Musica inascoltata

Per celebrare i dieci anni del Sound Corner al Parco della Musica di Roma, vi è installata sino al 31 gennaio l’opera sonora Ondine di Massimo Bartolini (2020), che riproduciamo qui per la cortesia dell’autore e della curatrice Anna Cestelli Guidi (responsabile delle arti visive a Fondazione Musica per Roma), della quale proponiamo un testo di presentazione del lavoro. Sino al 1° maggio invece si può visitare al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato la personale dell’artista, Hagoromo, a cura di Luca Cerizza con Elena Magini, dove sono installati tanto Ondine quanto il precedente lavoro Hum (2012), che ne condivide l’ispirazione «inascoltata». Il titolo della mostra di Prato viene dal teatro Noh giapponese, dove il termine designa il manto di piume della tennin, spirito celeste femminile di sovrannaturale bellezza. Bartolini lo usa dal 1989, da quella che considera la sua prima opera matura; eppure la tennin celeste può ben dirsi una prefigurazione dell’equorea ondine (raffigurata in un disegno di Fantin-Latour scelto per «Antinomie» dallo stesso Bartolini), e il suo manto impalpabile quella dell’aura negativa che i borborigmi di Glenn Gould, e ancor più lo smarrimento del pubblico al mancamento di Benedetti Michelangeli, fanno splendere nelle nostre orecchie. Sosteneva Walter Benjamin, in un saggio celebre che il secolo a venire non ha cessato di smentire, che la riproduzione tecnica avrebbe fatto perdere l’aura dell’opera d’arte. In questo caso l’aura si produce solo con la riproduzione di quanto non si produsse, in effetti, quell’irripetibile sera a Bordeaux nel 1988. Davvero, qualcosa di inaudito.

Andrea Cortellessa

La fascinazione per il rumore, il mormorio, il silenzio, per i fuori programma dell’esecuzione musicale sono gli elementi che interessano a Massimo Bartolini in questo lavoro, come già in HUM del 2012, il progetto espositivo in omaggio all’artista forse più visionario e anti-conformista del XX secolo, Glenn Gould. In quell’occasione, nello spazio dell’Auditorium–Parco della Musica di Roma, la presenza del musicista canadese prendeva vita proprio attraverso il suono del suo celebre humming, quel canticchio di sottofondo che Bartolini decide di estrapolare dall’ultima registrazione delle Variazioni Goldberg del 1981.

Similmente, anche Ondine nasce dalla fascinazione per i momenti non previsti della performance musicale: l’improvviso silenzio causato dal malore di Arturo Benedetti Michelangeli alla ventiquattresima battuta dell’ottavo preludio di Claude Debussy, Ondine, il 17 ottobre 1988 durante un concerto a Bordeaux. Massimo Bartolini focalizza l’attenzione alla fine del preludio, di cui isola l’eco dell’ultima nota, bassissima, che prelude ai rumori di fondo che seguono. Non si può non pensare a un altro concerto per piano, quel celeberrimo 4’33” di John Cage che ha cambiato per sempre il paradigma della musica e dell’ascolto tradizionali. Solo che qui il silenzio non è voluto ma è la conseguenza di una brusca interruzione, che risuona ossessivamente nella mente dell’artista come «musica inascoltata».

Come scrive l’artista nella mail aHelen Moritz, che registrò nel 1988 il celebre concerto poi postandolo su internet: «Tanti anni fa assistetti ad un concerto di Claudio Arrau a Firenze. Il pianista era già vecchio e veniva accompagnato al piano. Nel mezzo di un pezzo di Listz si blocca. Il teatro comunale inghiottito dal silenzio della musica. Fu un’esperienza incredibile. Dopo qualche minuto Arrau ritornò e ricominciò esattamente dalla nota successiva a quella dopo la quale si era interrotto.

Ho ascoltato, a Radio Tre, con profonda emozione, il brano del concerto di Benedetti Michelangeli di Bordeaux del 17 Ottobre, quello dove ebbe il malore. Da allora penso sempre al silenzio che ha seguito quel momento come ad una musica di una intensità incredibile. Ho trovato poi su you tube l’ audio del concerto da lei postato e la risposta che dà all’utente Peter Lemken: “I regret somewhat not having left in this upload the silence followed by the bewilderment of the audience, followed by their encouraging but still bewildered applause”. È dal 9 luglio 2020 che penso al silenzio di Bordeaux come una musica inascoltata […]».  

Ondine è questa musica inascoltata, fissata dall’artista nel minuto finale della registrazione live del 17 ottobre: «Ci dovevo fare qualcosa perché ci pensavo tutti i giorni. Cosi, ho estrapolato da tutta la registrazione del concerto solo il minuto finale appena dopo l’ultima nota prima del silenzio della musica e l’inizio dei brusii, poi l’applauso, ancora brusii e la registrazione interrotta bruscamente. Questo minuto di rumori, uno scroscio, un rotolio di applauso, si manifesta ogni ora come il battere delle ore di un orologio, sempre lo stesso ogni ora, ma si finisce per non ascoltarlo mai perché non siamo mai lì quando suona…».

Affascinato dalla casualità che apre nuovi orizzonti immaginativi e inedite intensità emozionali, Massimo Bartolini ha scelto di ricreare così magicamente quell’esperienza inattesa e sorprendente che si produce quando l’imprevisto della vita irrompe e scompagina regole e aspettative: quel minuto di «musica inascoltata» che si potrà ascoltare ogni ora e che continuerà così a rimanere inascoltata ai più, ma esisterà solo per i fortunati presenti in quel minuto. Per caso, come nella vita.

A.C.G.

Massimo Bartolini, Ondine (2020), 1’01”. Registrazione di Helen Moritz in Lawrence (Bordeaux, 1988). Courtesy dell’artista e di Massimo De Carlo, Frith Street Gallery, Magazzino 

In copertina: Henri Fantin-Latour, Ondine, 1899

è nato vive e lavora a Cecina. Studia all’Istituto Tecnico per Geometri B. Buontalenti di Livorno e all' Accademia BB. AA. di Firenze. È docente di arti visive presso UNIBZ Bolzano, NABA Milano, Accademia di Belle Arti Bologna. Nel suo lavoro ricerca il lato perturbante dell’oggetto e dell’architettura e l’idea della musica come forza creativa. Dal 1993 espone in numerose mostre in Italia e all’estero. (ph. Margherita Zazzero)

nata a Roma, si è formata come storica dell’arte tra Roma, Siena e Berlino, specializzandosi sulle trasformazioni della teoria e della pratica espositiva e dell’istituzione museale a partire dagli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Da metà degli anni Novanta lavora in Spagna come curatrice al Centro Galego de Arte Contemporanea di Santiago de Compostella (CGAC), il Museu de Art Contemporani de Barcelona (MACBA) e la Fundación Metrònom a Barcellona. Dal 2007 è responsabile delle arti visive a Fondazione Musica per Roma presso l’Auditorium-Parco della Musica di Roma. Qui la sua ricerca si focalizza verso pratiche interdisciplinari con particolare attenzione alla relazione tra suono e arti visive con progetti periodici quali One Space/One Sound e Sound Corner, ideate per gli spazi dell’Auditorium. Parallelamente cura mostre in istituzioni private e pubbliche in Italia e all’estero e pubblica testi su riviste e cataloghi di artisti.