Il passo felpato di Cartier-Bresson

Da semplice spettatore interessato o anche, se vogliamo, da puro dilettante, ho spesso pensato di saper distinguere istintivamente una buona fotografia da una cattiva. Il giudizio scaturiva da una serie di operazioni mentali del tutto automatiche che si innescavano di fronte a una foto e che avevano a che fare con le sensazioni lasciate dopo un colpo d’occhio d’insieme e al contempo un processo di rapidissima analisi visiva delle sue singole parti.

Si trattava di considerazioni connesse a concetti in me più o meno precisamente definiti di armonia, originalità, sensibilità estetica, attenzione al dettaglio, messaggio concettuale sotteso all’immagine e altri che tuttora farei fatica a verbalizzare chiaramente. In ogni caso, accostandomi a una fotografia con questo bagaglio di sapere preconscio, ho spesso avuto la sensazione di capirci qualcosa e poter, da profano, dire la mia con qualche cognizione di causa.

Queste idee sono state recentemente corroborate dalla lettura di una piccola raccolta di scritti, appunti e brevi pensieri di uno dei maggiori fotografi del Novecento, Henri Cartier-Bresson. Il libro è L’immaginario dal vero (Abscondita, 2005).

In questa manciata di pagine, che includono anche alcuni famosi scatti del fotografo francese, è tratteggiata in pochi schizzi e in modo volutamente antiaccademico una concezione della fotografia come di un’arte fatta di intuizione, discrezione e rispetto assoluti verso l’oggetto ritratto, unione fisica e mentale con la macchina fotografica. Il fotografo francese ad esempio non ha mai fatto mistero di preferire di gran lunga una macchina leggera e maneggevole quasi capace di nascondersi assieme all’autore degli scatti, e di come proprio l’aver trovato lo strumento a lui più adatto gli abbia consentito di realizzarsi come fotografo («uno deve sentirsi a proprio agio con l’apparecchio»).

La fotografia sembra così delinearsi come un’attività caratterizzata da un’attenzione per l’essenziale, in cui il rispetto per l’oggetto osservato è indissolubilmente legato al sentimento del tempo che passa e della necessità di fermarlo in un suo frangente decisivo. Questo rispetto impone, secondo Cartier-Bresson, di non usare stratagemmi per abbellire o rielaborare le foto: la realtà deve saltare fuori il più possibile così come si presente in un certo momento, senza timori per piccole sbavature. Il rispetto per la realtà deve poi prendere forma, nel caso dei ritratti di esseri umani («sono particolarmente interessato soprattutto alle persone», dice Bresson) particolarmente amati dal celebre fotografo francese), come un avvicinarsi all’oggetto con passo felpato («da lupo») per non disturbare, per non farsi vedere, per cogliere la preda nell’attimo decisivo in cui manifesta un aspetto essenziale di sé agli occhi di chi osserva. Ciò che il fotografo deve cercare non è la bellezza in sé (magari raggiunta tramite qualche artificio tecnico) ma «un’intensità psicologica» che emana dalla realtà osservata in quel momento.

Interessante è anche la notazione sull’armonia che deve avere una foto, concetto sintetizzato nel termine “composizione”. Si tratta di quell’organizzazione degli elementi visivi che fanno parte della realtà osservata e che mostrano agli occhi del fotografo di avere un carattere organico, un equilibrio espressivo imprescindibile a determinarne il significato. Per cogliere questi aspetti serve, come si diceva pocanzi, intuito e velocità, oltre che una sensibilità fisica nel rapporto con l’ambiente e la macchina fotografica, perché «basta una leggera flessione delle ginocchia per modificare le prospettive». Per questo motivo per Cartier-Bresson non servono gli artifici di rielaborazione della foto, perché l’immagine colta deve avere in sé un suo insito equilibrio formale che nessuna manipolazione successiva, taglio o altro tipo di intervento razionale potrà conferirgli all’occhio del fruitore finale. Questa armonia compositiva è talmente importante da far dire a Cartier-Bresson che «per me il contenuto non può mai essere disgiunto dalla forma […] l’organizzazione plastica rigorosa che sola rende concreti e trasmissibili i concetti e le emozioni».

Certo anche cogliendo la realtà attraverso il nostro apparato sensoriale prevalente (la vista) non rappresentiamo solo la realtà ma anche qualcosa di nostro, anzi è proprio questa componente soggettiva che può fare di una foto un prodotto artistico. L’arte fotografica (come tutte le forme artistiche) è essenzialmente questo continuo rapporto tra il mondo esteriore e quello interiore di chi crea, che dialogano continuamente e finiscono per influenzarsi, è il frutto di questo processo che attraverso la tecnica e l’esperienza deve essere trasmesso dall’artista. La fotografia diventa così un’unione di mente, occhio e cuore verso un istante della realtà che deve essere colto nel continuo fluire delle cose, una pratica in cui pensiero e gesto fisico coincidono annullando ogni dualismo frutto della riflessione guidata dalla regola. Fotografare diventa allora un atto di preghiera dinnanzi alla caducità della vita, un processo in cui qualcosa della realtà si impone allo sguardo vigile di chi osserva sperando di essere gettato nell’eternità.

In copertina: Henri Cartier-Bresson, Martine’s legs, 1967

vive e lavora a Padova. Da anni si occupa di psicoanalisi e poesia.
Ha pubblicato articoli di argomento clinico su riviste scientifiche nazionali e diversi saggi monografici sulla psicoterapia e la psicoanalisi. Ha scritto, per il sito della Mondadori “Studenti.it”, un commento a quaranta poesie di Montale dal titolo “Ti presento Eugenio Montale. Riscoprire il piacere della poesia” (2020). L’ultimo libro pubblicato è “Non di solo pane. L’uomo e la ricerca del senso” (2022).
Suoi contributi di argomento letterario, filosofico, psicoanalitico e politico-sociale sono apparsi su diversi blog e riviste culturali online tra cui Le parole e le cose, La Balena Bianca, Kasparhauser, Psychiatry online, Atelier, Pangea.

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