Il gioco dell’osservatore

14/02/2023

L’interdisciplinarietà e il legame con le scienze, così come la ricerca tecnologica, sono i temi centrali di alcuni eventi espositivi di rilievo in Italia in questo periodo. La XXIII Triennale di Milano sta sfidando l’immaginazione dei suoi visitatori con riflessioni che spaziano dell’astrofisica alla genetica, mentre uno dei temi cardine della Biennale di Cecilia Alemani, appena conclusa, è stata proprio la relazione fra gli individui e la tecnologia. Con il medesimo spirito speculativo, Padova presenta in questi mesi una mostra dove si richiede al visitatore una profonda riflessione sulle potenzialità della psicologia sperimentale, sulle proprie capacità psico-sensoriali, sulla scienza dietro la reattività dell’occhio umano e sulle proprie funzionalità percettive che, nel rapporto con l’opera d’arte, non sono affatto aleatorie e soggettive, ma chiare, esatte e replicabili.

La mostra L’occhio in gioco. Percezione, impressioni e illusioni nell’arte è un lungo viaggio immersivo che porta il visitatore, di sala in sala, a dar prova delle proprie capacità percettive, uscendo dall’esperienza espositiva più consapevole delle problematiche della visione umana e del proprio fondamentale ruolo nel delicato e difficile rapporto fruitivo con l’opera d’arte. La mostra, curata da Luca Massimo Barbero, si pone l’obiettivo di istruire l’osservatore su tutte quelle tendenze artistiche che nei secoli, e poi con maggiore attenzione nel Novecento, si sono concentrate sullo studio dell’ottica e della percezione umana, sul ruolo del colore nell’opera d’arte e sull’idea di movimento – reale o apparente – come elemento nodale dell’esperienza artistica. La mostra è uno degli eventi cardine organizzati per gli 800 anni dell’istituzione universitaria padovana e, difatti, l’attività di ricerca e di indagine può definirsi il filo conduttore di ogni singola opera presente in mostra.

La sua particolarità è la divisione in due sezioni (e in due cataloghi): una prima parte storica che affronta l’evoluzione di questa indagine artistica nel tempo e una sezione tematica interamente dedicata al Gruppo N. Con questo nome si identifica lo storico collettivo padovano di artisti cinetici e programmati – tra i primi in Italia negli anni Sessanta assieme al Gruppo T di Milano, sotto l’egida di Bruno Munari – che hanno fatto dell’attività artistica un mezzo per uno studio approfondito sulla psicologia della percezione e sull’idea di “programmazione” dell’opera d’arte al fine di attivare la partecipazione consapevole dell’osservatore proponendo “campi di accadimenti” (così, nel ’62, Umberto Eco) sempre nuovi.

Le sfere cosmiche e l’essere umano, miniatura dal Liber divinorum, 1225 ca.

L’osservatore si muove quindi in un caleidoscopio di colori, in una giostra che prende le mosse dai manoscritti del XIV secolo, dove l’uomo era al centro di vorticosi cerchi concentrici a rappresentazione del cosmo, fino a concludersi con altri cieli, assai più distorti e fluorescenti, come quelli cantati da David Bowie in Space Oddity. La copertina della famosa hit discografica di Bowie viene grandiosamente mostrata allo spettatore occupando un’intera parete: il volto del cantante è posto al centro di un’opera di Victor Vasarely, padre dell’arte optical, ideatore di infiniti spazi cosmici e illusioni ottiche tridimensionali. Il visitatore, attraverso il percorso espositivo, si accorge di essere al centro della scena, di essere il protagonista di sperimentazioni artistiche che prendono vita attorno a lui. Egli è il centro nevralgico della riflessione, al centro dello spazio come l’uomo medioevale, attorniato dalle sfere celesti e, come l’uomo di Space Oddity, affascinato da quel cosmo sopra la sua testa che stava imparando a conoscere grazie al potere dei media e della scienza e che magnetizzava anche l’attenzione di artisti e creativi.

