Dalla Russia con orrore. Bacon a Mosca

Verso la fine del 1985 un giovane gallerista londinese di belle speranze, James Birch, si imbarca in un’impresa apparentemente peregrina: portare i suoi artisti non a New York o a Parigi, come sarebbe stato scontato, bensì a Mosca. A suggerirgli l’idea nel bel mezzo di un party (“Non venderai nulla, ma in compenso farai scalpore!”) è Bob Chenciner, un importatore di tappeti che per i suoi traffici con le repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale e dal Caucaso si avvale della collaborazione di Sergej Klokov, un improbabile diplomatico deciso a sondare fin dove si possa spingere la distensione con l’Occidente nella sfera dei rapporti culturali.

Mikhail Gorbachev è da poco diventato segretario generale del PCUS e Birch si ritrova quasi malgré soi coinvolto in una trama che inizia ben presto ad assomigliare ai romanzi di Ian Fleming che divorava da ragazzo. Complice non solo Klokov, agente del KGB con un penchant per gli abiti di Pierre Cardin e gli occhiali a specchio, ma anche e soprattutto Elena Chudjakova, aspirante stilista e informatrice dei servizi segreti di cui il giovane gallerista finirà per innamorarsi. E se il trentenne londinese si vedrà costretto di lì a breve ad accantonare il suo piano originario – i performer neo naturisti da lui rappresentati risultano infatti troppo “estremi” per un paese che pare beatamente ignaro “di qualsiasi progresso avvenuto nell’arte dalla metà degli anni Cinquanta in avanti” – ciò tuttavia non gli impedirà di realizzare un progetto ancora più ambizioso: organizzare quella retrospettiva di Francis Bacon inaugurata il 22 settembre 1988 alla Casa Centrale dell’Unione degli Artisti che ora viene minuziosamente ricostruita nel volume Bacon a Mosca, scritto da Birch in collaborazione con il giornalista Michael Hodges.

La fila per la mostra di Bacon fuori dalla Casa Centrale degli Artisti, Mosca 1988

Il nome di Bacon spunta quasi per caso durante un sopralluogo negli atelier moscoviti, allorché Birch si rende conto che è proprio lui l’artista contemporaneo di gran lunga più amato dai pittori sovietici. Circostanza tanto più straordinaria, considerando che potevano apprezzarne le tele unicamente sulla base di misere riproduzioni in bianco e nero, senza pertanto avere idea né “della scala del dipinto reale, né tantomeno dei suoi colori”. Per una fortunata coincidenza, Bacon era un amico della famiglia Birch: il libro si apre con una foto scattata dall’artista all’autore bambino, mentre fa il bagno nella vasca. Insieme ad altri futuri esponenti della pittura e della grafica britannica (come Denis Wirth-Miller e Dickie Chopping), Bacon era infatti solito frequentare negli anni Sessanta il Suffolk che, con i suoi prezzi più contenuti rispetto a Londra e il suo paesaggio “fatto di paludi, piane alluvionali e, di notte, migliaia di stelle”, attirava non solo stormi di trampolieri, ma anche di artisti.

Francis Bacon, John Edwards e James Birch (foto di Jeremy Blank)

Forse proprio l’intimità creatasi nella casa di campagna della nonna farà sì che, quando a quattordici anni Birch si ritroverà in mano una copia del libro di John Russell dedicato a Bacon, non sarà tanto colpito dalla “atmosfera da incubo” che molti scorgevano nelle sue tele, quanto piuttosto dalla loro “grande teatralità”. E, sicuramente, il ricordo dei tanti comuni, fortuiti viaggi in treno nella regione dell’East Anglia, permetterà al giovane di tentare con maggiore disinvoltura l’impossibile, ovvero chiedere all’artista meno filosovietico e più individualista che conoscesse di esporre in quello che, con una buona dose di orientalismo britannico, avrà a definire “un  mondo vasto, insulare e totalitario, ma tuttavia ansioso di aprirsi”.

Con sua grande sorpresa, Bacon, chino su un piatto di linguine della “Trat”, un popolare ristorante italiano di Soho, si dimostrerà assai più disponibile del previsto. Ad agire su di lui non era soltanto la fascinazione per Sergej Ejzenstejn e per il suo fotogramma della donna urlante nella Corazzata Potemkin riutilizzato in Pope III (1951) and Study for the Head of a Screaming Pope (1952), ma anche la prospettiva di poter finalmente ammirare dal vivo, una volta giunto in URSS, i tredici Rembrandt della collezione dell’Hermitage a Leningrado. Tuttavia, al termine di estenuanti trattative fra l’Unione degli Artisti, il British Council e la Marlborough Gallery, Bacon rinuncerà ad andare a Mosca per l’inaugurazione. A frenarlo sarà non solo il terrore di essere colpito in Unione Sovietica da un attacco di asma, ma anche la sensazione di soffocamento non meno sgradevole provocatagli dalla sfilza di incontri pubblici cui i finanziatori inglesi dell’evento gli chiedevano di partecipare. In vece sua si recherà al vernissage John Edwards, l’east ender “rampollo” della classe operaia londinese che da anni ormai era il suo miglior amico e confidente. E infatti una foto lo eterna in posa, con divertita nonchalance, davanti al manifesto della mostra che esibisce sopra al nome in cirillico dell’artista  il suo ritratto.

