Prove a contatto

A sei anni dalla sua ultima raccolta Le regole del viaggio, è da poco uscito Planetario e altre osservazioni di Andrea Gibellini, nella collana «Le ali» diretta da Fabio Pusterla per Marcos y Marcos (157 pp., € 20). Diversi vi sono gli episodi ecfrastici, come i quattro che l’autore (per la cortesia pure del suo editore) ha qui selezionato per «Antinomie». Colpisce la presenza, a fianco di squisiti esemplari della tradizione come Hokusai e Piero di Cosimo, di metalliche immagini di una contemporaneità «acido-pastorale». E stupisce meno, allora, che delle ekphrasis del lavoro più recente e in progress – del quale Gibellini ci offre, a seguire, una collana di sei grani – oggetto siano esemplari ipermodernistici, e per definizione inillustrabili, come quelli àcromi di Yves Klein e Piero Manzoni (cavallo di battaglia questo, a suo tempo, dei Novissimi). A conferma di quanto già ipotizzato, qui, a proposito della più giovane Maria Borio: e cioè di come certi steccati di sessant’anni fa, se non caduti del tutto, finalmente stiano cedendo. Sarebbe davvero l’ora.

A.C.

Alexander Gronsky, Pastoral

La natura aspetta le ciminiere

La natura aspetta le ciminiere estese verso est,
sono come alberi dalle chiome aperte.
La cattedrale chimica non ossidata,

le cime delle fronde sono implacabili,
torneranno, rivivranno…
Io oggi cammino in un giardino senza foglie.

Non è una giornata raggiante.
È sfibrata da un esilio
e niente è in decomposizione.

Ma senti questa devozione:
è un giorno di tutti giorni
sulla riva di un laghetto

trasformato
da una centrale adesso nucleare
pietrificata, millenaria, accesa.

Ci sono i figli, un padre corroso,
dissociato, da tutto ciò che attorno
gli appare come lingua rarefatta,

mai distillata, senza conoscenza
del vero o di qualcosa.
È una stagione diversa, non è l’estate

non è un aprile crudele,
è la stagione delle apparenze.
Il sentiero sul margine sembrava infinito

mai si arrivava, si toccavano
infernali arbusti di alberi infernali come invernali
e bianchi involucri di cartigli stremati,

sabbie a cumuli lo stesso scintillanti:
«sto qui con loro per essere felice»,
io che so cantare solo questo flebile autunno.

Questo è un luogo senza tempo
senza i primitivi affetti,
questo è un luogo delle spiegazioni

dove ogni cosa parla
prima di ogni altra cosa,
è il luogo della natura spontanea

è innaturale
perfida e perfetta
che si mostra nella luce del mattino,

dove non ci sono animali innocenti
– e qui dove c’era ascolti e vedi
l’odore della vendemmia,

aria chimica: la mia sola vera aria
più vera d’ogni altra natura.
I figli attendono non sospettano

i detriti lucenti degli elementi
nel loro pomeriggio speciale, nel rinvenuto
silenzio acido-pastorale.

Poi, come foglie senza vento,
in un altro luogo, così immobile, così vero,
a rimirare sentiranno.

Fiorella Iacono, Macchine sul fiume

Escavazioni sul fiume Panaro

Le macchine sono ferme sul fiume
(le macchine gli animali il fiume)
e quanto sono irreali le scavatrici
come giraffe nel plenilunio d’estate
vicino all’esile tramonto delle acque,
i ciottoli e le sabbie hanno invaso
la pianura hanno iniziato a invadere
la prima boscaglia fatta di sterpi
e poi c’è, e sembra incredibile davvero,
un ALT-ATTENZIONE SABBIE MOBILI come
nell’emisfero australe, una fuggevole palude,
un cerchio d’acqua limacciosa, acqua profonda da visitare,
qui dobbiamo stare qui dobbiamo coltivare,
che attrae perché ogni cosa è
vietata sul confine dove con un balzo
improvviso si può per sempre sparire.
Eccola, allora, prodigiosa, insaziabile
la mia foresta quanto reale, quanto
prossima all’acciottolato, adesso non più
muschiosa ma sabbiosa che gli archetti sollevano
rintoccano senza lo spazio di sopravvivenza
dove esistono (o sembrano
percosse esistere) infinite
le mie, ma qui finite, presenti, radici contrapposte.
I presagi, gli anni nascosti
erano dentro noi, le cose già prossime,
questa foresta similare che transita
inaspettata riflessa vorticosa sul fiume e
ritrovare brillanti minerali come
un estremo Klondike a setacciare le acque correnti
e i ciottoli sminuzzati dalle gigantesche macchine
che assumono colori fuori dall’ordinario
mescolandosi alla natura del sole che si sviluppa
con impressioni verso il cielo che desideriamo
terso, senza confini, illimpidito ancora
da una sconosciuta e inaspettata natura.
I ciottoli sono diventati
invisibili, mangiati da quell’altra natura metallica
di resine che attraversa l’inizio
per me a perdifiato del fiume: di pulviscoli
come di cera liquefatta
ma di piombo scesi, entrati
in un diverso soffio
nella natura e dentro la natura. È
sempre un inizio, la sorgente, non vedo la fine. E le sabbie
ostinate a cumuli come vive sull’argine
dove contempliamo saldati a tagliare
le cose intatte come davvero sono.

Hokusai Katsushita, Madre, figlio e venditrice di pesci rossi all’inizio dell’estate, 1811 ca.