Vernon Dewhurst, copertina per David Bowie, Space Oddity, 1969 (particolare)

Il visitatore, come un uomo del XVIII e XIX secolo, si interroga sulla teoria dei colori e sulla capacità dell’occhio umano di rilevarli, ragiona su come si possano bilanciare e riunire i vari colori dipinti divisi in piccole pennellate sulla tela, si interroga su quali forze intervengano a fare dei colori – come scriveva Giacomo Balla – un territorio di confine tra scienza, psicologia e fisica. Ma è con le avanguardie novecentesche che lo spettatore riconosce il suo indiscutibile ruolo quando, nella costruzione e strutturazione dell’immagine, va alla ricerca del movimento e del dinamismo caratterizzante l’indagine di questi artisti. Le forme, le linee in evoluzione nello spazio e l’energica forza futurista, le seducenti illusioni di Balla e il dinamismo solido del Bauhaus dialogano con le sperimentazioni di Duchamp, il quale guida lo spettatore a comprendere come, attraverso il movimento, un oggetto bidimensionale possa trasformarsi in un gioco tridimensionale.

Giacomo Balla, Compenetrazione iridescente n. 4, olio su carta intelata, 1912-13

Particolarmente apprezzata da chi scrive è la presenza di numerose opere di artisti appartenenti al M.A.C., Movimento Arte Concreta italiano: si tratta di opere dove il movimento va ricercato nel delicato rapporto fra la geometria delle forme, la loro disposizione sulla tela e i colori accesi che le caratterizzano. Questo sforzo diventa quasi un esercizio ginnico per l’occhio dell’osservatore attento, che si perde nel tentativo di delineare i piani sfalsati dei Negativi-Positivi di Munari. In questa stessa sala, una delle più interessanti della mostra, l’osservatore può anche avvicinarsi concretamente al lavoro di Vasarely, scoprendo, attraverso i suoi studi preparatori, il processo che dà vita ad un’opera pittorica cinetica e immersiva. Vasarely e il M.A.C. sono stati i precursori e gli ispiratori di un tipo di ricerca artistica e scientifica che ha portato negli anni Sessanta molti artisti ad analizzare razionalmente l’esperienza vissuta dall’osservatore e a cercare nella “programmazione” di stimoli sensoriali e cinetici, così come nella pianificazione della risposta dell’osservatore, un rapporto più attivo con esso.

Vista della mostra – opere di B. Munari, A. Calder, J. Albers, T. van Doesburg, V. Vasarely

L’osservatore dà validità all’opera e la conclude: inevitabile, allora, la presenza in mostra di alcune sperimentazioni programmate del Gruppo T. In esse il gioco dinamico, cromatico e percettivo offerto all’osservatore è solo l’inizio per compiere una più ampia indagine sulle funzionalità dell’occhio umano, sul concetto stesso di opera d’arte come oggetto unico e sulla possibilità di generare nell’osservatore controllate ma casuali reazioni. Purtroppo, in presenza di questi oggetti d’arte, ci si pone sempre il medesimo quesito: ovvero se l’opera sia quello che l’osservatore vede, spesso una scatola buia senza vita (se non viene attivata), o se l’opera sia l’esperienza che l’artista idea per lui. Alcune delle opere presenti nella sala, infatti, a causa del motore originale estremamente delicato, sono spente, mentre altre possono essere accese solo una volta ogni 40 minuti circa. Sembra allora di tornare indietro fino al 1964 in Biennale, quando una delle critiche più feroci rivolte agli artisti programmati era proprio l’inaffidabilità dei loro ingranaggi meccanici.

Da questa riflessione ne scaturisce inevitabilmente un’altra, più legata al nostro presente. Si assiste ultimamente a un generale rinascimento di queste correnti artistiche legate alla ricerca cinetica, gestaltica e a un’estetica esatta e razionale. Basti pensare che una delle cinque mostre tematiche a carattere storico, presenti nel programma espositivo della Biennale appena conclusa, aveva per titolo Tecnologie dell’incanto e presentava, al pari della mostra padovana, opere di artiste come Grazia Varisco, Dadamaino e Marina Apollonio, da sempre impegnate a interpretare l’arte attraverso un approccio computazionale.