Manifesto della mostra di Bacon a Mosca

Scritto con uno stile spumeggiante e una notevole dose di humour britannico, Bacon a Mosca ricostruisce in modo efficace una pagina poco nota della politica culturale e dei rapporti est-ovest durante la guerra fredda, sia pure al netto di qualche semplificazione giornalistica. Per esempio non è vero che nessun artista occidentale fosse stato invitato a esporre in Russia dai tempi della Rivoluzione – non solo il “compagno” Pablo Picasso era stato omaggiato a Mosca con una retrospettiva al museo Puskin di arti figurative nel 1956, ma perfino gli espressionisti astratti avevano suscitato scalpore in occasione della cosiddetta “mostra americana” (inaugurata in pompa magna da Robert Nixon e Nikita Chruscev il 24 luglio 1959) e, ancor prima, nell’ambito del programma collaterale organizzato per il Festival Internazionale della Gioventù nell’estate del 1957.

Proprio l’incontro con la pittura astratta nella sua duplice declinazione statunitense e francese farà sì che, gradualmente, nel corso degli anni Sessanta prenda forma quel movimento di artisti non conformisti o non ufficiali che dir si voglia, che salirà definitivamente alla ribalta nel decennio seguente, rendendosi protagonista di eventi come la mostra all’aperto di Beliaevo del 15 settembre 1974 sgomberata dal KGB con i bulldozer cui accenna anche Birch. Che però, com’è ovvio, si concentra sulla fase successiva, e cioè quella sostanzialmente inebriante della perestrojka, quando “tutto sembrava possibile”, perfino che Christo impacchettasse di rosso il Cremlino. O che, come accadde realmente di lì a breve, le opere degli artisti non ufficiali, fino ad allora perseguitati o negletti, raggiungessero quotazioni stratosferiche nel corso dell’asta organizzata da Sotheby’s a Mosca nel giugno 1988 (ricostruita anche da Grisha Bruskin nelle sue memorie Imperfetto passato pubblicate qualche anno fa da Voland a cura di Alessandro Niero).

James Birch al Cremlino

Ma il pregio principale del libro risiede nella freschezza con cui rievoca una Londra irrimediabilmente perduta, con le case occupate a Camden Town, la bohème artistica di Soho e il club Colony Room di Dean Street dove Bacon era spesso impegnato in sessioni alcoliche che non avevano nulla da invidiare a quelle di Birch al di là della cortina di ferro (“Mentre la Russia e il Regno Unito tecnicamente potevano essere ancora impegnate in una guerra fredda, Mosca e Londra avevano almeno una cosa in comune”). Altrettanto innegabile è la maestria dell’autore nel saper cedere ogni tanto la parola ad altri testimoni di quel periodo, affinché il suo ritratto di Bacon, improntato a una venerazione quasi trepidante, si arricchisca di nuove pennellate. Come quelle aggiunte con minor timore reverenziale dallo zoologo, artista, nonché curatore di mostre di dipinti eseguiti da scimpanzé Desmond Morris: “Francis Bacon era un genio creativo che a volte era anche un ladro, un marchettaro, un giocatore compulsivo, un ubriacone e un bugiardo. Era anche malizioso, sarcastico, vanitoso, offensivo, arrogante, sleale e inaffidabile… In altre parole, e posso attestarlo personalmente, un delizioso commensale per cena”.

James Birch (con Michael Hodges)
Bacon a Mosca
trad. di Tiziana Lo Porto
edizioni e/o, 2022
pp. 204, euro 27

In copertina: John Edwards a Mosca davanti a Study for Self-Portrait, Triptych (1985-86) di Francis Bacon

 

è nata nel 1976 a Milano, dove abita. Dopo il dottorato di ricerca in letterature slave, ha vissuto all’estero con varie borse di studio, in Germania e a Budapest.
Attualmente assegnista di ricerca in letteratura russa presso l’Università degli Studi di Pavia, ha tradotto dal russo opere di Alexandra Petrova, Lev Šestov, Pavel Florenskij, Léon Bakst, Pavel Sanaev, Vasilij Grossman, Anton Čechov, Vasilij Golovanov e, dal polacco, testi in prosa di Wisława Szymborska, Adam Zagajewski, Hanna Krall, Stanisław Lem.
Ha pubblicato un libro sull’editoria clandestina nell’Urss ("Il lettore eccedente. Edizioni periodiche del samizdat sovietico, 1956-1990", Il Mulino, 2014) e la "Guida alla Mosca ribelle" (Voland, 2017).
Dal 2007 collabora regolarmente alle pagine culturali de «il manifesto» e di «AliasD». Ha scritto inoltre su «Diario della settimana», «Galatea», «Pagina 99» e «alfabeta2».