bara-letto: perché non morto? Perché non ancora? Chi mai solletica questa mia indifferenza? Quali voci (di donna?) tesse il vento tutt’intorno al maniero – figura della mia estetica derisione quasi assoluta?
Chi mi pensa? Chi mai inquieta i non-morti? E perché questi brividi di freddo?

Ogni sera (al tramonto) dopo aver sbrigato le proprie devozioni alla sua spropositata cornice vuota, il vampiro cerca di prendere sonno nella sua bara. Ma, ahilùi! Sa resistere a tutto tranne alle tentazioni: ecco la sua inquietudine da non-morto. In breve. Ecco i salotti, i thè insanguinati.
Ecco la sua debole disponibilità al narcisismo arrogante delle sue vittime.
“Essere morti è una fatica dura!”. Questa inquietudine dei non-morti dentro la stanza del mio cervello inebetito, chi mi dice di muovermi, sonnambulo, chi mi dice d’alzarmi dal mio letto-bara?
M’alzo nella mia stanza sconfinata di terra umana. Ho indosso l’abito nero, elegante, dell’occasione definitiva.
Chi mi ridesta dalla mia inumazione prematura?

Il risultato del combattimento ne è anche la causa… ché senza la vittima non c’è più mostro…
Il mostro è la paura della vittima che si fa concreta e autonoma. La morte non fa che togliere gli ostacoli a una vita completa.
In quanto “personaggi” entrambi ignorano che il rispettivo loro linguaggio orale, la nominazione, e l’afasia dell’articolazione stessa, sono determinati dalla foggia e il colore dell’abbigliamento.
In quanto invece attori: lei, si parla addosso, beata, è la perpetua esemplificazione vivente dell’identità condizionata dal guardaroba.
Lui, al contrario, che in sul principio non si raccapezza con quella sua ridda d’umori, si converte – non alla donna! – alla moda e ai giornali di moda femminili.

Il gusto e l’odorato si rivelano difettosi. Per quanto concerne il gusto, che gli si metta sotto la lingua del sale, resta sempre impassibile, come non fosse niente… Quanto all’odorato, sopporta benissimo che gli si introduca del pepe dentro il naso. Incapace di distinguere un cadavere in putrefazione da un bouquet di violette.
Se gli si trapassa la pelle del dorso della mano con un ago, non sussulta ma dice dolcemente: “È sopportabile”.
La tua spensieratezza è di cotone. Chissà, forse è velluto. Forse è una pace di metà stagione, la tua.
Tutti i suoi passi erano sentimenti. Tutti i suoi denti erano delle idee…

Il vampiro “Dandy inguaribile” è proiezione conscia-inconscia delle sue vittime. Proprio così. La vittima è vittima di sé stessa.
Quanto all’ inquietudine dei non-morti. I non-morti son davvero strani e inguaribili. Ci vorrebbe un miracolo. Una Nostra Signora dei Vampiri.

NARCISIMO DELLA VITTIMA = suicidio = (nell’irrappresentabilità visiva), il rosso
(la degenerazione del thè), il sangue.
Ponendo attenzione a non mai giustificare i passaggi di situazione tra autore-attore – vittima-attrice. Per esempio: I thè cretini, il contar denaro (per lei, l’attrice), la conversazione frivola, lo sfogliare bozzetti – grandi un metro quadro – di moda femminile.
In questi gesti il vampiro impegna ambo le mani.

Ahimè, la più parte delle donne s’invaghisce del “demone”, del “diverso”; poi lo sposa in furia di fedeltà pigra e d’abitudine, lo riduce in pantofole. Perché?
Perché la “vittima”, che, in sul principio adora terrorizzarsi, sdoppiandosi, non tiene a lungo la civetteria del gioco e presto (quanto presto!) richiama a sé il suo stesso spavento.

Eh sì che in questa bara non c’è nessun cadavere; dentro questa cornice dispendiosa nessuna estate è pinta.
Si veglia il nulla, qui. È una assai strana concentrazione, questa: distrae (io distrarmi? Sì, d’accordo, è la carne!).
Quanto alla sospensione dell’amore:
Non è Lei. Lei non è. È d’altrove, infedele anche a sé stessa.
Non sei mia!
Sento nel dire quanto sei stanca.
Oh riposa; è forza anche per te morire di tanto in tanto.