Sopra una stampa di Hokusai

Il venditore di pesci rossi all’inizio dell’estate
nelle lunghe estati trasfigurate che qualcuno dice senza fine.

In attesa che il tempo finisca e in attesa
che il tempo non se ne vada, faccio imitandoti un silenzioso haiku

fatto di sillabe nascoste prese dalla natura. I pesci rossi all’inizio dell’estate
sfilano via sott’acqua, catturare loro è catturare un’immagine:

Madre, figlio e venditrice di pesci rossi all’inizio dell’estate
(dice precisa la didascalia, spigliato e assoluto è l’artista).

Tutto fuggevole si risolve in istanti d’attesa.
Non so se la lunga estate diventi tenebra,

il lucente giardino intatto nel tempo passato,
che qualcuno non se ne vada.

Piero di Cosimo, Morte di Procri, 1495 ca.

Pensieri di Cosimo verso il mare

Hai perso un bene inestimabile,
e ti disperi nell’orizzonte riflesso del cielo
sei attonito e ti guardi allo specchio
in un paesaggio forse vero di un istante.

Io ti ammiro semilucente sulla spiaggia
ancora anima viva,
i bellissimi sandali di una dea,
il primo cane che ti guarda con una certa

approfondita dolcezza,
ma gli altri sono distanti sempre sulla riva
di un altro sacrificio-paradiso
con un fenicottero incerto

se ancora volare
nell’immaginaria foresta
con stregonesche pianticelle
e ammiccanti arbusti.

Questa è la mia unica possibilità
nel silenzio di scrivere
d’amore senza amore –
io, mostro indifferente, fauno non innocente.

(da Planetario e altre osservazioni)

Piero Manzoni, Achrome, 1960

Achrome, serie di 6

1

Sei una linea blu che si fa all’infinito
che si espande in ogni misura
e tocca le cose: un vaso con un tulipano,
una casa verso un deserto o
una fattoria sperduta: rivivi
ciò che è nella città
dove scorrono uomini e botteghe all’aperto
di fumo e fabbriche che se ne va
orizzontale: e il cielo
sperduto è quello che senti
sul mare.

2

Senza colore è la legge
nell’odore di cotone puro
tra i legni disseccati della natura.
Non c’è il desiderio
senza colore, achrome
appunto, e che io possa
vedere. Ci sono luoghi:
campi falde colline fibra
naturale e azioni senza colore.
Io in poesia non posso dire tutto
quello che è ma il molto che
non c’è e che io non vedo
perché sono dentro me
sempre più inesplorati.

Yves Klein, Monocromo blu, 1960

3

Ogni colore ha una sua precisa
forma interiore. Ma se osservi
il vuoto del colore puoi ritrovare
le grinze come di altri pianeti,
un vuoto che ti dice che qualcosa
è esistito. Il bianco più bianco
disteso è sì l’uniformità della neve
appena caduta ma può essere
il risvolto empatico di un ghiacciaio
dentro di te.

4

Aspettiamo, usciamo dal colore,
dall’immagine che ne segue.
Per entrare dentro a quell’unico colore
ne abbiamo fatta tanta di strada.
Si arrivava e siamo dalle parti
di una Francia incontrastata
dalla bellezza della natura.
Si arrivava al cospetto
di un fortilizio poi fatto esplodere
dai soliti atti di potere. È così
la storia, toccando con la mente
il blu incantevole.

Piero Manzoni, Achrome, 1962

5

Non sono opere d’arte. Ma profanazioni
del colore che vorrebbe dire
ciò che sento, di più compiuto,
di più inaudito. Si è sempre soli.
Lo dico quasi ad alta voce riferendomi
a cose che più non stanno.
Non si può tornare indietro, come
sul particolare: chi vuole può
andarsene, uscire dalla storia
stando fermo con lo sguardo.

6

Come se il tempo passasse veloce:
ci sono i giorni, le feste lontane
che si intuiscono come dall’odore
senza colore. Per restare, per definire
una immagine neppure troppo solenne
bisogna stare attenti a non tagliarsi
ma dire la ferita che l’inchiostro non
guarisce e rimane sangue senza colore.

Yves Klein, Anthropométrie sans titre, 1960

In copertina: Yves Klein, Anthropométrie de l’époque bleue, 1960

è nato nel 1965 a Sassuolo. Ha pubblicato quattro raccolte di versi: «Le ossa di Bering» (Nce 1993), «La felicità improvvisa» (Jaca Book 2001, premio Montale), «Le regole del viaggio» (Effigie 2016) e «Planetario e altre osservazioni» (Marcos y Marcos 2022). Suoi testi poetici e scritti sulla poesia sono apparsi su «Nuovi Argomenti», «Antologia Vieusseux», «La Rivista dei Libri», «Poesia», «Oxford Poetry», «Agenda», «The Poetry Review», «The Copenaghen Review». È presente nell’antologia «20th-Century Italian Poems» (Faber&Faber 2004). Ha partecipato al Poetry International Festival di Rotterdam nel 2008. Ha curato un volume della rivista «Panta» dedicato alla poesia (Bompiani 1999) e l’almanacco «Stagione di poesia» (Marsilio 2001). Per le Edizioni L’Obliquo è il saggio «Ricercando Auden» (2003). Sue poesie sono state pubblicate nell’«Almanacco dello specchio» (Mondadori 2008). Ha pubblicato il libro di saggi sulla poesia «L’elastico emotivo» (Incontri Editrice 2011) e il quaderno in prosa «Diario di Vaucluse» (Edizioni Psychodream 2014).