Conclude il percorso espositivo padovano una sezione monografica dettagliatissima (curata da Guido Bartorelli, Andrea Bobbio, Giovanni Galfano e Massimo Grassi) sulla produzione del Gruppo N. Il titolo stesso della mostra, L’occhio in gioco, ne richiama un altro assai più noto, The Responsive Eye, la celeberrima mostra del 1965 al MoMA di New York che celebrò l’arte optical e retinica – simbolo di quel decennio – e che ebbe tra i suoi protagonisti anche lo stesso Gruppo N. La sezione ha come principale scopo quello di confrontare l’attività artistica del gruppo con i ferventi studi sulla percezione iniziati a Padova già nel lontano 1919 presso il Laboratorio di Psicologia sperimentale. La particolareggiata e puntuale indagine sul lavoro di questo gruppo trasmette all’osservatore solleticazioni percettive e ottiche, sia grazie alla pianificazione di situazioni fenomeniche che hanno l’obiettivo di analizzare il comportamento dei processi visivi, sia grazie all’uso di materiali vari e industriali che sottolineano la componente ludica di queste opere e la loro ipoteticamente infinita replicabilità.

Ennio Chiggio (Gruppo N), Interferenza e rifrazione luminosa 1>4, vetro diottico, retino, fonte luminosa, box di legno, 1961

L’osservatore di questo spettacolo – anzi, in questo contesto è bene rievocare Umberto Eco e parlare di consumatore attivo di un’esperienza artistica aperta – si aggira inquieto e curioso in questa razionale Babele di stimoli e lo si può osservare dondolarsi attorno alle Visioni dinamiche di Alberto Biasi o ai Quadrati spaziali di Ennio Chiggio, rimarcando col suo comportamento quanto in queste opere il fervore scientifico e didattico coesista con un approccio ludico assolutamente indispensabile all’osservatore per una migliore comprensione del processo artistico e sperimentale in corso.

Toni Costa (Gruppo N), Dinamica Visuale, PVC con teca di plexiglass, 1969

Il viaggio infine arriva al termine. L’occhio dell’osservatore ora è sicuramente più reattivo, provocato da opere pittoriche, sculture, fotografie, sperimentazioni cinematografiche e oggetti cinetici e scientifici che hanno richiesto la sua attenzione, che hanno smosso il suo interesse più tecnico e che lo hanno inebriato cromaticamente. Tuttavia, quello che appare più importante è il suo coinvolgimento attivo nello spazio che lo circonda: le riflessioni che questo percorso cronologico e tematico provocano sembrano favorire una più cosciente consapevolezza dello spazio naturale dove, dal cielo alla terra, infinite combinazioni dinamiche e cromatiche sono possibili. Lo stesso spazio espositivo se ne giova: l’osservatore, oramai addestrato al suo ruolo, lo attraversa con sicurezza, lo domina e lo considera parte essenziale e imprescindibile dell’esperienza artistica vissuta.

mostra:
L’occhio in gioco. Percezione, impressione e illusioni nell’arte
a cura di Luca Massimo Barbero
Padova, Palazzo del Monte di Pietà
Fino al 26 febbraio 2023

catalogo:
L’occhio in gioco. Percezioni, impressioni e illusioni nell’arte
a cura di Luca Massimo Barbero, Francesca Pola, Sileno Salvagnini
Silvana Editoriale, 2022
pp. 376, ill. 405, €34

In copertina: Disco base per zootropio, Wheel of life, edito da H.G. Clarke & Co., Londra 1870 © Museo Nazionale del Cinema, Torino

Martina Borghi

è Dottore di ricerca con una tesi sull’Arte Cinetica e Programmata presso la Royal Holloway University of London. La sua ossessione per Bruno Munari la porta spesso a lavorare sulla didattica e sul modo in cui l’osservatore percepisce le opere d’arte contemporanee. Nella sua vita precedente all’esodo londinese si è laureata in Storia dell’Arte presso l’Università di Pavia, ha fatto un master presso la Business School del “Sole 24 Ore” e ha lavorato per uno dei festival di cinema documentario più antico d’Europa a Firenze. Tra le esperienze lavorative che le hanno dato più soddisfazione sicuramente rientra la catalogazione svolta in collaborazione con il Ministero dei Beni Culturali di un importante nucleo di opere d’arte confiscate alla criminalità organizzata. Collabora attivamente con il blog “Interdisciplinary Italy”.

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