Egli s’avvede che le vesti, le velette e le scarpe femminili, semplicemente da lui toccate, piangono, ridono, suonano, cantano, parlano, gridano, vaneggiano, ballano, svincolate da un corpo o manichino. Sono stregate, queste vesti. Argomenta e si sdegna, contaminato, civettando o ridendo o piangendo da donna. Quindi indossa un visone. Si fa, si rivolta, a destra del sipario e se ne ammanta e tutto è un manto di sipario nero: Padre, perdonali, vestono così male!
Abbigliarsi è un tremendo esercizio spirituale. Negli intervalli dove la cornice ritaglia un bel niente il vampiro s’impicca, concentratissimo, a svariate cravatte.

Vedi? – accendendo un cero alla deserta immagine – Questa strana inquietudine smarrirebbe una buona volta per tutte, la sua logica atroce.
“In segreto la vita mi bisbiglia, vecchia indovina, parole dimenticate…”
E così, dilaniata dalla qui esposta combinazione dannata, non rimane al non-morto che concentrarsi nella sua toeletta – fine a sé stessa –: un tragico abbigliarsi (moda maschile) da inferno dantesco tra gli spasimi inumani-bestiali, e il sudore caldo e freddo, e il nominare insensato, non ancora abbastanza.

Essere pensati è una fatica dura. Pensare è chiamare.

Musica dell’indifferenza…
copri le loro voci ch’io
non mi sento più
tacere.

Dannatamente incantato, là dove muore, canta.

Oh, la più bella tra le assenze dell’altro cielo, che d’oltremare hai dipinti gli occhi:

“Io non credo ai fantasmi, ma ne ho paura”.

Non morto è il ferito a morte, inginocchiato davanti al caro ritratto di lei. “Incorniciato in oro” è l’incantevole nulla che ne è di lei. Il lusso della cornice dice tutta la di lui devozione d’amante, l’eleganza diventa religiosa nelle sue cure.

Faceva molto freddo. Molto freddo.
La lepre… la lepre… gli uccelli…
La lepre… nonostante la pelliccia, era freddissima.

E manca il mio spirito debole a pensare come i morti devono agghiacciare sotto la terra del camposanto.
Mela candita, cotogna, susina e zucca, con gelatine più dolci del cremoso latte e splendenti colori di sciroppo rappreso e di cinnamomo.

In copertina: Ra di Martino, Là dove muore, canta, video still; courtesy Archivio Carmelo Bene

Rä di Martino

(Roma, 1975) ha studiato al Chelsea College of Art e alla Slade School of Art di Londra, ha poi vissuto a New York, dal 2005 al 2010; vive e lavora ora a Roma. Ha esposto in istituzioni quali la Tate Modern a Londra, il MoMA PS1 a New York, Palazzo Grassi a Venezia, GAM e Fondazione Sandretto Rebaudengo a Torino, MACRO e MAXXI a Roma, Museion a Bolzano, MCA a Chicago, Hangar Bicocca e PAC a Milano. Ha partecipato a festival del cinema internazionali quali Festival del film Locarno, VIPER Basel, Transmediale Berlino, Kasseler Dokfest, Torino Film Festival, e al Festival del Cinema di Venezia vincendo nel 2014 il Premio SIAE, il premio Gillo Pontecorvo e una menzione speciale ai Nastri d’Argento con il film “The Show MAS Go On” (2014). Il suo primo lungometraggio “Controfigura” (2017) è stato presentato in anteprima all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Nel 2018/2019 sviluppa il progetto AFTERALL, con il sostegno del premio del Mibac-Italian Council presentato al Mattatoio-Palaexpo di Roma (2019) e nel 2020 al Kunstmuseum St. Gallen (2020); Nel 2019 produce un nuovo video “L’eccezione”, commissionato e dal Museo Novecento di Firenze, che vince la prima edizione del premio Lio Capital (Milano 2020). Nel 2021 sviluppa il documentario per ARTE’ “Il giardino che non c’è”, sul “Giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani e il documentario sperimentale sul Teatro di Pontedera “Fuori dai teatri”. Durante l’estate 2022 inaugura una mostra personale al Forte Belvedere di Firenze e una personale dedicata all’archivio di Carmelo Bene (Museo Castromediano di Lecce e Torre Matta, Otranto).

Carmelo Bene

(Campi Salentina, 1º settembre 1937 – Roma, 16 marzo 2002) è stato un attore, regista, drammaturgo, filosofo, scrittore e poeta italiano. È stato uno dei protagonisti della "neoavanguardia" teatrale italiana e tra i fondatori del "nuovo teatro italiano". Autore prolifico, si impegnò in diverse forme d'arte quali la poesia, il concerto, il cinema.

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